Conversazione con Michael Mazarr (Rand Corporation): "La debt-trap diplomacy cinese è sopravvalutata, attenzione però agli investimenti". Il post coronavirus? "Difficilmente Pechino ne uscirà più forte"

Tra aiuti e guerra d’informazione la Cina sta cercando di riabilitarsi dopo i ritardi sul coronavirus. Ci riuscirà? Riuscirà ad aumentare la sua influenza in Europa? Formiche.net ne ha parlato con Michael Mazarr, senior political scientist della Rand Corporation, autore a fine gennaio (cioè prima della pandemia di coronavirus) di un’analisi pubblicata dal Lowy Institute sulle teorie di influenza statunitense e cinese assieme ad Ali Wyne, non resident senior fellow dell’Atlantic Council.

Che cosa sta accadendo alla teoria di influenza statunitense durante questa emergenza?

Pressoché nulla: al momento non c’è molta attenzione su questo tema. Si tende a continuare con il modello esistente, con gli Stati Uniti non particolarmente concentrati su strumenti o tecniche nelle sfide per l’influenza con la Cina. Per esempio, non disponiamo di una strategia globale di informazione coerente. E questo non è cambiato.

E quanto a quella cinese?

Anche in questo caso nulla è cambiato. La Cina ha semplicemente rafforzato gli strumenti di influenza che già aveva. Come la leva economica sotto forma di aiuti offerti durante la crisi e i suoi strumenti informativi, utilizzati per cercare di costruire la narrazione di una leadership cinese decisiva. Si potrebbe presumere che funzioni anche a un livello più “clandestino”, raggiungendo contatti chiave in Paesi che sono obiettivi per la ricerca di influenza.

Funzionerà?

Molti Paesi nella regione sono molto scettici nei confronti della Cina. Il suo ruolo nella cattiva gestione dei primi giorni della crisi è ben noto e potrebbe aver causato al mondo molte più sofferenze del necessario. Gran parte delle strumentazioni e delle forniture che ha inviato all’estero si è rivelata vecchia o non funzionante. Inoltre, seppur i Paesi in lotta contro il virus potranno consentire alla Cina di attenuare il danno alla sua immagine visti gli errori iniziali, non sono sicuro che Pechino possa uscire da questa crisi con reputazione e influenza rafforzate.

Ma l’emergenza può essere un’opportunità per la Cina di espandere la sua debt-trap diplomacy in Europa?

La debt-trap diplomacy è un risultato ampiamente esagerato, applicato solo in pochi casi. L’esempio dello Sri Lanka ha fatto pensare che fosse una core strategy di Pechino. Ma pochi Paesi sono così indebitati con la Cina che sarebbero costretti a fare enormi concessioni come la cessione di un porto. Inoltre, difficilmente si può applicare all’Europa, dove i Paesi sono poco indebitati con la Cina. 

Siamo al sicuro quindi?

Ci sono questioni molto più importanti come il commercio, gli investimenti diretti esteri (inclusa la Via della Seta, ma non soltanto quella) e gli aiuti economici diretti. L’economic statecraft cinese potrà aiutare Pechino a conquistare e influenzare ma anche in questo caso, gli investimenti diretti esteri cinesi sono diminuiti in modo significativo negli ultimi due anni per far fronte alla necessità di investire di più in patria a causa del rallentamento della crescita e anche della reazione globale contro gli investimenti predatori cinesi. I Paesi più in difficoltà prenderanno ciò che potranno ottenere, ma questa crisi non cambierà certe dinamiche strutturali essenziali.

Serve un nuovo Piano Marshall, economico ma anche politico, per rafforzare l’asse Euroatlantico?

Non nel senso di un importante programma di aiuti ad altri Paesi. Le nazioni colpite duramente dalla pandemia cercheranno disperatamente di tenere a galla le proprie economie, non di inviare risorse all’estero. Un’eccezione potrebbe esserci all’interno dell’Unione europea – penso alla Germania soprattutto – sulla possibilità di un significativo sforzo di condivisione della ricchezza per sostenere le economie degli Stati membri più deboli.

Questa emergenza ha dato agli Stati Uniti una seconda possibilità per essere la superpotenza egemonica?

Questa crisi, come tutte le crisi, ha dato alle maggiori potenze la possibilità di fare da guida anticipando il rischio, in parte agendo rapidamente e con decisione nell’affrontarlo una volta che era in atto, e in parte indicando la strada verso una risposta coordinata globale. Ma nessuna ci è riuscita. In tal senso la crisi non ha, almeno finora, generato condizioni in cui l’influenza della leadership americana sia rivitalizzata. 

E quanto all’economia americana invece?

Esistono modi in cui si è espressa la potenza americana, per esempio le azioni piuttosto rapide e massicce della Federal Reserve e lo stimolo successivo del Congresso, e la corsa globale ai dollari come safe harbor in una calamità economica. Quindi, in un certo senso, il potere economico generale degli Stati Uniti e le capacità strutturali hanno dimostrato una capacità di risposta più significativa di altri.

Secondo lei è giunto il momento che gli Stati Uniti di Donald Trump riscoprano il multilateralismo finita l’emergenza? Nonostante l’enorme influenza cinese, per esempio, sulle agenzie delle Nazioni Unite?

In teoria sì, una leadership forte espressa attraverso le istituzioni multilaterali servirebbe molto agli Stati Uniti in questo momento. Una forte azione statunitense contrasterebbe gli sforzi cinesi per ottenere influenza in queste istituzioni.

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