Dagli anni 80, l'ascesa della potenza militare cinese presenta tratti ambigui e contraddittori. Guai però a confondersi: Pechino ha progressivamente allargato la propria "frontiera strategica", puntando soprattutto sulla componente navale dell'Esercito di liberazione popolare. L'analisi per Europa Atlantica di Lorenzo Termine

Negli ultimi decenni, la Repubblica popolare cinese ha condotto un progressivo allargamento e una “marittimizzazione” della propria “frontiera strategica”, ovvero del perimetro territoriale imprescindibile per la sicurezza nazionale, includendovi gli immensi mari attigui, Taiwan, la penisola coreana, il Vietnam, e anche il Pacifico del nord ed alcune aree ad ovest dello stretto di Malacca finora estranee alla cultura strategica di Pechino.

Contestualmente,  a partire dal 1985, Pechino ha realizzato una monumentale svolta navale delle proprie Forze armate che ha fatto della Marina la componente più rilevante all’interno dell’Esercito popolare di liberazione (Epl). Accanto ad essa, Pechino disporrebbe anche della Guardia costiera più grande nell’area e della cosiddetta Milizia marittima, una flotta di pescherecci armata integrata nella  catena di comando militare e perfetta per le operazioni ibride in tempo di pace.

Di conseguenza dal 1989 al 2018, il bilancio della difesa di Pechino ha rappresentato in media l’1,9% del Pil nazionale, mentre nello stesso periodo Washington ha speso circa il 3,6% del proprio prodotto per scopi militari. Dopo essere aumentato in modo significativo dal 1989 al 2001, costituendo in media il 14,2% della spesa pubblica totale, il budget militare cinese tra il 2001 e il 2019 è sceso all’8,5% del bilancio pubblico complessivo mentre negli Stati Uniti è stato in media il 10,6% del bilancio federale. Il risultato è che secondo uno studio della Rand Corp. nel 2017 circa il 70% della flotta cinese poteva essere considerato “moderno”, il 20% in più del 2010.

Tra il 2012 e il 2013, inoltre, la Liaoning, la prima portaerei cinese (una ex classe Kuznetsov della Marina sovietica acquistata dall’Ucraina nel 2002) in grado di imbarcare 24 caccia J-15, è entrata in servizio tra il 2012 e il 2013. In fase di prova in mare e quasi giunta alla capacità operativa iniziale è la seconda portaerei della Marina cinese, la Shandong, costruita interamente in Cina sulla base del modello precedente. Allo stesso tempo, la Rpc sta lavorando alla sua terza portaerei che rappresenterà un significativo passo avanti perché sarà la prima con sistema di lancio con catapulta e che dovrebbe permettere di imbarcare aerei più pesanti e con maggior carico (si pensa ai J-20). Anche per quanto riguarda i destroyer, la Rpc ha aumentato considerevolmente le proprie capacità negli ultimi anni riuscendo a creare una flotta “moderna” al 80%.

Sebbene l’ammodernamento delle Forze armate cinesi sia proceduto in maniera costante dal 1989, la Rpc ha incontrato numerosi ostacoli nel raggiungere la parità con la superpotenza americana. Pertanto, la spesa militare generale potrebbe non restituire il giusto quadro dell’ascesa cinese. Ad esempio, per quanto riguarda i caccia di quarta e quinta generazione, Pechino è rimasta decenni indietro rispetto a Washington, incontrando diverse difficoltà tecniche e non riuscendo a costruire velivoli affidabili. Per quanto riguarda la proiezione di potenza, il risultato di tali criticità è che, sebbene un notevole miglioramento a partire dagli anni ’90, “la potenza [militare] cinese declina rapidamente su distanze anche modeste” (Rand Corp.). Infine, la prima portaerei cinese è obsoleta e, più in generale, secondo voci autorevoli il programma “portaerei” avrebbe riscontrato diversi problemi e potrebbe essere limitato a quattro vascelli a causa dei costi insostenibili e degli  ostacoli tecnici incontrati.

