Mercoledì si vota il nuovo direttore del Wipo. Di Maio spinge per il candidato cinese, Conte per allinearsi a Usa e Ue onde evitare l'isolamento atlantico

Come si muoverà l’Italia mercoledì quando, nel ballottaggio segreto a Ginevra, i Paesi membri del Comitato di coordinamento del Wipo (World intellectual property organization) saranno chiamati a eleggere il nuovo direttore generale dell’agenzia della Nazioni Unite che si occupa di proprietà intellettuale? 

GOVERNO ITALIANO DIVISO

Fonti diplomatiche e governative dipingono a Formiche.net lo scenario di un esecutivo diviso: da una parte c’è “orientamento molto netto” del ministro degli Esteri Luigi Di Maio, deciso a sostenere la candidata cinese Wang Binying, attualmente uno dei vice dell’agenzia; dall’altra parte c’è il premier Giuseppe Conte, che appare più orientato a schierare l’Italia al fianco degli Stati Uniti che hanno scelto di sostenere Daren Tang, oggi a capo dell’Ufficio per la proprietà intellettuale di Singapore, come sostituto del direttore generale uscente, l’australiano Francis Gurry.

SI MUOVE IL DIPARTIMENTO DI STATO AMERICANO

La macchina diplomatica statunitense si è messa in moto da alcune settimane. Recentemente il segretario di Stato Mike Pompeo ha accusato la Cina di “aver rubato proprietà intellettuale” e avvertito: “Sarebbe ridicolo se la Cina guidasse un’agenzia che aiuta a formulare politiche transnazionali sulla proprietà intellettuale”. In un editoriale di qualche giorno fa sul Financial Times, Peter Navarro, assistente del presidente Donald Trump per le questioni commerciali, scriveva: “Gli Stati Uniti ritengono che dare il controllo della Wipo a un rappresentante della Cina sarebbe un terribile errore. La Cina è responsabile dell’85% dei prodotti contraffatti sequestrati dai doganieri statunitensi; e il furto della proprietà intellettuale da parte cinese costa all’economia americana trai 225 e i 600 miliardi di dollari all’anno”. Come il nostro giornale segnala da alcune settimane, anche i funzionari statunitensi in Italia sono al lavoro sul dossier, preoccupati dal recente feeling del nostro Paese con la Cina sulla Via della seta.

Nelle ultime ore i senatori democratici Chuck Schumer e Chris Van Hollen con i repubblicani Tom Cotton e Todd Young hanno scritto al segretario Pompeo per dichiarare la loro preoccupazione sottolineando il fatto che “il Partito comunista cinese non può essere mai creduto se messo a capo dell’Organizzazione mondiale per la proprietà intellettuale”.

LA CINA RISPONDE

Grande mobilitazione anche da parte di Pechino attraverso i media di Stato. In Italia, per esempio, Radio Cina Internazionale è molto attiva negli ultimi giorni dando molto spazio alla questione. È la stessa emittente a cui Ettore Sequi, pochi giorni dopo essere stato nominato capo di gabinetto del ministro Di Maio dopo l’esperienza da ambasciatore a Pechino, lodò, in occasione dell’anniversario della Repubblica popolare, gli “impressionanti risultati ottenuti dalla Nuova Cina negli ultimi 70 anni”.

LE ZAMPE DEL DRAGONE SULL’ONU

Come segnalavamo alcuni giorni fa, Pechino presiede già l’Unione internazionale delle telecomunicazioni, quella dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per lo sviluppo industriale, l’Icao, e a novembre dello scorso anno ha ottenuto il controllo della Fao con l’elezione di Qu Dongyu. Questo dopo che Stati Uniti ed Europa si erano scappate sul candidato da sostenere in chiave anti Pechino: i primi sponsorizzavano un georgiano mentre la Francia aveva remato per sostenere un suo uomo alla guida dell’organizzazione con sede a Roma.

IL PRECEDENTE PER LA FAO

Spesso i funzionari statunitensi in Italia rievocano il precedente della Fao. Ma il caso questa volta appare diverso. Almeno a quanto ci raccontano le nostre fonti. Francia e Germania sono schierate al fianco del candidato di Singapore e sono addirittura riuscite a convincere molti partner europei. Tranne l’Italia, che sembra ancora indecisa. Tanto che nel mondo diplomatico c’è chi spera in un intervento del Quirinale. Sia un voto per il candidato cinese sia l’astensione darebbe infatti agli Stati Uniti l’impressione dell’uscita da parte dell’Italia dal perimetro atlantico di sicurezza.

IL CASO ZTE-CNIT

Ad alimentare la preoccupazione dei funzionari statunitensi in Italia è un caso di una decina di giorni fa: l’intesa tra il colosso cinese Zte e il Cnit, il Consorzio nazionale interuniversitario per le telecomunicazioni. Alla base della nuova partnership c’è la collaborazione nel campo della cybersecurity per identificare e definire metodologie di test e di supervisione che avrà come sede il nuovo laboratorio di cybersicurezza inaugurato dalla multinazionale cinese a Roma, in via Laurentina. Un’intesa che preoccupa via Veneto per due ragioni. La prima riguarda le garanzie e le rassicurazioni che il governo italiano sta cercando di offrire a Washington in tema di sicurezza informatica. La seconda, invece, ha a che fare con la proprietà intellettuale, cioè con il prodotto dei talenti del Cnit ma anche con il tema della sfida di mercoledì a Ginevra.

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