La pandemia del nuovo coronavirus ha mostrato di avere ricadute anche di natura politica e geopolitica. Ora più che mai, l'Occidente si deve mostrare unito. Quale migliore organizzazione della Nato? Il punto di Andrea Manciulli ed Enrico Casini, rispettivamente presidente e direttore di Europa Atlantica

L’emergenza globale del Covid-19 sta mettendo a dura prova tutto il sistema internazionale, con nuove potenziali divisioni. Le sue ricadute sono già evidenti e potranno diventare sempre più gravi. Oltre alla crisi sanitaria e alla conseguente emergenza generata in tutti i Paesi del mondo, vi sono contraccolpi sempre più pesanti sull’economia, che mettono a rischio attività pubbliche, produzioni industriali, mercati finanziari, turismo e traffico aereo. Tutto questo potrà assumere sempre di più le caratteristiche di una crisi di natura politica e geopolitica dalle ricadute imprevedibili.

Il mondo che viviamo, per quanto globale, interconesso, interdipendente, è oggi più diviso di quanto non fosse qualche anno fa. Prima dell’esplosione di questa emergenza stavamo vivendo una stagione di forte tensione, soprattutto tra Cina, Russia e Stati Uniti, con un forte ritorno alla competizione tra Paesi e un equilibrio sempre più multipolare. L’impatto della pandemia a livello internazionale, proprio per l’equilibrio instabile precedente alla sua esplosione, potrebbe comportare una serie di cambiamenti ed effetti di natura economica e geopolitica, a partire dal rischio, esaurita la crisi, che la prima vera vittima illustre della malattia possa essere la stessa globalizzazione, per come almeno l’avevamo conosciuta fino ad oggi.

Infatti se già da anni il processo di globalizzazione sembrava essere entrato in una fase diversa, soprattutto con l’esplosione della nuova competizione tra Usa e Cina, dopo una simile crisi potrebbe uscirne ancora di più ridimensionato. Oltre che per il rallentamento della crescita globale, soprattutto se dopo la crisi dovesse seguire una recessione economica grave, se gli Stati dovessero cercare soluzioni in chiave sovranista e protezionistica, l’epidemia potrebbe di conseguenza influire sul clima di conflittualità e tensione tra i Paesi, incidendo sulla libertà circolazione di beni e persone, ma anche sulle filiere di produzione e distribuzione, sulle catene globali del valore, sugli investimenti. Per effetto della paura del contagio, anche in futuro, e della chiusura dei Paesi all’esterno, per le possibili ricadute socio-economiche della recessione, potremmo assistere a una crescita del nazionalismo come reazione all’insicurezza e alla paura e delle rivalità internazionali, e poi veder aumentare persino l’instabilità politica interna dei singoli Paesi.

Un aggravamento dell’epidemia, o una crisi economica molto grave, potrebbero inoltre indebolire le leadership nazionali, oggi impegnate nella lotta contro il virus, e facilitare non solo scelte di politica interna orientate al sovranismo e all’isolazionismo, ma anche eventuali forme, più o meno marcate, di deriva autoritaria, per rispondere alla paura e al desiderio di sicurezza crescenti o all’instabilità interna. Inoltre nell’emergere di nuove tensioni e conflitti tra Paesi confinanti potrebbe palesarsi l’impotenza delle grandi organizzazioni internazionali nel mantenere dialogo e cooperazione, con la conseguente crisi del multilateralismo fino a oggi conosciuto e delle sue istituzioni.

L’Unione europea, per esempio, appare già oggi in difficoltà e potrebbe uscire molto compromessa da una simile situazione. In crisi di consenso e di autorità da anni, per ora molto marginalizzata nella gestione dell’emergenza, incapace di incidere nelle scelte dei singoli governi tanto da dover subire di fatto la sospensione di Schengen e chiudere tutta l’Unione all’esterno per 30 giorni, potrebbe pagare caramente le conseguenze del coronavirus. Diventa decisivo la capacità e la rapidità con cui l’Ue potrà agire a livello economico per sostenere l’economia continentale e i Paesi più in difficoltà, superando le ostilità degli alfieri dell’austerità, liberando ingenti risorse e sospendendo il patto di stabilità. Senza un ruolo forte in Europa delle autorità pubbliche sarà molto difficile superare gli effetti sociali, sanitari ed economici di questa emergenza epocale e sostenere con forza il rilancio dell’economia anche difendendo gli asset strategici europei. Si tratta di un cambio di paradigma oggi necessario.

