Fase 2 essenziale e urgente per la Chiesa. Introvigne spiega perché

Fase 2 essenziale e urgente per la Chiesa. Introvigne spiega perché
"Le misure di confinamento credo che siano state ragionevoli, come credo sia ragionevole che, nel calendarizzare le riaperture, non si consideri la religione come un elemento irrilevante. Trovo curioso che le librerie o le palestre siano un luogo più urgente da riaprire rispetto alle chiese". Conversazione di Formiche.net con il sociologo Massimo Introvigne, direttore del Cesnur

Nel passaggio alla fase due della crisi sanitaria, la Cei sta studiando la riapertura al pubblico delle celebrazioni religiose. Ma come sarà la vita cristiana dopo il coronavirus? Nei primi giorni della crisi, sono circolate ipotesi sociologiche come la “teoria del conforto religioso”, in cui si spiega che a seguito di eventi traumatici la fede di un popolo rinasce. Teoria suffragata dal boom ascolti per le messe televisive, o alle iniziative religiose sui social network, animati con grande zelo da sacerdoti, parrocchie e diocesi. Tuttavia, è stato Francesco ad avanzare dubbi sulla sostenibilità di questo approccio, di una “Chiesa viralizzata”, e ci sono versioni anche contrastanti, come per esempio quella formulata dal sociologo e saggista Massimo Introvigne, direttore del Cesnur – Centro studi sulle nuove religioni. Per il quale, “le Messe chiuse a lungo presentano un forte rischio per la Chiesa”, come spiega in questa conversazione con Formiche.net.

Professore, cosa glielo fa pensare?

Quando per ragioni diverse i riti religiosi sono stati chiusi a lungo, poi dopo non necessariamente la gente che si era abituata a non andare in chiesa è ritornata. È successo con la chiusura delle chiese nella Rivoluzione francese, o nel ’26 in Messico. È chiaro che ci sono differenze con l’attuale situazione perché qui non si tratta di una persecuzione da parte di forze politiche ostili, ma di un’epidemia. E si tratta di una chiusura a cui i vescovi hanno acconsentito. Ma al di là delle modalità, la storia ci insegna che se si crea una abitudine, poi in alcune persone questa “disabitudine” rimane.

I vescovi hanno infatti deciso spontaneamente la chiusura, con differenze importanti tra i cattolici, e a un certo punto persino tra le Cei e il Papa. Poco dopo la chiusura il Papa, cercando di conservare un equilibrio delicato, ha invitato i sacerdoti a stare vicini ai malati. 

Ai tempi della rivoluzione francese, nonostante internet non ci fosse, il virus della chiusura delle chiese attaccava un corpo sano, mentre oggi in Italia attacca un corpo già malato. I dati presi all’uscita delle celebrazioni ci dicono che gli italiani che vanno a Messa sono al 17 per cento. Il rischio è che questo sia un colpo duro per la Chiesa. Ma la pandemia è reale, e non ho condiviso le campagne per tenere aperte indiscriminatamente le chiese. Le misure di confinamento hanno dato risultati e credo che siano state ragionevoli, come però credo anche sia ragionevole che, nel calendarizzare le riaperture, non si consideri la religione come un elemento irrilevante. La liturgia è una cosa seria per quella minoranza che ci va. Trovo curioso che le librerie o le palestre siano un luogo più urgente da riaprire rispetto alle chiese.

Ieri Francesco ha parlato del rischio di una chiesa “gnostica” e “viralizzata”, distante dalla familiarità del popolo di Dio. Lei, e glielo chiedo anche in qualità di esperto di gnosticismo, vede questo rischio di cui ha parlato il Papa?

Le parole del Papa sono teologiche, io le ripeto col mio linguaggio da sociologo. La Chiesa non può sopravvivere a lungo in queste condizioni. La Chiesa cattolica in America è classificata tra le religioni liturgiche, che può vivere soltanto attraverso l’assemblea e l’Eucarestia intesa non come celebrazione solitaria del sacerdote. L’essere liturgica e organizzare assemblee è quindi costitutivo della religione cattolica. È evidente che le espressioni religiose di tipo esoterico sopravvivano meglio al divieto di riunioni, perché l’esperienza esoterica o gnostica ognuno la può fare anche a casa sua, e le riunioni non sono essenziali. Ma per il cattolicesimo lo sono, e questo la differenzia dalle altre, compreso il protestantesimo.

Il coronavirus è diventato pandemia e lentamente rischia di avvicinarsi sempre più ai paesi più poveri. Dal suo osservatorio del Cesnur, avverte il rischio che i governi possano usare questo momento per aumentare il proprio potere autoritario?

Il rischio che ho visto di più è quello di cercare capri espiatori, che viene molto facile. Da una parte è vero che le riunioni religiose, specialmente quelle di gruppi di successo che mettono insieme molte persone, sono state veicolo dell’epidemia. Ma dall’altra ci sono state grosse esagerazioni nei confronti di gruppi impopolari. Il primo esempio è quello della Chiesa evangelica di Mulhouse, in Francia, accusata di avere organizzato una grande riunione con persone venute dall’Africa, diffondendo così il virus anche nel continente africano. Lo stesso giorno, nella stessa città di Mulhouse, c’era la visita ufficiale del presidente francese Macron, e le immagini mostrano una folla senza nessun tipo di protezione, mascherina o distanziamento.

Quali sono gli altri casi che le sono saltati più all’occhio?

