Fa discutere il modello svedese: niente obbligo di stare a casa ma misure di contenimento che vengono rispettate. Nel Paese vive una comunità di 35mila italiani che vivono in ansia, eppure spiega l'ambasciatore italiano a Stoccolma: “Ad oggi si registrano 554 contagi ogni milione di persone, mentre ad esempio nella vicina Norvegia che ha adottato la strategia di lockdown, vi sono 965 casi ogni milione di persone”

La Svezia non segue l’Italia e il resto d’Europa: a quelle latitudini la vita prosegue come sempre o quasi. C’è stata qualche misura di contenimento per l’emergenza coronavirus come lezioni da casa, obbligo a bar e ristoranti di servire solo ai tavoli, divieto d’assembramenti con più di 50 persone, ma si è scelto di evitare il lockdown, sebbene il 31 gennaio scorso ci sia stato il primo caso accertato di contagio e da quel momento ad oggi ci sono stati 5.568 pazienti infetti, di cui 460 in terapia intensiva, e 308 morti. Per capire il perché di questa scelta Formiche.net ha intervistato l’ambasciatore italiano in Svezia, Mario Cospito.

Ambasciatore, quasi tutta l’Europa è in quarantena ma non la Svezia. Come è possibile?

In realtà anche in Svezia hanno adottato misure per il contenimento dei contagi. Ad esempio hanno chiuso le scuole da 16 anni in su e le Università (che in parte continuano a funzionare con l’e-learning); hanno disposto un divieto di assembramento superiore a 50 persone (con previsione di multe e persino reclusione); hanno raccomandato il distanziamento sociale dagli anziani (niente visite negli ospizi) e il rispetto di distanze minime nei supermercati ed in altri luoghi al chiuso. Per il resto la società e l’economia svedese restano “aperte” ed ai cittadini è stato chiesto di essere “responsabili” per evitare ogni occasione di contagio. I dati aggiornati sembrano ancora dare ragione alla strategia svedese, visto che ad oggi si registrano 554 contagi ogni milione di persone, mentre nella vicina Norvegia, ad esempio, che ha adottato la strategia di lockdown, vi sono 965 casi ogni milione di persone.

I nostri connazionali che vivono in Inghilterra si sono sempre detti preoccupati per la scelta inglese e quelli che vivono in Svezia come vivono questo momento?

I nostri connazionali guardano i canali televisivi italiani, leggono i nostri quotidiani e ricevono notizie da parenti ed amici in Italia. È evidente che ciò scatena ansia e preoccupazioni per se stessi e per i propri cari che vivono in Svezia e quindi si è portati a chiedere misure più restrittive come quelle italiane. A ciò si aggiunge l’angoscia di non ricevere adeguate cure nel caso si manifestino sintomi tipici del Covid-19 in quanto in Svezia si viene testati solo quando si è ricoverati in ospedale: cosa che avviene in presenza di sintomi gravi e manifesti.

Voi come ambasciata siete intervenuti?

Sì certo, l’ambasciata è più volte intervenuta per tranquillizzare la comunità, circa 35-40 mila presenze, e in coordinamento con le altre ambasciate dell’Unione ha chiesto che siano garantite le forme di assistenza sanitaria previste per i cittadini europei residenti in Svezia. Stiamo anche seguendo con attenzione singoli casi di contagio ed intervenendo quando sia necessario.

Anders Tegnell, direttore dell’Agenzia di sanità pubblica svedese, ha dichiarato che è una questione di fiducia e di cultura svedese… Ma può essere solo un problema di disciplina?

