Quanto ci costa il coronavirus. L’analisi di Pennisi

Quanto ci costa il coronavirus. L’analisi di Pennisi
È, senza dubbio, necessario avere maggiore “flessibilità” per i conti pubblici, sia per dare sollievo ai territori ed ai settori più colpiti sia soprattutto per facilitare un’espansione dell’economia. L'analisi di Giuseppe Pennisi

Il “coronavirus” mette a soqquadro tutti i conti pubblici italiani. Per ora solo il centro studi Ref ha azzardato una stima, aggiungendo che “ha un alto grado di congettura”: una diminuzione del Pil italiano compresa tra -1% e -3% nel primo e secondo trimestre 2020, ossia una perdita 9 ed i 27 miliardi di valore aggiunto. La stima – precisa il Ref – considera l’impatto diretto nelle regioni italiane, con effetti immediati e di più lunga durata, a seconda del settore considerato. Lombardia e Veneto, le due regioni più interessate dal fenomeno – spiega il Ref – contano per il 31% del Pil italiano. Aritmeticamente, una contrazione del 10% del Pil in queste due regioni vale una diminuzione del 3% di quello dell’intero Paese.

Il centro studi Nens stima che per il 2021 gli effetti del coronavirus prefigurano “una maggiore esigenza di risorse che, al netto molto probabili concessioni di margini di flessibilità da parte della Ue, potrebbe aggirarsi intorno ai 25 miliardi di euro”. Sono le stime del Nens per la manovra 2021 calcolando i 20,1 miliardi necessari per abrogare le clausole di salvaguardia previste, e i circa 5 miliardi necessari a far rientrare il rapporto deficit-Pil sotto la soglia dell’1,8% prevista dal Dpb. Alla luce del coronavirus il Nens stima una contrazione del Pil 2020 variabile a seconda di diversi scenari sulla gravità e sulla durata del virus.

Credo che queste stime debbano essere prese con molta cautela perché ancora non si hanno i dati essenziali sull’epidemia. Gli stessi specialisti epidemiologi affermano di brancolare nel buio.

Per avere un’idea approssimativa del costo è più utile la rassegna delle letteratura sulle pandemie globali (tale è il “coronavirus”) fatta da Edoardo Frattola del Centro Studi sui Conti Pubblici dell’Università Cattolica sugli effetti economiche di pandemie relativamente recenti (ancorché del secolo scorso) quali l’influenza spagnola del 1918-19, l’influenza asiatica del 1957 e l’influenza di Hong Kong del 1968-69. Si stima che il tasso di attacco di tutte e tre le pandemie fosse compreso tra il 25 e il 35 per cento, mentre il tasso di letalità era compreso tra il 2 e il 3 per cento per la spagnola e inferiore allo 0,2 per cento negli altri due casi. I dettagli sugli studi analizzati da Frattola sono sul sito del Centro Studi sui Conti Pubblici. Ritengo utile riportarne le conclusioni:

“La portata dell’impatto economico di una pandemia dipende fortemente dalle ipotesi sulla gravità del contagio: una pandemia ‘mite’, simile all’influenza asiatica del 1957 o a quella di Hong Kong del 1968-69, avrebbe un effetto contenuto sul Pil mondiale, tipicamente inferiore all’1 per cento annuo, mentre una pandemia più ‘severa?, simile alla spagnola del 1918-19, potrebbe produrre effetti anche nell’ordine del 3-5 per cento annuo. Tutti gli effetti economici stimati, per quanto forti, sono soprattutto di breve periodo, che tendono a risolversi quasi completamente nel giro di un anno o poco più. Nel medio periodo il Pil tende ad essere solo di poco inferiore al livello che avrebbe raggiunto in assenza della pandemia, soprattutto se le perdite umane sono contenute. Nel breve periodo, un virus molto contagioso ma poco letale è più dannoso per l’economia di un virus molto letale ma poco contagioso, poiché è in grado di generare shock più forti sia nei consumatori sia nelle imprese. L’effetto (contenuto) di lungo periodo, invece, dipende esclusivamente dalla riduzione permanente dell’offerta di lavoro e quindi dalla letalità della pandemia. L’effetto sul commercio internazionale è più forte di quello sul Pil, per cui il danno economico è maggiore per i paesi che più dipendono dagli scambi internazionali. I Paesi emergenti sono più colpiti, non solo perché hanno maggiori difficoltà a contenere la diffusione del virus, ma anche perché i capitali tendono a spostarsi verso i paesi avanzati, considerati più sicuri dagli investitori. Nel determinare l’entità dell’impatto sono importanti sia gli shock dal lato dell’offerta (minore offerta di lavoro, minore produttività, maggiori costi per le imprese ecc.) sia gli shock dal lato della domanda (riduzione/modifica dei consumi dovuta al panico); l’effetto sull’inflazione dipende da quali tra questi shock prevalgono”.

Questa cornice è utile per vedere quali sono i limiti di manovra che ha il governo. È, senza dubbio, necessario avere maggiore “flessibilità” per i conti pubblici, sia per provvedere sollievo ai territori ed ai settori più colpiti sia soprattutto per facilitare un’espansione dell’economie. Le regole dei trattati e degli accordi intergovernativi dell’Unione europea hanno ampi spazi per tale “flessibilità”. Il vincolo vero è il nostro debito pubblico. Un aumento della spesa di parte corrente non può che provocare allarme dei mercati sulla sostenibilità del nostro debito. Un incremento del rapporto debito: Pil può essere accettato dai mercati solo se accompagnato da ristrutturazione della nostra spesa pubblica con una riduzione di quella poco produttiva di parte corrente (ad esempio, il reddito di cittadinanza) ed una espansione significativa di quella per investimenti.

In breve, il coronavirus ci impone di fare i conti con la nostra politica di finanza pubblica.

ultima modifica: 2020-03-02T08:45:37+00:00 da Giuseppe Pennisi

 

 

 

 

 

 

 

 

Chi ha letto questo articolo ha letto anche: