Il "buco nero" da un miliardo di dollari in "regali" da Paesi stranieri ai college americani. I media britannici che cancellano le sezioni di propaganda cinese. Usa e Regno Unito si muovono contro l'influenza di Pechino. In Italia invece...

Media e università sono nel mirino del soft power cinese, decisivi per il riscatto internazionale sul coronavirus. Il Clarion Project ha rivelato che college e università in tutta America non hanno dichiarato circa un miliardo di dollari in “regali” dall’estero tra il 2013 e il 2018. Un buco nero che coinvolge Paesi come Qatar, Russia, Arabia Saudita ma soprattutto la Cina, decisa ad allargare la sua sfera di influenza attraverso gli istituti Confucio.

La ricerca del Clarion Project, rilanciata anche da Nikki Haley (che secondo molti commentatori potrebbe essere la running mate a novembre del presiedete uscente Donald Trump), dimostra che gli Stati Uniti hanno acceso un faro. E lo stesso è stato fatto nel Regno Unito. Infatti, il Telegraph, giornale molto vicino al governo di Boris Johnson che in passato ne è stato corrispondente da Bruxelles, ha deciso di non pubblicare più, dopo oltre dieci anni, la sezione China Watch, finanziata da China Daily, uno dei giornali del Partito comunista cinese, e curata da giornalisti aderenti alla propaganda cinese. Inoltre, è sparita dal sito web del Telegraph anche la sezione con i contenuti del People’s Daily, il quotidiano ufficiale del Partito comunista cinese. Ecco i titoli di alcuni articoli cancellati: “Perché alcuni definiscono gli eroi sforzi cinesi per fermare il coronavirus come disumani?”, “La medicina tradizionale cinese aiuta a combattere il coronavirus” e “L’epidemia di coronavirus non è un’opportunità per segnare punti contro la Cina”.

Si tratta di una decisione, sottolinea il Guardian, maturata in una fase in cui il ruolo e il comportamento di Pechino nella pandemia di coronavirus sono finiti nel mirino dell’Occidente. In particolare, ci sono finite le operazioni mediatiche per rafforzare l’immagine della Cina agli occhi degli occidentali. Il Telegraph non ha commentato la decisione. Ma in tempi di crisi dell’editoria (sia per le copie vendute, sia per la pubblicità) rinunciare a un accordo da 750.000 sterline l’anno (come raccontato da Hong Kong Free Press) è una scelta quantomeno coraggiosa. Come gli articoli della corrispondente dalla Cina del Telegraph, Sophia Yan, che nelle ultime settimane ha puntato il dito contro il regime cinese per la gestione dell’epidemia, e gli attacchi contro contro chi in Occidente ha dato sponda a Pechino (“La sinistra è diventata utile covidiota della Cina”, si intitola un suo duro commento firmato da Ieuan Joy).

Sembra che sulla decisione del Telegraph abbiano pesato alcune ragioni di sicurezza nazionale. Basti pensare che, scrive il Guardian, 007 inglesi avrebbero avvertito Downing Street della “grave” manipolazione dei dati sui cittadini cinesi morti a gennaio e febbraio.

Anche Wall Street Journal, Washington Post e New York Times – tre testate i cui giornalisti sono stati cacciati dalla Cina – hanno sospeso le pubblicazioni pagate dai media di Stato cinesi. Tutti e tre senza commentare. “Accordi simili per la ristampa pagata della propaganda cinese sono stati stipulati con giornali di tutto il mondo, compresi giornali in Australia, Francia e Germania”, scrive il Guardian.

Ma anche in Italia. Il caso delle quattro pagina di Focus China pubblicate domenica dal Sole 24 Ore è soltanto l’ultimo di una lunga serie di risultati della penetrazione della propaganda cinese nei media italiani raccontata da Formiche.net. Che sia arrivato il momento di un’operazione trasparenza anche sul valore e sui dettagli di quegli accordi?

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