Un secondo esempio è quello dei neocatecumenali in Campania, attaccati per avere organizzato un ritiro dove certamente il virus è circolato, tanto che uno dei sacerdoti che lo ha organizzato è morto. Ma i vescovi hanno fatto rilevare che l’incontro è avvenuto prima delle misure stanziate dal governo, e lo stesso giorno di quel raduno si è giocato Napoli-Torino con venticinquemila spettatori al San Paolo. L’esempio più macroscopico è poi quello degli attacchi al nuovo movimento religioso coreano Shincheonji. Lì, a una signora infettata, in ospedale hanno diagnosticato una semplice influenza. Tornando a casa, questa ha contagiato altre persone partecipando a riunioni migliaia di membri del suo movimento religioso. Da qui è iniziata una caccia all’untore con tutta una serie di stereotipi contro i nuovi movimenti religiosi, o le cosiddette sette. Ma come negli altri esempi, queste si sono tenuti in giorni in cui le riunioni pubbliche in Corea non erano vietate.

Un eccesso di colpevolizzazione, quindi, o una vera e propria caccia alle streghe.

È vero che gli eventi religiosi sono stati vettori dell’epidemia, ma è anche vero che la grande stampa internazionale ha avuto un occhio di riguardo al contrario per le religioni, e le riunioni religiose sono state attaccate e messe nel mirino molto più di quanto avvenuto per riunioni politiche o avvenimenti sportivi. Si criticano più i neocatecumenali per avere organizzato un piccolo ritiro che l’Uefa per avere insistito perché Atalanta-Valencia si giocasse, che è stata definita una vera bomba epidemiologica. Nei paesi in via di sviluppo, o con un sistema sanitario non perfetto, vediamo fenomeni simili. In India, ad esempio, alcuni estremisti del nazionalismo indù hanno attaccato in maniera strumentale uno dei più grandi movimenti missionari musulmani del mondo, i Tabligh. Si profitta dell’epidemia per restringere ancora i diritti delle minoranze.

Abbiamo visto nelle cronache italiane la polizia entrare bruscamente in chiesa per interrompere le messe, e sacerdoti scusarsi per riti svolti con poche persone sul sagrato, quando davanti ai supermercati si contano ogni giorno centinaia di persone. In Italia ci sono state delle violazioni della libertà religiosa?

Io sono molto cauto su questo, perché il supermercato era autorizzato ad operare e la chiesa non lo era, né dal decreto del governo né dai vescovi. I vescovi avevano dato indicazioni di rispettare scrupolosamente quelle dell’autorità pubblica. Detto questo, modus in rebus: ci sono stati eccessi di zelo e di punizione nei confronti delle attività religiose da parte della polizia. Una parte dell’apparato statale e dei media ha guardato alle violazioni delle riunioni religiose con particolare malevolenza rispetto alla grigliata fra parenti o alla corsa dei membri di una società sportiva.

In questi giorni si parla dell’alta mortalità nelle case di riposo per anziani. Si tratta di errori dovuti più all’impreparazione, oppure a una concezione dell’uomo che distingue vite di serie a e di serie b, di cui si sta ormai da tempo “infettando” tutto l’Occidente?

Il fenomeno è mondiale, negli Usa si parla di settemila morti e lo stesso è accaduto nelle case di riposo in Canada. Nella stampa francese ci sono inchieste ogni giorno sui numeri molto più alti di quelli ufficiali dei morti nelle case di riposo. Credo che abbia ragione il Papa quando ha criticato la facilità con cui posteggiamo i nostri anziani nelle case di riposo senza molto controllare come funzionano. In Oriente le persone sono molto più restie a mettere gli anziani nelle case di riposo e fanno il possibile per tenerseli in casa. Bisogna perciò dire che dal Canada agli Stati Uniti all’Italia il sistema delle case di riposo si è mostrato inefficace. Sono luoghi dove lavorano tante brave persone però abbiamo visto che sono istituzioni che non sono pensate per proteggere i loro ospiti da crisi o malattie serie. Mi auguro che questa tragedia, che sta spazzando via una parte importante di anziani, sia un’occasione per riflettere sull’istituzione della casa di riposo, su come debba essere ripensata in modo diverso non solo da chi la gestisce ma da tutta la società.

La Cei ha chiesto che ci si possa arrivare quanto prima alla riapertura delle celebrazioni in Italia. Come potrà avvenire questa fase due per la chiesa, e soprattutto cosa potrebbe cambiare?

Quello che credo tutti possano condividere nelle dichiarazioni della Cei è che la religione è un servizio importante, non meno nella libreria o del negozio di abbigliamento o della palestra. La religione è un bisogno essenziale dell’uomo, e del resto le statistiche ci dicono che in Italia gli atei e gli agnostici sono nettamente minoritari, intorno al 7 per cento secondo miei dati. E come tale va trattato. Naturalmente si devono fare i conti con le indicazioni dei medici. Serviranno misure di distanziamento, i preti dovranno dire qualche Messa in più, ci saranno limiti al numero degli ingressi, e qualcuno verrà rimandato a casa e pregato di venire alla messa successiva. Ma non è che le chiese prima dell’epidemia fossero prese d’assalto da folle tali che impedivano di sedersi.

Quindi non dovrebbe essere difficile tornare alla fase due.

Penso che le misure di distanziamento nelle chiese non siano di difficilissima applicazione. Meno ancora per le messe feriali, spesso semi-deserte ma che tuttavia sono un’esigenza per esempio per chi vuole pregare per le persone morte durante l’epidemia, partecipando ad un sacrificio eucaristico e chiedendo al sacerdote di dire una messa per i loro cari. Normalmente capita che in alcune chiese studiate per mille persone vi partecipino venti, dieci, talvolta cinque persone. Per questo, quella del distanziamento con la mascherina, è una soluzione facilmente adottabile.

ultima modifica: 2020-04-19T09:30:28+00:00 da Francesco Gnagni

 

 

 

  • montefeltro

    introvigne è ambivalente