Duro editoriale di Paolo Mieli sul Corriere della Sera: il M5S ha aperto alla Cina, ma i suoi alleati di governo che ne pensano? Dopo le manifestazioni "antirazziste" di febbraio, Zingaretti & co dovrebbero "unirsi alla richiesta europea di chiarimenti" a Pechino sull'origine del virus

A suonare la sveglia al Partito democratico sulla Cina è toccato questa mattina a Paolo Mieli in un lungo editoriale sul Corriere della Sera che parte da quanto raccontato dal New York Times: “La Commissione europea avrebbe attenuato, su pressione dell’autorità di Pechino, un rapporto ufficiale sulle mistificazioni cinesi in tema di diffusione del coronavirus”, scrive Mieli. In quel rapporto si scriveva che “la Cina continua a condurre una campagna di disinformazione globale per sviare le accuse legate allo scoppio della pandemia”. Ma, come raccontato anche da Formiche.net, quei termini sono stati cambiati, ammorbiditi nel documento definitivo dopo le pressioni di Pechino. 

“Per la prima volta dopo molti anni il fronte dei Paesi occidentali si è ricomposto nella richiesta alla Cina di chiarimenti su come è nato e si è poi diffuso il Covid-19”, scrive Mieli citando Stati Uniti, Australia, Regno Unito, Francia e Germania. Tutti rischiano qualcosa a criticare Pechino: Washington è impegnata in una durissima guerra commerciale, Canberra teme per i suoi storici rapporti economici e culturali, Londra potrebbe perdere una sponda in chiave Brexit, Parigi e Berlino un fondamentale mercato per le esportazioni.

Chi manca? L’Italia, “l’unico Paese del mondo occidentale ad aver accolto con un tripudio davvero eccessivo mezzo milione di mascherine inviateci (a pagamento) dalla Cina. Paragonabile, tale manifestazione di gioia, solo a quella del filippino Rodrigo Duterte il quale, sia detto per inciso, approfittando del Covid sta conducendo nel suo Paese una personalissima battaglia contro la malavita con metodi da lui stesso definiti ‘hitleriani’”. 

È la linea politica esplicitata da Alessandro Di Battista, scrive Mieli, “quella cioè di dar per scontato che il mondo occidentale soccomberà” e “che di conseguenza convenga all’Italia farsi amico fin d’ora il Paese di Xi Jinping” grazie al lavoro di Luigi Di Maio e Beppe Grillo. Mieli cita poi un articolo di Marta Dassù, esperta di politica internazionale, sulla Stampa, girato molto in questi giorni tra politici, analisti e diplomatici: “In Europa la Cina sta giocando una sua partita opportunistica per l’influenza internazionale; offrirle una sponda non ci conviene per niente”, scrive l’ex viceministro oggi nella task force dei dieci esperti che ragioneranno sul futuro della Nato nominati dal segretario generale Jens Stoltenberg.

“Cosa ne pensano gli alleati di governo del M5S?”, scrive Mieli rivolgendosi al Partito democratico. Alcuni suoi esponenti di punta a febbraio “presero parte a una meritoria campagna contro le discriminazioni a danno dei cinesi”: il sindaco di Milano Beppe Sala, quello di Firenze Dario Nardella e perfino il segretario Nicola Zingaretti. Ora non serve “rinnegare lo spirito antirazzista” di quelle manifestazioni, serve “unirsi alla richiesta europea di chiarimenti” e “far intendere fin d’ora ai nostri cugini europei che, quando verrà il momento di premere su Pechino per far definitivamente luce sulle origini del virus, l’Italia non si tirerà indietro cercando rifugio nelle consuete e ben note ambiguità”, conclude Mieli.

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