A chi non è più giovane la formula “sindaco d’Italia” fa riemergere alla memoria la figura di Mario Segni. È lui infatti che ha il copyright della formula che in termini generici indica l’elezione diretta del vertice dell’esecutivo, così come avviene nei comuni e nelle regioni dopo le riforme degli anni novanta. Torna alla mente anche il dibattito sulle riforme istituzionali che partì addirittura nel 1979 con un famoso articolo di Craxi su l’Avanti. Una storia di velleità e di inconcludenza: tutti i non pochi tentativi di modificare la nostra forma di governo nel senso di dare maggiore stabilità al governo ed “evitare le degenerazioni del parlamentarismo” sono infatti falliti.

Renzi lancia ora un appello a tutte le forze politiche al fine di portare il metodo di elezione dei sindaci a livello nazionale, di eleggere il sindaco d’Italia ovvero di affidare al corpo elettorale la scelta del capo del governo.

In questi termini, la proposta è ancora vaga. D’altra parte essa nasce come un colpo a sorpresa nel corso di un’intervista televisiva. Per poterla valutare appieno necessita di prendere forma compiuta e che sia chiarito come si vuole strutturare nel suo complesso la nostra forma di governo. Una cosa infatti è certa: non si può pensare di innestare una tale riforma in maniera isolata nell’attuale architettura istituzionale.

Va precisato come modellare il rapporto di fiducia tra parlamento e governo. Secondo il testo della Costituzione, anche una sola delle camere può sfiduciare il governo e si può poi dar vita ad un nuovo esecutivo anche con una diversa formula politica. È evidente che ciò confligge con l’elezione diretta del presidente del consiglio. Ma allora, si intende trasferire anche a livello nazionale la regola vigente per i comuni e per le regioni secondo la quale se l’assemblea vota la sfiducia al sindaco o al presidente della regione la stessa assemblea viene sciolta e vanno tutti a casa? È questa regola, aut simul stabunt aut simul cadent, che ha dato stabilità ai governi degli enti territoriali, non la sola elezione diretta del vertice dell’esecutivo. Ma si è sicuri che simile rigidità funzioni efficacemente per il Parlamento nazionale che è bicamerale? Si può ragionevolmente dubitare che la formula proposta possa coesistere con il bicameralismo perfetto italiano. Si dovrebbe cioè affidare il rapporto fiduciario ad una sola camera politica.

L’elezione diretta del capo del governo per avere senso compiuto comporta poi una revisione della disciplina costituzionale dei poteri del Presidente della Repubblica, in particolare in materia di formazione del governo.

Vi è anche un altro aspetto decisivo: la correlazione con la legge elettorale. L’elezione diretta del “sindaco d’Italia” richiede un sistema elettorale maggioritario affinché egli abbia una sicura base parlamentare che lo sostenga. Essa è incompatibile con sistemi proporzionali che lo renderebbero un “re travicello”, esposto ogni giorno a mutevoli orientamenti delle camere.

Indipendentemente dal chiarimento di tutte queste problematiche, una tale proposta ha margini di realizzabilità esigui, se non del tutto inesistenti. Le prime reazioni sono state di fastidio o di molta tiepidezza. Gli altri partner di governo puntano su una riforma della legge elettorale in senso ancor più proporzionale di quella attuale, con l’inserimento di una soglia di sbarramento del 5% che potrebbe dare fastidio a Italia Viva. Sul versante della destra l’obiettivo è quello di arrivare prima possibile a nuove elezioni, mentre una riforma costituzionale come quella prospettata richiede inevitabilmente tempi molto lunghi. E ben difficilmente si lascerebbe ad altri il vessillo del ”presidenzialismo” (anche se in termini tecnici non di vero e proprio presidenzialismo si tratterebbe, ma di una forma di governo neoparlamentare).

In definitiva, anche volendo dare credito Renzi nel senso che egli non intenda fare un uso strumentale e congiunturale del tema delle riforme istituzionali solo per guadagnare tempo, non si scorge un clima politico necessario per portare avanti un progetto che dietro la semplice formula “sindaco d’Italia”, nasconde una grande complessità.

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