In questi giorni per spiegare la crisi del coronavirus viene chiamato in causa "Il Cigno Nero" di Taleb. Ma è davvero la chiave di lettura più adatta? L'analisi di Alberto Pagani, deputato del Partito democratico (Pd)

In questo tempo di coronavirus una delle espressioni più ricorrenti nei mass media, e dal significato abbastanza oscuro per i più, è in realtà ripresa dal titolo di un libro: “Il Cigno nero”, di Nassim Nicholas Taleb. L’autore è un professore e saggista di origine libanese che ha dedicato la sua vita allo studio dei processi di incertezza e di rischio. È un’ottima lettura, lo proponevo una decina di anni fa ai miei studenti dell’università, e di solito piaceva anche a loro, quanto era piaciuto a me.

Non è un trattato di ornitologia, è un libro sul caso e sull’imprevedibilità. Mi auguro che tra i tanti che lo citano ci sia anche qualcuno che lo legge davvero. O almeno che ne legge il sottotitolo: “Come l’improbabile governa la nostra vita”. Il libro infatti tratta dell’improbabile, cioè dell’evento raro ed estremo. Solitamente ci approcciamo alla realtà escludendo ciò che è straordinario. Trascuriamo gli eventi isolati per focalizzarci sul “normale”, cioè sui casi comuni. Taleb invece ritiene che sia necessario considerare soprattutto gli estremi, quando implicano uno straordinario effetto cumulativo.

È l’evento isolato, possibile ma improbabile, che può avere un impatto enorme sulla realtà. “Prima della scoperta dell’Australia gli abitanti del Vecchio Mondo erano convinti che tutti i cigni fossero bianchi: una convinzione inconfutabile, poiché sembrava pienamente confermata dall’evidenza empirica. L’avvistamento del primo cigno nero può esser stato una sorpresa per alcuni ornitologi (e per altre persone interessate al colore degli uccelli), ma non è questo il punto. La vicenda evidenzia un grave limite del nostro apprendimento basato sull’osservazione e sull’esperienza, nonché la fragilità della nostra conoscenza. Una sola osservazione può confutare un’asserzione generale ricava da millenni di avvistamenti di milioni di cigni bianchi. Basta un solo (e, a quanto pare piuttosto brutto) uccello nero.”

Sono queste le parole con le quali Taleb introduce il suo libro, che davvero può far riflettere su quello che ci è accaduto e che ci sta accadendo in questo momento. Il coronavirus ha tutte tre le caratteristiche del Cigno nero: rarità, impatto enorme e prevedibilità retrospettiva (tutti gli esperti sono bravi a spiegare quello che è successo, ma solo dopo che è successo. Purtroppo “del senno di poi sono piene le fosse”, diceva il sarto del Manzoni).

In realtà il rischio di una pandemia globale era previsto dagli esperti di virologia, come lo è “the Big One”, il terremoto che probabilmente raderà al suolo San Francisco e Los Angeles, quando si libererà all’improvviso tutta l’energia accumulata nella faglia di Sant’Andrea, o la possibile prossima eruzione del Vesuvio, dopo due millenni da quella di Pompei. Tuttavia i nostri sistemi collettivi di prevenzione e di sicurezza “ragionano” più o meno come fa la maggior parte di noi davanti al rischio che sappiamo essere possibile, ma che ci pare improbabile.

Ci pare improbabile soprattutto perché non l’abbiamo ancora sperimentato direttamente. Sappiamo che esiste, che può capitare, o che è giù accaduto in passato, ma pensiamo che non succederà veramente a noi. Nessun fumatore accenderebbe mai un’altra sigaretta se sapesse per certo che proprio con quella ci sarà una microscopica cellula dentro il suo polmone che comincerà a mutare, e poi a moltiplicarsi, generando il tumore che lo ucciderà. Tendiamo ad escludere dal nostro orizzonte ciò che ci appare improbabile o imponderabile, ecco perché non siamo mai realmente preparati per affrontarlo, quando arriva. Ci succede perché solo così possiamo vivere “normalmente”, o tranquillamente.

D’altronde non usciremmo mai più di casa se ogni volta che avviamo il motore della nostra auto pensassimo che stiamo andando incontro ad un tragico incidente stradale. Così a livello collettivo i sistemi di prevenzione e di sicurezza ipotizzano e simulano minacce ed eventi catastrofici straordinari, poi si attrezzano per fronteggiarli, ma restando dentro un quadro di “normalità”. Quale decisore politico avrebbe mai potuto predisporre migliaia di posti letto in terapia intensiva, palesemente in eccesso rispetto a quanti ne occorrono “normalmente” per fronteggiare le esigenze quotidiane, sapendo di doverli lasciare vuoti per anni, nell’attesa dell’arrivo di un possibile virus letale?

