Il presidente della Consob, economista ed ex ministro racconta decenni di amicizia e rapporti professionali con il grande giurista, scomparso a 97 anni

Ieri notte è venuto a mancare a 97 anni Giuseppe Guarino. Era uno dei miei Maestri di sapere e di vita. Intelletto dirompente e spirito vivace, non a caso napoletano, ha impresso in me un marchio indelebile. Il nostro rapporto culturale è stato costante e contraddistinto da vicende incrociate: in Banca d’Italia, di cui era il vero consigliere occulto nell’epoca Carli, in Impregilo, quando subii una persecuzione legale per essermi dedicato a sciogliere una drammatica crisi societaria, al Ministero dell’industria, dove raccolsi la sua validissima eredità per la riorganizzazione delle partecipazioni statali.

In Banca di Roma, quando curai con lui l’opera omnia su Guido Carli e, infine, dopo la crisi finanziaria del 2008, quando si stabilì tra noi un dialogo costante e intensi scambi di giudizi sul futuro dell’euro e dell’Unione europea. Tra noi ci fu un solo momento di tensione, quando nel 2015, sfiduciato, decisi di interrompere la mia vita pubblica dedicandomi agli studi e a coltivare in modo autonomo la comune battaglia per un’architettura istituzionale europea migliore. Mi ripeteva d’essere cauto perché il Paese aveva bisogno di me, suscitando mie scettiche ironie. Eppure ancora una volta aveva ragione perché così accadde, non certo però con gli effetti positivi per il Paese che lui si attendeva.

Guarino era un costituzionalista, un amministrativista e un esperto di diritto pubblico dell’economia di pari valore, ricevendo riconoscimenti ufficiali a livello universitario e non solo a quel livello. Era un caso unico tra i giuristi. La Costituzione era il suo punto di riferimento e ogni giudizio si rifaceva al dettato scelto dai Padri fondatori della Repubblica.

In tal senso va interpretata la battaglia politica che intraprese con le scelte europee non meditate e tutte concentrate sulla stabilità senza il giusto equilibrio con la crescita reale, oggetto degli scopi dell’Unione. Pronunciò giudizi feroci nei confronti di Mario Monti per aver accettato l’accordo di fiscal compact che, per fortuna, altri paesi si rifiutarono di approvare e non entrò mai in vigore. Fu profondamente amareggiato quando il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, suo allievo e amico, non gli rispose quando gli indirizzò le sue critiche serrate a questa scelta che aveva asseverato.

Nel ricordo che il Corriere della Sera ha dedicato alla sua scomparsa, viene presentato come europeista convinto. È un riconoscimento dovuto, ma non mette in evidenza che cosa ciò significa per lui, che viene accomunato alla linea di accondiscendenza seguita dal quotidiano alle lacune esistenti nell’architettura istituzionale e alle scelte deflazionistiche che Guarino aveva costantemente combattuto. Egli distingueva gli europeisti riformatori, uno sparuto gruppo al quale apparteneva, dagli europeisti conservatori, il gruppo dominante che, a mala pena, accettava di considerare europeisti, essendo solo conservatori, di una conservazione contro cui aveva lottato tutta la vita appartenendo a una sinistra umanistica, non ideologica, né opportunista.

Le sue esperienze e relazioni internazionali erano immense. Spero che la famiglia voglia aprire quanto prima il suo archivio agli studiosi, per mettere a disposizione della politica il patrimonio di riflessioni che tornò così utile al Paese dal primo dopoguerra in poi. Perciò la sua scomparsa, più che chiudere un’epoca, ne apre un’altra. Perciò continueremo a essergli grati.

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