Se contro il virus si mobilita il Mossad (e non solo). Analisi del prof. Teti

Se contro il virus si mobilita il Mossad (e non solo). Analisi del prof. Teti
La nota agenzia di intelligence israeliana, sin dalle prime avvisaglie di emergenza si è immediatamente attivata per condurre delle operazioni finalizzate al conseguimento di due obiettivi principali: l'acquisizione di attrezzature mediche e la raccolta di informazioni utili per lo studio del virus. L'analisi di Antonio Teti, esperto di Intelligence e responsabile del settore Sistemi Informativi e Innovazione Tecnologica dell'Università "G.D'Annunzio" di Chieti-Pescara

Anche se a molti potrebbe sembrare strano il fatto che un’agenzia di intelligence si attivi energicamente per supportare l’emergenza sanitaria volta al contrasto della pandemia, per alcuni Paesi ciò può rappresentare l’assoluta normalità. È il caso di Israele e di uno dei più efficienti servizi segreti al mondo: il Mossad.

Non va pertanto registrata come un’anomalia che la nota agenzia di intelligence israeliana, sin dalle prime avvisaglie di emergenza per la possibile diffusione del contagio, si sia immediatamente attivata per condurre delle operazioni finalizzate al conseguimento di due obiettivi principali: l’acquisizione di attrezzature mediche e la raccolta di informazioni utili per lo studio del virus.

Dopo la registrazione del primo caso di Covid-19, datato 21 febbraio scorso, il governo di Tel Aviv aveva imposto la quarantena ad un gruppo di turisti di ritorno da una crociera internazionale sulla nave Diamond Princess. Il 15 marzo ha ordinato il distanziamento sociale in tutto il Paese, mobilitando ufficialmente lo Shin Bet (l’agenzia di intelligence per gli affari interni) per la raccolta di dati dai telefoni cellulari privati onde facilitare il tracciamento delle relazioni sociali tra i contagiati.

Pur avendo tale decisione sollevato non poche polemiche nel Paese, il governo ha concesso l’autorizzazione allo Shin Bet di condurre la raccolta dati fino al 30 aprile per “aiutare negli sforzi per arrestare la diffusione del coronavirus per un mese”.

Agli inizi di aprile il ministro della Salute israeliano Yaakov Litzman, risulta positivo al Covid-19 insieme alla moglie Chava, e gli alti funzionari che collaborano con lui vengono messi in quarantena, inclusa una persona che non afferisce di certo al ministero ma che aveva avuto assidue frequentazioni con il ministro: è il direttore del Mossad, Yossi Choen.

La notizia degli incontri di Cohen con il ministro della Salute desta non poche perplessità in virtù dell’apparente distanza di interessi che può intercorrere tra un’agenzia di intelligence che si occupa essenzialmente di operazioni segrete all’estero ed il servizio sanitario nazionale. Probabilmente agli agenti del Mossad non sarà sfuggita una massima dello storico statunitense Daniel J. Boorstin, ovvero che “il più grande nemico della conoscenza non è l’ignoranza, è l’illusione della conoscenza”, e forse è anche per questo motivo che la potente agenzia diretta da Cohen è stata profondamente coinvolta nella lotta contro il Covid-19, assumendo un ruolo di rilievo soprattutto nell’acquisizione di attrezzature mediche e di tecnologie sanitarie prodotte all’estero. All’inizio di febbraio i vertici dello Sheba Medical Center, il più grande ospedale di Israele, si resero conto della impellente necessità di disporre di un numero maggiore di ventilatori polmonari e di specifiche attrezzature sanitarie per contrastare il coronavirus.

Pochi giorni dopo, il Prof. Yitshak Kreiss, direttore generale dell’ospedale nonché ex generale di brigata ed ex chirurgo dell’esercito israeliano, ottiene un incontro privato con Yossi Cohen. In ossequio al tradizionale pragmatismo israelitico, Kreiss fornisce un dettagliato elenco delle attrezzature di cui necessita e Cohen, che aveva già ricevuto un elenco analogo di materiale sanitario richiesto dal ministero della Salute, decide di attivare rapidamente la sua fitta rete di rapporti internazionali onde procurarsi le attrezzature e i prodotti richiesti.

All’inizio di marzo è sempre Cohen ad istituire un Command and Control Center (C2), con base a Sheba, strutturato per l’emergenza nazionale che comprende principalmente l’acquisizione e la distribuzione sul tutto il territorio nazionale di attrezzature mediche. Ne fanno parte principalmente funzionari del Mossad, della divisione acquisti del Ministero della Difesa e personale militare del Military Intelligence Directorate’s 81st Technological Unit (Unit 81), una unità di intelligence militare, altamente specializzata e da sempre avvolta da un impenetrabile alone di mistero. È noto solo che la Unit 81 è deputata allo sviluppo di attrezzature avanzate di spionaggio.