Chi si assumerebbe la responsabilità di allestire una Fortezza Bastiani, sapendo che dal deserto dei tartari potrebbe non arrivare alcuna invasione? Quale opinione pubblica rinuncerebbe alla soddisfazione dei bisogni quotidiani per destinare tante risorse affrontare una minaccia apparentemente fantascientifica? E quale politico ne sopporterebbe l’ostilità per farlo? Nessuno. Infatti nessuno lo ha fatto.

Ma non ci si può fermare al fatalismo medioevale. Il fatto che non ci si possa preparare a fronteggiare ottimamente ogni singolo possibile rischio futuro non significa che non ci si possa irrobustire in modo soddisfacente per agire più efficacemente nelle emergenze impreviste o imprevedibili. Tre anni dopo l’uscita del Cigno nero, visto il dibattito accademico che aveva suscitato, il suo autore pubblicò un secondo libro, con l’intenzione di trarre dalla sua riflessione qualche conseguenza concreta ed indicazione operativa.

“Robustezza e fragilità” è un invito ad imparare da Madre Natura. “Madre Natura è chiaramente un sistema complesso, con reti d’interdipendenza, non linearità e una ecologia robusta (altrimenti sarebbe crollata molto tempo fa). È una persona vecchia, molto vecchia, con una memoria infallibile. (…) Innanzitutto, Madre Natura ama le ridondanze. (…) Noi abbiamo due occhi, due polmoni, due reni e persino due cervelli (con la possibile eccezione dei dirigenti di aziende commerciali), e ognuno di noi ha più capacità di quanta ne occorra in circostanze ordinarie. La ridondanza equivale quindi a un’assicurazione, e le apparenti inefficienze sono associate ai costi di mantenere in ordine queste parti di ricambio e all’energia necessaria per conservarle nonostante la loro inattività.

L’esatto opposto della ridondanza è un’ottimizzazione ingenua. (…) Un economista troverebbe inefficiente mantenere due polmoni e due reni: consideriamo semplicemente i costi richiesti dal trasporto di tali parti relativamente pesanti del nostro corpo attraverso la savana. Una tale ottimizzazione, infine, ci ucciderebbe, dopo la prima eventualità infausta, il primo evento isolato anomalo (outlier).

Consideriamo inoltre che, se avessimo lasciato Madre Natura agli economisti, essa avrebbe fatto a meno anche di reni singoli: dal momento che non li usiamo per tutto il tempo, sarebbe più “efficiente” vendere i nostri reni e usare un rene centrale solo, secondo le regole di condivisone del tempo proprie di una multiproprietà. Potremmo anche affittare inostri occhi di notte, dato che per sognare non ne abbiamo bisogno.” Queste metafore paradossali di Taleb, che possono far sorridere, evidenziano un tema che merita invece di essere preso molto sul serio. La fragilità dei nostri sistemi, che misuriamo dopo l’impatto con il coronavirus, deriva in parte proprio da questo errore. Naturalmente è un errore che trova la sua spiegazione (e giustificazione) nei limiti delle risorse disponibili. La ridondanza ha un costo e comporta sacrifici. E i sacrifici sono odiosi.

Per avere sistemi ridondanti, e quindi più robusti, bisogna impiegare più risorse (che nella politica pubblica è il denaro dell’erario, raccolto dal sistema tributario con il prelievo fisacale) a carico dei contribuenti. Altrimenti occorre sacrificare la soddisfazione di bisogni alternativi, e quindi imporre la rinuncia a qualcosa che si potrebbe ottenere con quelle stesse risorse. E’ il costo della sicurezza, si potrebbe dire, che pochissimi sono realmente disposti a pagare. Inoltre, dice Taleb, “Madre Natura non ama l’iperspecializzazione, poiché limita l’evoluzione ed indebolisce gli animali. (…) In secondo luogo, Madre Natura non ama niente di troppo grande. L’animale terrestre più grande è l’elefante, e c’è una buona ragione. Se io mi infuriassi e abbattessi un elegante, potrei essere incarcerato e rimproverato aspramente da mia madre, ma non disturberei granché l’ecologia di Madre Natura.” In effetti i sistemi umani troppo grandi e troppo specializzati, basati su una catena globale di subforniture da cui dipendono, sono più rigidi e più fragili dei sistemi più piccoli, semplici e flessibili. Questa non vuole essere la stucchevole esaltazione retorica del “piccolo è bello”, che per altro non è vero. Piccolo è soltanto piccolo, non bello.

