Da questa notte esiste ufficialmente un modello Israele per fronteggiare il coronavirus. Il numero di contagiati ha superato quota 300, il ministro dell’Economia Eli Cohen non ha escluso il lockdown totale del Paese e così, come raccontavamo ieri su Formiche.net, “Israele diventa campione di resilienza, perché oltre all’essere in vantaggio nel cercare la soluzione al male globale, è anche un esempio sul come gestire la crisi”. E ancora: “Lo Stato ebraico sta dimostrando di saper riadattare il know how nella gestione delle emergenze su fronti diversi. Un paese la cui esistenza è costantemente minacciata, in cui le app sugli smartphone riescono ad avvisare i cittadini dell’arrivo di un razzo lanciato dai nemici, può riadattare sul fronte del coronavirus questa esperienze”.

LA SCELTA DEL GOVERNO…

Questa notte il governo di Benjamin Netanyahu ha dato il via libera all’unanimità alle nuove misure di emergenza per permettere alla polizia di tracciare i cellulari dei contagi senza la necessità di un ordine di un tribunale. Come spiega Haaretz, l’esecutivo ha deciso di evitare il passaggio alla Knesset per implementare la strategia di contenimento. I dati verranno essere utilizzati per informare le persone che potrebbero essere venute a contatto con un contagiato e per far rispettare gli ordini di quarantena.

… I DUBBI DELLE OPPOSIZIONI

Tuttavia, le opposizioni parlano di rischi di gravi violazioni della privacy. E rassicurarle non è bastato l’obbligo di eliminare tutti i dati personali dopo 30 giorni. Le nuove leggi, infatti, prevedono che le informazioni vengano eliminate quando le misure decadranno (e qui tutto dipende dal virus). Inoltre, al ministero della Sanità è consentito conservare i dati per altri 60 giorni oltre questa scadenza per motivi di “indagine interna sulle attività condotte dal ministero” stesso. In prima linea è stato schierato anche lo Shin Bet, i servizi segreti interni, autorizzato a rintracciare tutti coloro che sono entrati in contatto con persone sospettate di essere state infettate prima che il virus venisse diagnosticato. Lo Shin Bet può utilizzare a questo scopo gli strumenti solitamente impiegati per contrastare il terrorismo, seppur con meno libertà rispetto alla polizia.

I SERVIZI AL LAVORO

Intervistato da Agenzia Nova, Jacob Perry, direttore dello Shin Bet dal 1988 al 1994, poi ministro e deputato, aveva spiegato, prima del via libera dell’esecutivo alle nuove misure, che “il governo utilizza ogni mezzo di ispezione digitale per controllare, attraverso telefoni cellulari e computer, se le persone rispettano le misure di sicurezza e limitano i loro movimenti. È una penetrazione della privacy e c’è anche chi definisce antidemocratico questo sistema, ma penso che, in questo momento, la cosa più importante sia fermare la diffusione del virus”. Per Perry, comunque, “la maggior parte dell’opinione pubblica israeliana sta seguendo le misure del governo anche se c’è una minoranza che pensa che si sta diffondendo troppo panico. Ogni sera Netanyahu parla in tv e a causa della delicata situazione politica – ormai è un anno che in Israele c’è un governo di transizione – il premier è anche criticato: c’è chi gli rimprovera di sfruttare il coronavirus per le sue esigenze politiche”.

ITALIANI ISRAELIANI COME GLI ITALIANI…

Formiche.net ha avuto un lungo colloquio telefonico nelle ore precedenti il via libera del governo con Yossi Melman, editorialista di Haaretz e autore di diversi libri su temi di intelligence e sicurezza, che si trova in quarantena a casa essendo da poco rientrato dagli Stati Uniti. “Non ho i sintomi del virus”, ci rassicura. “italiani e israeliani sono molto simili”, ci racconta poi. “Entrambi sono piuttosto restii a rispettare le regole. Se in Italia state vivendo la tragedia, in Israele stiamo vivendo il timore che ciò possa accadere anche qui. Il governo israeliano ha avuto l’intuizione di chiudere immediatamente i voli; il problema è che molti israeliani non hanno rispettato la quarantena né i consigli”.

Da qui, spiega Melman, nasce la decisione del governo. Ma i rischi? “Sono sicuro, sulla base di quanto ho visto in questi anni di giornalismo osservando le nostre forze di sicurezza, che non ne abuseranno. Il problema è la politica”. Secondo lui, Israele è “sull’orlo della più grave crisi politica nella storia del Paese: è peggio del 1973, la politica è lacerata dagli anni di governo di Netanyahu e il Paese è spaccato”. 

… ANCHE IN POLITICA 

“Il problema è la politica”, ci ha detto ridendo sul fatto che un tempo era l’Italia il Paese del caos politico. Ormai, dopo 15 mesi e tre elezioni, Israele non ha ancora un governo. Ma nella chiacchierata ricorre sempre un nome in particolare, quello di Netanyahu, con i suoi “Bibi-show”. Così Melman chiama gli appuntamenti quotidiani del premier tutte le sere sulle televisioni per raccontare l’epidemia. Se la politica è in questa fase di stallo è colpa sua, dice. “Parla di governi di unità nazionale ma ha una pregiudiziale contro gli arabi israeliani. Apre a Benny Gantz ma è non disposto a rinunciare ad avere tutto il suo blocco di destra nella coalizione. E non dobbiamo dimenticare le sue vicende giudiziarie”.

Che cosa accadrà? “Non lo sa nessuno”, ci dice. “Rischiamo di finire come in Venezuela, con un governo in carica (quello di Netanyahu) e uno che reclama il potere (quello di Gantz)”. Per Netanyahu saranno decisivi i prossimi 28 giorni, a disposizione di Gantz per tentare di formare un nuovo governo. “Il premier punterà a far passare le quattro settimane senza cooperare per provare a ricevere il mandato lui e andare a cacciare di transfughi in nome della continuità in questo periodo di emergenza. Utilizzerà la sua forza sui media per alimentare nel popolo la convinzione che il problema sia Gantz che non vuole lavorare con lui, che impedisce al Paese di avere un governo stabile in questo momento drammatico con lui stesso, con i suoi Bibi-show enfatizza ogni sera”. 

LA QUIETE MEDIORIENTALE

L’unica nota positiva in Medio Oriente dell’epidemia secondo Melman è il silenzio delle armi. Ogni Paese si preoccupa dei suoi problemi interni, nessuno può permettersi una guerra, nuovi scontri. Durerà? “Quando l’epidemia sarà finita torneremo a quella che ormai è la normalità nell’area. Il pericolo per Israele è un ritorno di Hamas sull’onda delle difficoltà economiche palestinesi che rischiano di essere aggravate dal coronavirus”.

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