Intervista esclusiva a Corrado Passera, fondatore e ceo della banca Illimity e promotore di Reopenitaly.it. Su Colao dice “non poteva esserci scelta migliore ma non sia foglia di fico”. “L’Italia - spiega - ha il potenziale per giocarsela meglio degli altri”

“Il rilancio economico va fatto con riaperture graduali, piani di settore e investimenti di medio periodo”. A sostenerlo inquesta conversazione con Formiche.net Corrado Passera, già ministro dello Sviluppo Economico con il governo di Mario Monti, il fondatore di Illimity e promotore di Reopen Italy. Bene la task force sulla ricostruzione e “non poteva esserci scelta migliore di Vittorio Colao”. Quello che serve all’Italia? “Una politica saggia che premi l’imprenditoria coraggiosa, che sappia gestire le transizioni e che sappia formare le nuove competenze”.

La pandemia è stato un evento del tutto inatteso e che sta mettendo a dura prova le economie nazionali ed anche gli equilibri che negli ultimi decenni si erano consolidati. Pensa sia la fine della globalizzazione?

Non lo credo e non me lo auguro, visto che l’Italia è uno dei Paesi che può maggiormente avvantaggiarsi dalla globalizzazione a patto, naturalmente, di sapersi attrezzare adeguatamente. La globalizzazione perché produca benefici sostenibili va ovviamente gestita e non sempre la politica si è dimostrata all’altezza, né a livello italiano né a livello europeo. La tecnologia spingerà verso maggiore globalizzazione, i nazionalismi freneranno, talvolta anche con qualche motivazione valida. Mi aspetto comunque che continuino i rientri di attività produttive precedentemente delocalizzate e che in futuro le catene di fornitura vengano maggiormente articolate a livello globale per ridurre i rischi di blocco che abbiamo recentemente vissuto. Gli Stati dovranno inoltre preoccuparsi di poter sempre disporre delle dotazioni sanitarie essenziali.

Nel nostro Paese sembra si stia giocando una sorta di secondo tempo della Guerra fredda. Invece dell’Unione Sovietica, oggi ad insidiare il posizionamento internazionale dell’Italia c’è la Cina. Come giudica il protagonismo di Pechino? La risposta americana le sembra all’altezza? Dal punto di vista dell’interesse economico nazionale, che consiglio darebbe al governo?

Siamo passati in pochissimi anni dal G-20 a un sostanziale G-Zero: tutti contro tutti o, quanto meno, ciascuno pensi a sé. Il depotenziamento dei meccanismi e delle istituzioni sovranazionali è stato un errore che dovremo riaggiustare. In questa situazione di grande disordine e di grande rischio, mi auguro che la Ue sappia comportarsi da grande potenza, pena confermare la sua irrilevanza sul piano geopolitico. L’alleanza profonda tra le democrazie – Eu e Usa prima di tutte – deve essere ribadita e rafforzata. In questo contesto confermato, una Europa forte con una Italia protagonista al suo interno, può e deve favorire rapporti di collaborazione – da pari a pari – anche con Cina e Russia. Una Europa con questa forte personalità può proporsi anche come interlocutrice credibile dei mondi emergenti.

La linea tracciata a Bruxelles dall’Eurogruppo le sembra una risposta adeguata? Quali interventi suggerirebbe?

Per ora è stato uno spettacolo abbastanza deprimente: mancanza di visione e di determinazione, lentezza decisionale, egoismi. Per ora la risposta complessiva è stata insufficiente nelle quantità e troppo farraginosa nelle modalità. Da tempo mi auguro un colpo d’ala delle leadership europee per ricreare i presupposti della crescita e della nostra stessa sovranità. La Ue potrebbe esprimere un dinamismo e una sostenibilità persino superiori agli Stati Uniti e alla Cina, ma serve un innesco potente: un programma di investimenti “federali” accelerati di alcuni trilioni di euro in infrastrutture, innovazione e istruzione. “Federali” nel senso che andrebbero decisi e gestiti a livello comunitario e finanziati in maniera solidale: se con Eurobond o attraverso la Bei, poco importa. Il nuovo debito “federale” non dovrebbe mutualizzare nessun debito pubblico pregresso, ma finanzierebbe solo nuovi investimenti per creare la più ricca e sostenibile area economica del mondo! L’attuale piccola politica, se dovesse perdurare, ci ridurrebbe invece velocemente a vaso di coccio tra le grandi potenze e farebbe il gioco di populismi ed estremismi anti europei.

Il governo ha varato diverse misure a sostegno dell’economia ed in particolare per garantire la liquidità alle imprese. In molti temono che sia troppo poco e che la burocrazia rischia di rallentare quello che è un processo urgente di finanziamento alle pmi. È stato fatto tutto il possibile?

Sono state mobilitate, sulla carta, risorse rilevanti, ma temo che senza alcune semplificazioni non arriveranno né in quantità sufficiente né abbastanza velocemente a famiglie e imprese. I sussidi alle famiglie che hanno perso il reddito in questi mesi vanno pagati subito, sulla base di autocertificazioni, e se qualcuno ne abuserà andrà successivamente punito. I prestiti straordinari alle imprese devono, pure, essere quasi “automatici” con durate più lunghe e garanzia totale – almeno fino a certi ammontare – più alti rispetto a quelli attualmente previsti. Fare aspettare tutti gli imprenditori che stanno tenendo duro per rendere la vita difficile agli imbroglioni è poco saggio. Passare per vere e proprie istruttorie creditizie, accordi sindacali preliminari, garanzie e pareri a più livelli significa, secondo me, non aver capito quanto urgenti sono gli interventi. Nella conversione in Parlamento e nei decreti attuativi spero si possano introdurre miglioramenti sostanziali.