Conosco bene Tegnell con il quale ho di recente anche avuto un vivace scambio di battute per contestare alcune sue affermazioni sulla situazione italiana. Egli gode della piena fiducia del governo svedese che, di solito, si muove sulla base degli input che lo stesso Tegnell fornisce. Un tipico comportamento in Svezia, descritto in sintesi dal termine in lingua locale “Samförståndspolitik” (Politica del Consenso) e che è alla base del modello sociale che ha reso famoso questo Paese: la fiducia del governo nei confronti di Tegnell è la stessa fiducia dei cittadini nei confronti del governo e delle sue raccomandazioni o decisioni. Faccio un esempio più concreto per spiegarmi: qui in Svezia non vi è una legge che obbliga i genitori a vaccinare i figli contro le note malattie epidemiche: ebbene, il tasso di copertura vaccinale raggiunge quasi il 99% della copertura complessiva (in Italia, pur in presenza di obblighi normativi, i tassi variano tra il 94 ed il 95%).

In Corea del Sud si è scelta la strada del contact tracing, anche in Italia ci si sta attrezzando su questa strada. E in Svezia?

La Svezia potrebbe farlo senza alcuna difficoltà. Ricordo che, proprio insieme alla Corea del Sud e ad Israele, la Svezia registra il più alto tasso di specializzazione high-tech al mondo. La digitalizzazione è efficiente e capillare (qui lo “smart-working” funziona regolarmente in tempi normali, così come le piattaforme di e-learning) e il gioiello industriale locale, la Ericsson, è all’avanguardia mondiale nella tecnologia 5G. Non escludo che sia una possibilità nel prossimo futuro, anche per meglio tracciare gli asintomatici ed i guariti, ma bisogna prima superare la stringente normativa sulla “privacy” che è uno dei cardini del funzionamento del “modello svedese” cui mi riferivo prima.

La quarantena sta mettendo in crisi il sistema industriale italiano, il governo svedese come si sta muovendo? Ci sono aiuti alle imprese?

Gli svedesi tengono molto a garantire il pieno funzionamento del sistema economico. Pur non avendo ancora registrato i picchi del contagio, il governo si è mosso subito approvando misure molto importanti per contrastare lo shock simmetrico in atto. La Banca Centrale svedese (la Svezia non fa parte dell’euro) inietterà sul mercato 50 miliardi di euro per far fronte alla crisi di liquidità delle imprese.

Anche in Svezia come in Italia il sistema si basa sulle piccole e medie imprese. Per loro cosa si è fatto?

Il governo ha varato misure complessive per circa 10 miliardi di euro a sostegno delle pmi in difficoltà, attraverso una garanzia statale alle banche a copertura del 70% dei prestiti che verranno loro concessi. È stata inoltre prevista la riduzione degli oneri sociali da parte dei datori di lavoro nel periodo compreso tra il 1 marzo ed il 30 giugno prossimo. Per venire incontro alle difficoltà degli imprenditori nei settori alberghieri, della ristorazione e dei beni di consumo, è stato introdotto un contributo statale per le spese di affitto dei locali. Sindacati e Confindustria prevedono in 200 miliardi di euro gli aiuti di stato necessari per superare la crisi: una cifra che potrà essere messa a disposizione anche ricorrendo a maggior debito pubblico e senza troppi patemi (la Svezia registra al momento un debito pubblico pari al 37% del Pil).

Ma in definitiva il modello svedese si sarebbe potuto applicare anche all’Italia?

Difficile rispondere a questa domanda. Non vi è dubbio che la Svezia abbia potuto contare su alcuni vantaggi non indifferenti: ha avuto più tempo di noi nel decidere quale strategia adottare ed ha potuto contare per questo anche sull’esperienza italiana. I due modelli di funzionamento sociale sono inoltre diversi, così come la densità di popolazione: è più facile infatti affidarsi a semplici raccomandazioni di distanziamento sociale se si vive in un Paese di 10 milioni di abitanti con una superficie una volta e mezzo più estesa di quella italiana.

Nessun dubbio, ambasciatore?

Forse l’unico che mi assale è sui costi economici e sociali che l’Italia dovrà sopportare se la quarantena dovesse allungarsi troppo nel tempo: ma credo che i costi economici non valgano nemmeno il valore di una vita umana e quindi sono sicuro che il nostro Paese abbia fatto la scelta buona e giusta in questa drammatica situazione.

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