Huawei ha proposto all'Onu di realizzare la nuova architettura del web. I Paesi occidentali temono che la rete finisca nelle mani di Pechino, decisa a sfruttare tutta la sua influenza alle Nazioni Unite

Il ministero dell’Industria e dell’information technlogy di Pechino, il colosso cinese delle telecomunicazioni Huawei, le società statali China Unicom e China Telecom hanno deciso di unire le loro forze per proporre alle Nazioni Unite la costruzione di una nuova architettura di Internet che va sotto il nome di New IP. A rivelarlo è il Financial Times che spiega come a Pechino si parli di un’idea rivoluzionaria per le tecnologie all’avanguardia come ologrammi e auto a guida autonoma. Ma diversi Paesi occidentali, tra cui Regno Unito, Svezia e Stati Uniti, hanno già avanzato dubbi: temono, infatti, che una simile rivoluzione finisca per consegnare la gestione di Internet ad aziende nelle mani del governo cinese. Secondo alcuni diplomatici occidentali alle Nazioni Unite la proposta avrebbe ottenuto il sostegno della Russia e “potenzialmente” dell’Arabia Saudita, che in passato con l’Iran, avevano dimostrato interesse verso il progetto cinese.

LE FRAGILITÀ ATTUALI…

Tutti i Paesi sono concordi che la governance di internet – nelle mani di società private, prevalentemente statunitensi come Apple, Google, Amazon e Facebook- oggi sia superata. Per la riforma della struttura attuale di internet (nelle mani di tutti e nessuno, scrive in una lunga analisi il Financial Times), disegnata mezzo secolo fa, si scontrano due approcci. Da una parte c’è il modello occidentale, aperto e libero dai governi; dall’altra quello cinese, regolamentato e controllato. Il governo cinese vede in internet un elemento centrale della sua politica estera digitale e nei suoi strumenti di censura la dimostrazione di fattibilità di una rete più efficiente, “da esportare nel mondo”, sottolinea il quotidiano della City.

… LA RIVOLUZIONE HUAWEI…

Qui entra in gioco Huawei, che sostiene che le reti globali attuali siano “instabili” e “insufficienti” guardando al mondo digitale tra dieci anni. Per questo, come dimostrano i documenti pubblicati dal Financial Times, sono già al lavoro “con l’aiuto di Stati e aziende” che però non vengono nominati. Gli elementi della nuova rete, con struttura top-down, saranno pronti per il test già a inizio 2021.

Pechino sembra decisa a sfruttare la sua forte influenza alle Nazioni Unite. La Cina rappresenta, infatti, un’eccezione: nessun membro permanente del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite controlla più di una delle 15 agenzie dell’Onu. Pechino fa molto meglio, ne controlla quattro: l’Unido, che si occupa di sviluppo industriale; l’Icao, l’ente dell’aviazione civile sotto accusa nei giorni dell’esplosione del coronavirus per le sue politiche anti Taiwan; la Fao, competente su cibo e agricoltura, con sede a Roma; l’Itu, l’Unione internazionale delle telecomunicazioni, sempre piuttosto morbida verso Huawei. Come nel caso in cui prese posizione contro gli Stati Uniti sostenendo che le preoccupazioni legate alla sicurezza delle reti affidate a Huawei “sono guidate dalla politica” e non hanno alcuna evidenza.

… E LE CARTE DI PECHINO

Ed è proprio l’Itu – dal 2015 guidato dal cinese Houlin Zhao, ex ingegnere del ministero delle Poste e delle telecomunicazioni di Pechino – l’organismo a cui simili proposte vanno avanzate. E così è stato fatto, in occasione di due riunioni a porte chiuse a settembre e a febbraio. Il mandato del segretario generale scadrà a fine 2021 e Pechino è decisa a capitalizzare l’opportunità sfruttando non soltanto il segretario generale dell’Itu ma anche la sua influenza in Africa. Infatti, gli standard Itu sono spesso adottati dalle nazioni africane in via di sviluppo in Africa, Medio Oriente e Asia dove, nota il Financial Times, “il governo cinese ha accordi per la fornitura di infrastrutture e tecnologie di sorveglianza in virtù della sua Via della seta”.

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