Con le primavere arabe ci eravamo illusi che la tecnologia fosse uno strumento di democratizzazione. Ma ecco la realtà: i regimi ne abusano per rafforzare controlli e repressione

Sembrava impossibile – con il trionfo “apparente” della democrazia dopo la Guerra fredda – uno stato di polizia come quello della Stasi nella Germania dell’Est, capace con le tecnologie dell’epoca di entrare nella società e le vite dei cittadini fino al punto che gli agenti negli uffici postali erano incaricati di aprire le lettere e i pacchi che entravano da, o si dirigevano verso, i Paesi non comunisti. E invece…

DALL’OTTIMISMO AL PESSIMISMO DIGITALE…

Il Global Committee for the Rule of Law ha tradotto un’interessante analisi di Andrea Kendall-Taylor, Erica Frantz e Joseph Wright pubblicata dalla rivista Foreign Affairs nel numero di marzo/aprile 2020. I cellulari sono passati da strumenti di responsabilizzazione e informazione per i cittadini a mezzi per il controllo nelle mani dello Stato. “La sorveglianza alimentata dall’intelligenza artificiale, per esempio, consente ai despoti di automatizzare il monitoraggio delle opposizioni in modi che sono molto meno intrusivi rispetto alla sorveglianza tradizionale”, si legge nell’articolo. Si tratta di mezzi efficaci ma anche molto efficienti: infatti, “non occorre spendere in software per monitorare i messaggi di testo delle persone, leggere i post sui social media o monitorare i loro movimenti. Non appena i cittadini comprendono che tutte queste cose stanno accadendo, alterano il loro comportamento senza che il regime debba ricorrere alla repressione fisica”.

L’ottimismo digitale dei primi anni Duemila ha vissuto il suo apice con le primavere arabe, quando “i social media hanno facilitato le fine di quattro dei dittatori più longevi al mondo in Egitto, Libia, Tunisia e Yemen”. Ma quell’illusione è dura poco, scrivono i tre: infatti, “è ormai chiaro, tuttavia, che la tecnologia non favorisce necessariamente coloro che cercano di far sentire la propria voce o di opporsi a regimi repressivi. Di fronte alla crescente pressione e paura del proprio popolo, i regimi autoritari si stanno evolvendo. Stanno abbracciando la tecnologia per rimodernare l’autoritarismo dell’età moderna”.

… GUIDATO DA PECHINO

In cima alla lista delle “autocrazie digitali” c’è la Cina, che utilizza internet, social media e intelligenza artificiale per la sua stessa sopravvivenza. Per questo è triste dover registra che, “a differenza di ciò che gli ottimisti della tecnologia dicevano agli albori del millennio, le autocrazie sfruttano internet e altre nuove tecnologie, non ne sono vittime”. “Nessun regime ha sfruttato il potenziale repressivo dell’intelligenza artificiale così a fondo come la Cina”, si legge ancora. Dichiarazioni dei redditi, estratti di conti correnti bancari, cronologie di acquisti, precedenti penali e cartelle cliniche: tutte serve al regime per valutare i comportamenti dei suoi cittadini.

I tre esperti hanno incrociato i dati di Mass Mobilization Project e quelli di Varieties of Democracy. Il risultato? “Le autocrazie che utilizzano la repressione digitale corrono un rischio minore di proteste rispetto a quei regimi autocratici che non impiegano questi stessi strumenti”. Questo perché la repressione digitale riduce le proteste ma anche le grandi mobilitazioni come quelle delle primavere arabe. Ma c’è di più: la repressione tradizionale non scompare con quella repressione digitale. anzi, “essendo più facile identificare gli oppositori, la repressione digitale permette di determinare con più efficacia chi minacciare e chi incarcerare”. E così, evitando repressioni indiscriminate si evitano anche reazioni popolari.

LE CONTROMISURE DEGLI USA…

Che cosa fare dunque? Torna utile riprendere un rapporto di dicembre 2019 del Center for a New American Security sui provvedimenti che dovrebbe assumere il Congresso per fronteggiare gli effetti negativi delle nuove tecnologie sulla governance sia nelle autocrazie sia nelle democrazie. Serve limitare l’esportazione di hardware contenenti tecnologie di identificazione biometrica, come il riconoscimento facciale, vocale e del comportamento; imporre ulteriori sanzioni alle imprese e agli enti che forniscono tecnologie di sorveglianza, formazione o attrezzature a regimi autoritari implicati in violazioni dei diritti umani; attivarsi per una legislazione volta a impedire che enti statunitensi investano in società che realizzano strumenti repressivi di IA, come l’azienda cinese SenseTime.

Inoltre, aggiungono gli esperti, l’amministrazione statunitense dovrebbe considerare anche l’utilizzo del Global Magnitsky Act, che consente al dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti di sanzionare individui stranieri coinvolti in violazioni dei diritti umani, per punire gli stranieri che favoriscono violazioni dei diritti umani alimentate da sistemi di intelligenza artificiale. “Basti pensare che i membri del Partito comunista cinese responsabili delle atrocità nello Xinjiang sono passibili di questo tipo di sanzioni”.

… E QUELLE OCCIDENTALI

Le società aperte devono essere creative ma allo stesso tempo reattive, concludono gli esperti. Perché “proprio come le autocrazie di oggi si sono evolute per abbracciare nuovi strumenti, così anche le democrazie devono sviluppare nuove idee, nuovi approcci e garantire che la leadership promessa dalla tecnologia nel XXI secolo non diventi una maledizione”.

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