Siamo dinnanzi a una doppia crisi dal lato della domanda e dell’offerta. Le attese sono per un eccesso di offerta di oltre tre milioni di barili, che è probabile causerà un ribasso significativo del prezzo del petrolio fino a livelli notevolmente inferiori ai 30 dollari

“In questo momento ci troviamo in una doppia crisi dal lato della domanda e dell’offerta. Le attese sono per un eccesso di offerta di oltre tre milioni di barili, che è probabile causerà un ribasso significativo del prezzo del petrolio fino a livelli notevolmente inferiori ai 30 dollari per spingere fuori mercato i piccoli fornitori”. Angelo Meda, responsabile azionario di Banor Sim, prova a fare chiarezza sulla crisi del greggio guardando non solo al tema macroeconomico ma anche a cosa potrebbe succedere alle grandi società petrolifere, a partire da Eni, e a cascata anche per i risparmiatori.

“La mancata intesa dell’Opec tra Russia e Arabia Saudita, che non sono riuscite ad accordarsi su un possibile taglio della produzione, necessità emersa in risposta alla debole richiesta di mercato per effetto dell’epidemia di coronavirus” spiega a Formiche.net “ha già causato un ribasso del prezzo del petrolio del 25% quotato ora a 33 dollari al barile. Non si tratta ovviamente di una questione puramente economica, è scontato dire che la Russia guadagna di più vendendo 10 milioni di barili a 50 dollari l’uno piuttosto che 12 milioni di barili a 30 dollari”.

C’è di mezzo anche la politica sottolinea il responsabile azionario di Banor Sim: “In questo momento 20 mila soldati americani svolgono il loro addestramento in Lituania, Estonia, l’America sta imponendo forti sanzioni alla Russia, che questa sia una mossa di Putin per mettere in difficoltà Trump? Tutto ciò comporta che in tempi brevi, all’incirca 12 mesi, Arabia Saudita e Russia immetteranno sul mercato tutti i barili di greggio che possono, evento che non si vedeva dal biennio 2015/2016”.

Tutto questo rende molto più complicato il quadro. A partire dal raggiungimento di un accordo dell’Opec plus nei prossimi mesi (nel 2015 era stato necessario attendere 9 mesi dall’annuncio dell’Opec) e lo scenario ad oggi più realista è un mancato accordo sui tagli di produzione.

“Dopo un crollo del prezzo sotto i 30 dollari per unità e l’uscita dal mercato dei piccoli produttori di shale oil – continua Meda – il mercato ritornerà stabile entro la fine dell’anno e l’esaurimento delle scorte riporterà il prezzo del petrolio nuovamente intorno ai 40/50 dollari entro la fine del 2021”.
Per questo per l’analista possiamo aspettarci un’evoluzione in tre fasi: sopravvivenza (sell-off da parte degli investitori e crollo degli investimenti da parte delle aziende), inflazione (ristrutturazione del capitale delle aziende indebitate e forse di alcuni Stati), recupero.

Questa volta però il recupero sarà differente, con gli asset bloccati o che vengono ottimizzati.
“I punti deboli sono il mercato ad alto rendimento americano (con il 12% di titoli energetici nell’indice), i servizi petroliferi con debiti (specialmente la trivellazione) e i produttori di shale oil (molte piccole-medie imprese americane). Al contrario, coloro che beneficeranno di un simile contesto sono la raffinazione (grazie ai forti ribassi) e i grandi consumatori di petrolio (compagnie aeree, trasporti)” – conclude Angelo Meda – per cui “le major del petrolio superate le fasi di sopravvivenza e, in un mondo di tassi di interesse a zero, quando i prezzi del petrolio si stabilizzeranno, rimbalzeranno automaticamente sui mercati”.

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