Conte ha voluto avviare la cosiddetta fase 2 varando una task force presieduta da Vittorio Colao. Cosa possiamo attenderci? Cosa consiglierebbe?

Non poteva esserci scelta migliore di Vittorio Colao. Gli altri componenti della task force che conosco sono pure di grande competenza ed esperienza. Avere un gruppo di persone qualificate che mantengano visione d’insieme e guardino anche al medio periodo è indispensabile in situazioni come questa. Spero che sia garantita una vera interlocuzione con i troppi centri decisionali che oggi operano in modo spesso scoordinato sia al centro che in periferia e che la politica utilizzi fino in fondo queste competenze non usandole solo come foglie di fico.

Da Ministro dello Sviluppo economico è stato protagonista di molti provvedimenti dalle infrastrutture all’energia, dagli incentivi alle frequenze e in particolare ha avviato per primo la normativa a favore delle start-up. Oggi torna all’impegno civile con Reopen Italy. Quale ricetta propone?

Il Piano che si può leggere su Reopenitaly.it è un contributo alla politica che viene dalle proposte di moltissime persone. È un Piano che cerca mi mettere insieme le quattro principali componenti: la gestione del contagio, il rafforzamento delle strutture sanitarie, la finanza di emergenza a famiglie e imprese (start-up incluse), il rilancio economico fatto a sua volta di riaperture graduali, piani di settore e investimenti di medio periodo. Se non si aggiustano contemporaneamente tutte e quattro le ruote bucate, la macchina non può ripartire! Il Piano mette in guardia nei confronti di scorciatoie che potrebbero dimostrarsi pericolose, chiede a gran voce una regia unica, suggerisce una migliore comunicazione con i cittadini. È un piano aperto ai tanti suggerimenti che continuano ad arrivare. Disponibile a tutti e senza copyright.

Torniamo al peso che comprime le ali del Paese. Fino ad ora il nostro debito è stato garantito con acquisti massicci da parte della Bce. Ma cosa succederà dopo? Il nostro debito rischia di non essere più sostenibile?

Il nostro debito, come quello di altri Paesi europei, è sostenibile con un adeguato livello di crescita. Per crescere serve, nell’immediato, parare l’emergenza, ma serve soprattutto investire in infrastrutture fisiche e digitali, ricerca e innovazione, istruzione e formazione. Le imprese sono il motore principale, ma la mano pubblica è determinante e solo a livello “federale” potranno trovarsi tutte le risorse necessarie. Al pubblico spetta poi di affrancare il Paese dalle sue due più pesanti zavorre: burocrazia e giustizia. Ricordandoci che la colpa delle nostre inefficienze sta soprattutto nelle norme che ne regolano il comportamento e nella struttura di governance che ci siamo dati.

Che cosa pensa della proposta di Giulio Tremonti dell’emissione di titoli pubblici a lunghissima scadenza e senza imposte? È una via che ci permetterebbe di uscire da soli dalla crisi?

Ognuno deve fare la sua parte in questa fase di difficoltà e quindi condivido lo spirito dell’appello. Sarei contrario a prestiti forzosi, che so non essere nelle intenzioni di Giulio Tremonti. Però, se dovessi scegliere tra l’introdurre titoli di stato incentivati e il garantire forti incentivi a chi investe nel capitale delle imprese o dona risorse a serie organizzazioni di ricerca o di assistenza, credo che opterei per questa seconda ipotesi.

Illimity ha rappresentato una novità nel comparto bancario, un istituto completamente virtuale. È questa secondo lei la strada che si dovrà intraprendere anche per gli altri istituti di credito?

Nel mondo bancario sta cambiando tutto per l’effetto combinato delle nuove tecnologie, delle nuove regole e dei nuovi concorrenti. Molti mestieri tradizionali delle banche sono ormai in gran parte fuori dal loro controllo, pensiamo solo ai pagamenti o alla gestione dei crediti “difficili”. Il modello di banca universale – delle banche, cioè, che vogliono fare tutto per tutti – mi pare superato. Vinceranno le banche tradizionali che sapranno innovarsi profondamente, le big tech e le nuove banche specializzate con paradigmi del tutto inediti come Illimity. Ci siamo specializzati nel credito alle Pmi con potenziale e alle imprese in ristrutturazione e nella gestione dei crediti distressed. Alle famiglie proponiamo una delle banche dirette più innovative in Europa con una piattaforma di open banking con partner d’eccezione.

In definitiva, come pensa potremo coniugare innovazione con sicurezza e tutela di un livello occupazionale adeguato?

Poco più di un anno fa Illimity era una start-up solo sulla carta: oggi ha 500 collaboratori. L’innovazione produce una enormità di nuove opportunità anche di lavoro, mentre rende obsoleti molti mestieri tradizionali. Serve una politica saggia che premi l’imprenditoria coraggiosa, che sappia gestire le transizioni e che sappia formare le nuove competenze. Anche da questo punto di vista l’Italia ha il potenziale per giocarsela meglio di altri.

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