Con le capacità che ha acquisito e sta acquisendo, Pechino punta a difendere il perimetro che considera vitale per la propria sicurezza. In particolare, la letteratura sulla politica di difesa cinese conviene che il Mar cinese meridionale (Mcm) rappresenti un interesse vitale di sicurezza nazionale per la Cina. A dimostrarlo, l’intensa attività della Repubblica popolare nella zona e le dure reazioni ai numerosi attraversamenti nell’area di mezzi non autorizzati dal governo cinese, soprattutto americani e britannici. La posizione geografica e la conformazione di arcipelaghi come le Spratly e le Paracels li rendono, infatti, militarmente vantaggiosi. Pertanto, Pechino ha iniziato un’intensa attività di costruzione di infrastrutture militari sulle isole che controlla al fine di creare bolle anti-access/area denial (A2/AD), ossia aree in cui l’utilizzo coordinato di missili, sensori, radar, mine e altre tecnologie, convenzionali e non, possa impedire l’accesso (sul medio-lungo raggio) e la libertà di movimento (sul corto raggio) di eventuali nemici.

Tuttavia, pur considerando l’area di enorme valore, Pechino si è rivelata estremamente prudente a sfidare apertamente uno status quo regionale la cui stabilità le ha garantito ritmi eccezionali di crescita economica e commerciale. Il risultato è che l’approccio cinese appare duplice: se da una parte lo Zhongnanhai mira ad influenzare il comportamento degli attori regionali attraverso un abile uso di minacce e dimostrazioni di forza, dall’altra parte è costretto a compiere passi talmente piccoli per alterare lo status quo da non provocare la risposta militare americana.

Dall’analisi comparativa della performance militare cinese durante e dopo la Guerra fredda il quadro che emerge sembra confermare tale ambiguità. Nel mondo bipolare, la Rpc condusse diverse operazioni militari per conseguire il controllo sul Mar cinese meridionale. Nel 1974, ad esempio la Cina espulse le truppe del Vietnam del Sud dalle isole Paracel mentre nel 1988 prese parte ad una schermaglia navale per la Johnson South Reef in seguito alla quale affermò il proprio dominio sulla barriera corallina. A partire dal 1991, al contrario, la Cina si è dimostrata piuttosto misurata preferendo non ricorrere allo strumento militare per risolvere dispute territoriali ed estendere i propri confini.

Parallelamente, però, nell’era post Guerra fredda Pechino ha avviato un’intensa attività di diplomazia coercitiva per ottenere il pieno controllo del Mcm senza innescare conflitti aperti. Per raggiungere i suoi obiettivi, la Cina ha optato per un approccio “diverso dalla guerra” (other-than-war) ovvero operando nella cosiddetta “zona grigia”. In questo senso, ha preferito l’uso di navi civili o para-militari per speronare i vascelli di altri paesi nell’area e per bloccare le navi straniere che conducono esplorazioni energetiche nel Mcm. Il risultato, secondo il New York Times, sarebbe che “oggi è in grado di controllare il Mare in tutti gli scenari al di sotto della soglia della guerra con gli Stati Uniti”.

Più in generale, a partire dal 1991 Pechino ha impiegato l’Esercito di liberazione popolare solo in due occasioni contro altri Stati. Tra il 1995 e il 1996, ha condotto diversi lanci missili contro Taiwan innescando una severa risposta militare americana che l’ha costretta alla de-escalation e ad interrompere le ostilità. Nel 2017, ha ingaggiato con l’India un pericolo stallo militare a Doklam, un territorio conteso nella catena dell’Himalaya, durante il quale però non furono sparati colpi e la crisi fu risolta poche settimane dopo.

Che si scelga di interpretare questi tratti apparentemente ambigui e contraddittori dell’ascesa militare cinese a partire, ad esempio, dalla teoria neo-realista delle relazioni internazionali (ovvero attraverso lo studio della distribuzione della potenza tra la Cina, i principali attori regionali e gli Stati Uniti) oppure attraverso la lente costruttivista (ovvero studiando la peculiare cultura strategica cinese) è chiaro come essa sia, ad oggi, parziale.

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