Piuttosto bisogna riflettere sulla necessità di essere più flessibili, quindi adattabili ai cambiamenti, anche improvvisi, repentini e radicali. Un antico adagio orientale dice il salice è più robusto della quercia perché sotto il peso della neve i suoi rami si flettono e se ne liberano, mentre quelli della quercia si spezzano. Progettare sistemi più semplici, flessibili e ridondanti, pensati per lavorare in rete ed essere intercambiabili, è la nuova frontiera. Sistemi immersi, capaci di riemergere ed attivarsi molto rapidamente solo quando ce n’è bisogno, per poi immergere di nuovo e scomparire nella normalità. Questo è probabilmente il modo migliore per prepararsi ad affrontare il prossimo Cigno nero. Per rendere più chiaro il concetto e ricondurlo alla lotta al coronavirus, da cui siamo partiti, utilizzo un semplice esempio concreto.

Se ne potrebbero fare altri, ma quello che importa non è l’esempio, è il modo di pensare che esso comporta. Per fronteggiare un Cigno nero, come lo è stato il crollo dell’economia globale dopo il fallimento della Lehman Brothers, o lo è il coronavirus, bisogna ragionare diversamente dal solito. Serve un cambio di paradigma. L’esempio è questo: lo scorso anno, insieme ad alcuni colleghi deputati, ho presentato un disegno di legge finalizzato ad istituire un nuovo corpo militare. Si tratta di una riserva ausiliaria dello Stato con compiti sanitari e di difesa civile. Allora non potevamo certo immaginare o prevedere l’arrivo del coronavirus, e non abbiamo avuto un’idea particolarmente originale.

Le forze armate o di polizia di altri Paesi prevedono l’uso della riserva, cioè di personale civile, che nella quotidianità fa altro, ma che ha avuto un addestramento militare (che tiene aggiornato addestrandosi volontariamente e gratuitamente più o meno un week end al mese), e che all’occorrenza può essere richiamato in servizio con il precetto militare (che gli riconosce il diritto a mantenere il suo lavoro e la relativa retribuzione). Gli Stati Uniti hanno la guardia nazionale, che è una forza di riserva che dipende dai singoli Stati, in Francia c’è la riserva della gendarmeria, e così via. Sono diversi i Paesi come l’Italia, che non hanno più la leva obbligatoria e si sono dotati di una riserva militare su base volontaria ed aggiuntiva alle Forze Armate.

Purtroppo la lentezza dell’iter parlamentare non ha permesso di approvare questa legge in tempo utile per il coronavirus. Disporre di uno strumento militare flessibile come questo, a costo basso e adeguatamente addestrato per assolvere ai propri compiti, oggi sarebbe assai utile. Si potrebbe utilizzare per il presidio delle strutture sanitarie, per il trasferimento dei malati da una struttura sanitaria ad un’altra, o per il controllo dell’applicazione delle norme previste dai Decreti governativi. Sgraverebbe di una parte di lavoro il personale sanitario e di polizia e i militari impiegati in “strade sicure”.

Questo è solo un piccolo esempio concreto di come la ridondanza delle funzioni, data dall’addestramento preventivo di personale non militare e non sanitario possa essere un fattore utile per irrobustire il sistema complessivo.  I sistemi organizzativi sono progettati per la “normalità”, e quindi sono fragili nell’eccezionalità. È in questo caso che hanno bisogno di potenziare le proprie forze con l’integrazione di una forza addizionale e flessibile. La flessibilità è derivata da una minore specializzazione (l’impiego di personale che ha una base comune di addestramento e di formazione militare e sanitaria, ma è impegnato nella quotidianità nelle attività più disparate), e la capillarità territoriale è data dall’articolazione su piccoli gruppi, diffusi sul territorio nazionale.

L’esempio è peculiare e concreto, ma il paradigma che lo produce è generale ed astratto. Dunque questa vuole essere, se riportata in termini generali, la vera lezione del Cigno nero: per costruire sistemi più robusti, e capaci di adattarsi in fretta e affrontare l’imprevedibile, occorre cambiare paradigma. Bisogna ripensare l’articolazione e la specializzazione della società contemporanea, assumendo la necessità che tutti diventino un po’ più capaci e un po’ più consapevoli, per potersi difendere da pericoli ignoti.

Significa esercitare realmente i bambini delle scuole ad agire in caso di un terremoto o di un incendio, insegnare a tutti ad intervenire in un primo soccorso sanitario, ad usare un defibrillatore. Integrare cosa si deve fare in caso di fuga di gas tossici, di sostanze velenose, o di diffusione di agenti patogeni ed infettivi. È chiaro che non basta una legge, serve la maturazione di una consapevolezza, e l’attivazione dei processi educativi e sociali che ne conseguono. È un cambio di paradigma, appunto.

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