Nel crescere di egoismi e divisioni e nel ritorno di nuovi particolarismi, non diversi da quelli già emersi durante le crisi migratorie degli anni scorsi, ma forse ancora più gravi, alcuni paesi europei più esposti per affrontare la crisi potrebbero essere tentati di cercare sostegno anche altrove, fuori dalla stessa Unione. Oppure potrebbero cadere vittima della disinformazione e della propaganda orchestrata da altri Paesi ostili, intenti nel dividere l’Europa acuendo le divisioni già presenti e soffiando sul fuoco del nazionalismo e del rancore reciproco. Potenze straniere, interessate da tempo a introdursi nel campo europeo e sfilare alcuni dei paesi maggiori dalla sfera di influenza Atlantica ed europea, potrebbero attivarsi per condizionare le scelte di questi paesi nel mirino, sfruttando sia la debolezza politica dell’Unione che il clima emergenziale prodotto dalla pandemia nelle opinioni pubbliche nazionali.

Ma la crisi potrebbe non risparmiare nemmeno le grandi potenze. A partire dalla Cina, intenta a rilanciare la propria immagine globale attraverso il suo soft power, per fugare i rischi legati al possibile danno reputazionale dell’epidemia, e per limitare i danni del crollo della produzione industriale e dell’export. Attualmente la Cina sta provando a promuoversi come modello nel contrasto del virus, offrendo le proprie tecnologie e i propri aiuti ai paesi oggi in crisi. Le finalità potrebbero essere in qualche modo il tentativo di recuperare spazi di azione, dopo mesi di crisi, rilanciare i propri interessi strategici soprattutto in campo tecnologico, infine, tentare di uscire dall’angolo dopo i mesi duri del conflitto commerciale con gli Usa.

Gli atri Paesi che negli ultimi anni hanno tentato di svolgere un ruolo di potenza, globale o regionale, al momento paiono più marginali rispetto a questa crisi. La Russia per ora sembrerebbe meno coinvolta nell’emergenza. Non dubitiamo però che, appena sarà possibile, Vladimir Putin proverà a far giocare un ruolo più geopolitico al suo Paese, approfittando anche delle difficoltà degli altri. Anche l’India è rimasta per ora meno coinvolta dall’epidemia, ma si teme che il virus possa allargarvi rapidamente il suo contagio, in un paese di un miliardo e 300 milioni di abitanti che negli ultimi anni è molto cresciuto, ma che non manca numerose fragilità sociali e grandi diseguaglianze interne.  Infine in Medio Oriente, dove la diffusione del virus è già presente in molti paesi, al momento però, il paese più colpito è l’Iran. Già in crisi da tempo, immerso in una fase molto delicata per il regime, con il rischio che le frange più estremiste possano riprendere il potere, l’Iran potrebbe pagare un prezzo carissimo da questa crisi.

Anche gli Usa sono in questo momento direttamente coinvolti dall’emergenza. In prospettiva, purtroppo, anche a causa delle difficoltà e dei limiti del sistema sanitario nazionale, gli effetti a livello socio-sanitario potrebbero essere pesanti. Non a caso il presidente Donald Trump, dopo aver inizialmente avuto atteggiamenti ambigui sul virus, incalzato dalle polemiche e dall’opinione pubblica nazionale sempre più preoccupata, ha chiuso i voli con l’Europa, suscitando lo stupore e le proteste degli Europei, e ha prodotto una svolta repentina mettendo l’emergenza Covid-19 al primo posto tra le priorità del governo federale. Dichiarata emergenza nazionale ha anche annunciato misure economiche di grande impatto per arginarne le conseguenze, dato il rischio di una recessione economica.

