Il numero più grande di vittime del coronavirus è composto soprattutto da anziani, persone, non umanità residua, anzi il pezzo di popolazione più fragile, che esige la cura più attenta e premurosa dal potere pubblico perché non ha la forza di farlo da sola. Quella cura che fa civile un Paese come il nostro

La tivù, che, come tutte le meccaniche terrene – quelle celesti, come ricordava Battiato, hanno tutt’altro paradigma, piuttosto mistico – è implacabile nell’effetto rewind, ci ha sbattuto in faccia qualche frame del prima e del dopo coronavirus. In qualche brandello di malefico talk solo dell’altro ieri, che tanto fa pensare al girone dell’inferno che sarà più frequentato nelle prossime stagioni, quello dei vanitosi, facevano compita illustrazione di sé esperti che rassicuravano con parole, appunto, esperte gli italiani. Dicevano dell’impossibilità che il maledetto morbo potesse infettare l’amato suolo così come stava facendo in Cina: vuoi mettere le abitudini di igiene, il sistema sanitario, le eccellenze come quella lombarda, insomma, non si può far paragone.

Alcuni di quei frequentatori di talk show sono tornati nell’ultimo mese sui luoghi del loro expertise a dire parole opposte: per carità, state chiusi in casa sine die, mascherine, guanti, pugno di ferro per chi se ne va in giro, eccetera. Fargliene una colpa per aver preso sottogamba la questione? Quando mai: è solo constatazione indotta dalla tv, l’elettrodomestico che sta riempendo di spunti la nostra ansia quotidiana.

Comunque a questi ed altri esperti si è rivolto il governo per mentre a punto le misure di prima e di dopo con la tempistica nota e la movimentata varietà di autocertificazioni. Intanto, mentre misuriamo in casa ogni centimetro di mattonella, contendendo con i famigliari l’uscita per la spesa e persino quella per il “conferimento dei rifiuti urbani”, aspettiamo con trepidazione l’appuntamento quotidiano con Borrelli. Ci rincuoriamo con le prime notizie: scende il numero dei contagiati, aumenta quello dei guariti, sono sempre di più quelli che lasciano la terapia intensiva. Bene, siamo sollevati: notizie coerenti con lucette più vicine dell’uscita dall’incubo. No: l’ultimo dato, quasi nascosto, sussurrato, appena citato, quello dei decessi. “Oggi, dieci aprile, 18279, con un tasso percentuale sui contagiati, pari al 12,7%”. E qui ogni entusiasmo crolla. Questo numero maledetto che ci mette in cima alle classifiche di tutto il mondo non ci lascia da quando è iniziata la pandemia.

È lì, ogni sera a raccontarci l’estinzione di una generazione, quasi messo tra parentesi, per non arrecare disturbo al morale, senza che nessuno spieghi in modo convincente perché, a fronte di una media mondiale di decessi del 5,9% nei 208 Paesi colpiti secondo i dati dell’Oms, a fronte del 4% dei decessi in Cina, del 3,2 in America, dove i contagiati sono quasi 400mila, a fronte del 2% in Germania, il numero dei nostri morti resta il più alto e non accenna a diminuire, anche in presenza di una importante flessione dei contagiati e di un incremento dei guariti.

La domanda, sospesa per aria da un mese e adesso riassunta dalla magistratura lombarda, avrà una risposta, speriamo, convincente, che vada al di là delle ovvietà (peraltro poco rassicuranti) raccontate catatonicamente, tipo “siamo un Paese di anziani”, perché la Germania è anziana quasi quanto noi ed ha “solo” 2373 decessi.

Facciamoci questa Pasqua – che avremo difficoltà a dimenticare – in santa pace, conservando un momento per la memoria di queste persone, troppe (se un solo morto è troppo cosa sono 18279?) che abbiamo perduto nel mese in cui abbiamo imparato a conoscere la parola nuova del nostro arresto domiciliare, il lockdown. Ci sono anche medici, forze dell’ordine, infermieri, volontari. Ma il numero più grande è fatto soprattutto di anziani, persone, non umanità residua, anzi il pezzo di popolazione più fragile, che esige la cura più attenta e premurosa dal potere pubblico perché non ha la forza di farlo da sola. Quella cura che fa civile un Paese come il nostro.

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