Lo US Space Command ha denunciato un nuovo test russo di capacità anti-satellite. È solo l’ultimo esempio di un crescente attivismo nello Spazio, ormai divenuto a tutti gli effetti un dominio operativo. Tra Cina, Russia e persino India, ecco come cambia la competizione extra-atmosferica

Le Guerre stellari sono ormai una realtà. Tra missili capaci di colpire infrastrutture in orbita, satelliti usati come spie di assetti extra-atmosferici e droni in grado di agganciare sistemi satellitari, lo Spazio è divenuto un terreno di confronto militare.

LA DENUNCIA DELLO SPACE COMMAND

I riflettori sulle guerre spaziali si sono riaccesi lo scorso mercoledì, quando il generale John Jay Raymond, comandante dello Us Space Commmand ha denunciato l’ultimo test di capacità anti-satellite da parte della Russia: “Un altro esempio di come le minacce ai sistemi spaziali degli Stati Uniti e degli alleati siano reali, serie e crescenti”. Secondo il comando americano, il sistema missilistico testato dai russi sarebbe capace di distruggere satelliti nella bassa orbita terrestre, una capacità da sommare a quelle messe in luce dallo stesso SpaceCom a febbraio. Allora, i satelliti Cosmos-2542 e Cosmos-2543 manifestavano “caratteristiche di armi spaziali”, conducendo “manovre in prossimità di satelliti del governo americano che sarebbero da interpretare come irresponsabili e potenzialmente ostili in ogni altro dominio”.

TRA ATTACCHI E SPIONAGGIO

I casi in questione rappresentano i due principali scenari di guerra spaziale: l’attacco a satelliti tramite missili partiti da terra (direct ascent Asat); e l’avvicinamento a infrastrutture in orbita mediante satelliti per spionaggio o per disturbo (in questo caso sono co-orbital Asat). La seconda opzione resta al momento la meno dimostrata, ma non per questo meno credibile. Mentre i test Asat da terra (anche tramite il lancio da velivoli) registrati sono ormai numerosi, le manovre di prossimità (per spiare o per colpire) sembrano ancora a uno stadio primordiale. Eppure, la minaccia non è da sottovalutare. Proprio gli Stati Uniti hanno realizzato con successo lo scorso marzo una missione di Mission exstension vehicle (Mev) di un satellite mediante un drone spaziale, dimostrando la possibilità di intervenire su un oggetto orbitante modificandone l’orbita con precisione. Come spiegava su queste colonne l’esperto Marcello Spagnulo, la mossa è stata anche geopolitica, visto che il satellite agganciato dal drone (l’Intelsat 901) era lo stesso che nel 2015 sarebbe stato avvicinato dal collega russo Luch per essere spiato.

LA DETERRENZA NELLO SPAZIO

È della partita anche la Cina, con un programma spaziale completo e dotato pure degli aspetti prettamente militari. Il campo è d’altra parte attraente. Nello Spazio si trovano infrastrutture da cui dipende gran parte dei servizi sulla Terra, compresi quelli più strategici per la sopravvivenza e la sicurezza di uno Stato. Si tratta per lo più di sistemi pensati per un’area esterna al confronto “terrestre”, e dunque piuttosto esposti ad attacchi di malintenzionati, soprattutto ora che lo sviluppo tecnologico ha reso più concreta l’ipotesi di una guerra extra-atmosferica. Per le superpotenze, mentre ci si impegna a studiare come difendere questi preziosi assetti, si ragiona anche sullo sviluppo di simili capacità di attacco. Il tutto avviene nella più classica logica delle deterrenza, in barba al trattato Onu sull’uso dello Spazio del 1967, documento, ormai superato, che stabilì il divieto di porre in orbita o installare armi nucleari e di distruzione di massa nell’outer space.

STORIA DELLE CAPACITÀ ASAT

Da diversi anni, infatti, Stati Uniti, Russia e Cina hanno capacità Asat. Per gli americani, il primo test sarebbe da rintraccare nel 1985 tramite un missile aviolanciato (l’Asm-135). Per i russi, gli studi su tali capacità (come modifica di missili balistici) sarebbero iniziati negli stessi anni. L’avvio del programma attuale Nudol (PL-19 per la nomenclatura Usa) è invece da rintracciare, secondo un report di Jane’s, nel 2011. Dal 2014, i test del missile sarebbero stati una decina, compreso l’ultimo di qualche giorno fa, quello denunciato da Raymond. La Cina è arrivata dopo, con un primo test nel 2007, con l’abbattimento di un satellite non più attivo che provocò non pochi problemi in termini di debris. A marzo dello scorso anno si è aggiunta l’India, dichiarando il successo del test di un nuovo sistema balistico che sarebbe riuscito ad abbattere un satellite in orbita bassa.

LA SPACE

È proprio l’attivismo delle altre potenze che ha spinto gli Stati Uniti alla creazione della Space Force, la sesta forza armata, tutta dedicata allo Spazio. È realtà dallo scorso dicembre, quando il presidente Donald Trump ha firmato il budget destinato alla Difesa per l’anno in corso, contenente i primi 40 milioni di dollari per il nuovo strumento militare. Per il prossimo anno, il Pentagono ha già chiesto 111 milioni, anche se c’è da tener conto soprattutto dei 15,4 miliardi messi a bilancio dell’Air Force, chiamata a un trasferimento di competenze e personale che non sembra indolore. Risorse spiegate dai vertici americani con l’esigenza di fronteggiare la competizione crescente di Russia e Cina in uno Spazio strategico ma sempre più ricco di minacce.

IL TREND SPAZIALE

Per gli stessi motivi, lo scorso settembre, è stato attivato lo Space Command quale undicesimo comando unificato e combatant degli Stati Uniti. Seppur autonomo rispetto alla Space Force (con un coordinamento ancora da capire), ha senza dubbio segnalo il trend. Sempre a settembre è entrato infatti in operatività il Comando spaziale francese, voluto da Emmanuel Macron e inserito nell’Aeronautica militare transalpina. A dicembre è arrivato poi l’inevitabile riconoscimento da parte della Nato, nel summit dello scorso dicembre, dello Spazio quale dominio operativo a tutti gli effetti, suscettibile cioè di attivazione della clausola di difesa collettiva prevista dall’articolo 5 del Trattato del nord Atlantico.

Condividi tramite