Incertezza e paura per gli effetti economici di questa pandemia potrebbero aggravare il clima di instabilità nei mercati, mentre l’isolamento, le tensioni crescenti con tra i paesi e la chiusura dei confini potrebbero favorire sempre di più misure tendenti al “sovranismo” economico in tutto il mondo. Se il motore americano, dopo quello cinese, dovesse andare in affanno sarebbe un danno molto pesante per tutta l’economia mondiale. Trump cercherà sicuramente di arginare gli effetti di un simile rischio, se non altro per evitare conseguenze anche sulle imminenti elezioni presidenziali. Dipenderà molto da come giocherà le sue carte nei prossimi giorni soprattutto sul versante del contrasto all’epidemia, ma dipenderà anche dal modo in cui si relazionerà al resto del mondo.

L’atteggiamento che gli Usa decideranno di avere verso gli altri Paesi sarà decisivo: sia verso Cina e Russia, ma anche verso gli alleati, a partire dai membri della Nato. Di sicuro tra gli effetti di natura geopolitica che l’emergenza potrebbe avere sono ipotizzabili anche un aumento della tensione e della competizione tra le grandi potenze e in particolare tra gli Usa e la Cina. Ecco perché la reazione occidentale è molto importante in questo delicato frangente.

Nel campo occidentale l’assenza di una forte guida statunitense, in una fase così delicata, potrebbe inevitabilmente aumentare egoismi e divisioni, anche internamente all’Europa, indebolire l’asse atlantico e favorire sbandamenti improvvisati. Mettere a rischio settanta anni di alleanze è un rischio troppo grande da correre, anche perché potrebbe lasciare spazi di azione agli altri. Per tutte le implicazioni di natura geopolitica e per i rischi alla sicurezza  collettiva che questa crisi può produrre, e per tutelare i comuni interessi, potrebbe essere utile l’ipotesi di coinvolgere di più anche la Nato in questa emergenza al fianco dei singoli paesi e dell’Unione Europea.

La Nato non è solo un’Alleanza militare, ma anche un ampio consesso politico. In questo momento critico, con alcuni suoi membri molto esposti, potrebbe diventare una sede utile per costruire coordinamento e collaborazione tra le due sponde del’Atlantico, non solo per mettere in campo misure efficaci condividendo mezzi, competenze, risorse, ma soprattutto per costruire una risposta politica e strategica che tenga insieme Stati Uniti ed Europa.

In caso contrario, senza un forte impegno transatlantico, chi rischia di più dall’assenza di una politica di collaborazione tra i paesi occidentali sono soprattutto gli Europei. Questo è un tema che non dovrebbe stare a cuore solo ai diretti interessati, ma anche a chi, per molti decenni, ha vegliato sulla stabilità e l’unità del Vecchio Continente. Ecco perché un coinvolgimento della Nato (organizzazione in cui gli Usa siedono al fianco dei Paesi europei), da capire in che forme e sulla base di quali procedure, potrebbe essere una possibilità da valutare. E sui cui, proprio i leader europei, dovrebbero insistere, a partire dal nostro Paese.

Del resto questa emergenza è paragonabile per gravità a una guerra. Ogni guerra può produrre, tra le sue conseguenze, anche cambiamenti di natura politica e geopolitica. Nello specifico, questa potrebbe contribuire a destabilizzare ancora di più gli equilibri globali, anche per le pesanti ricadute economiche, e addirittura vedere l’Occidente più diviso e indebolito. Per evitare questo rischio può essere necessaria una strategia promossa dai grandi Paesi atlantici, a livello politico ed economico, per affrontare sotto tutti i punti di vista questa emergenza e i suoi possibili effetti.

Per il suo ruolo e la sua storia, per il suo rapporto storico con gli Usa e per la sua posizione geopolitica, un Paese come l’Italia potrebbe avere molti vantaggi da un protagonismo maggiore della Nato a fianco delle altre istituzioni europee nella lotta al coronavirus.

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