A capo del team del ministero della Difesa c’è il Generale di Brigata Dani Gold, capo della Direzione Ricerca e Sviluppo della Difesa, meglio noto con il nome Mafat. Il team della Difesa concentra i suoi sforzi su una serie di “key areas”: diagnosi rapida e precoce dei portatori di virus, prevenzione sulla trasmissione e infezione da virus, monitoraggio medico e prevenzione delle infezioni all’interno degli ospedali e produzione di dispositivi di protezione per il personale medico.

Inoltre il team sta sperimentando alcune tecnologie avanzate, da applicare sia in campo civile che militare, per sviluppare le capacità nel mondo del big data, intelligenza artificiale, sistemi di comando e controllo e sensori e tecnologia mobile. Essendo il C2 una struttura “interistituzionale e multidisciplinare”, ha visto confluire al suo interno anche dei funzionari del ministero della sanità, del ministero delle finanze, delle forze di difesa israeliane, dell’autorità per l’innovazione e del Consiglio di sicurezza nazionale, nonché rappresentanti di istituzioni civili come ospedali, appaltatori della difesa, startup aziende, think tank e istituzioni accademiche.

Contestualmente, un altro organismo militare, l’Israeli Defence Force (Idf), sempre nell’ambito del contrasto al Covid-19, vara l’operazione “Ray of Light” (Raggio di Luce) che ha l’obiettivo di attivare una linea telefonica dedicata, attiva 24 ore su 24, sette giorni su sette, per fornire risposte al pubblico sulla pandemia e sulle misure di sicurezza da adottare. l’Idf si farà anche carico di fornire il supporto alle autorità civili per disinfettare le aree pubbliche con l’impiego di due battaglioni dell’esercito e di assicurare 7.000 donazioni giornaliere di sangue.

Il professor Kreiss, in una recente intervista al New York Times ha affermato che il Mossad è risultato fondamentale nel sostegno al servizio sanitario nazionale. “Solo in Israele un ospedale come quello di Sheba avrebbe potuto chiedere aiuto al Mossad”, ha dichiarato nell’intervista. “Riuscite ad immaginare il Mount Sinai Hospital che chiede aiuto alla Cia?” ha poi affermato riferendosi all’omonimo ospedale di New York.

“Non c’era tempo da perdere”, ha poi ricordato Kreiss, il quale elogiando la risolutezza del Mossad ha poi aggiunto “Parte del loro ethos è quello di eseguire il loro compito a qualsiasi prezzo”. Com’era prevedibile Kreiss ha rifiutato di indicare con precisione in che modo il Mossad avevano aiutato l’establishment medico israeliano o da dove provenivano le attrezzature importate. Tuttavia, secondo alcuni ex funzionari israeliani esperti di operazioni intelligence, il Mossad avrebbe utilizzato particolari contatti internazionali per l’acquisizione di ventilatori e materiale sanitario da paesi arabi vicini ad allo stato ebraico, ma con i quali non sussistono relazioni diplomatiche. Secondo la testimonianza di un funzionario del Mossad, concessa a Channel 12 TV, l’agenzia avrebbe acquisito prodotti ordinati da altri Paesi.

Il 19 marzo, per mezzo di un volo speciale, sono stati recapitati in Israele 100 mila kit di test del coronavirus. Spedizioni successive includevano altri 4 milioni di kit di test, 1,5 milioni di maschere chirurgiche, decine di migliaia di maschere N-95, tute protettive per gli equipaggi di pronto soccorso, occhiali protettivi e una gamma di farmaci di diverso tipo. Il Mossad, inoltre, è riuscito anche ad acquisire le tecnologie che hanno consentito a molti laboratori israeliani di condurre specifici test sul coronavirus, oltre ad ottenere il necessario know-how per produrre ventilatori in Israele. Attualmente il Paese ebraico sarebbe in grado di produrre 25 milioni di mascherine al mese.

Yossi Cohen, probabilmente sin dall’inizio, era ben consapevole di dover agire con estrema urgenza in funzione della crescita repentina e inarrestabile che la domanda di attrezzature sanitarie avrebbe subito nel giro di pochi giorni. La conseguenza di un ritardo avrebbe prodotto enormi difficoltà nel reperimento di strumenti e prodotti medicali essenziali. Secondo quanto riportato in un articolo del New York Times gli sforzi dell’agenzia di intelligence israeliana si sarebbero quindi concentrati su quei paesi non proprio democratici, i cui governanti subiscono meglio l’influenza e la generosità delle agenzie di intelligence dei paesi maggiormente industrializzati.

I rapporti con tali paesi sarebbero basati su precedenti relazioni di familiarità e fiducia con il servizio di intelligence israeliano. In alcuni casi Cohen avrebbe contattato personalmente le sue controparti, accelerando l’acquisto delle merci. Sempre secondo il Nyt alcune spedizioni di attrezzature mediche destinate a Israele provenivano dalla Cina utilizzando una rete utilizzata dal Ministero della Difesa israeliano per l’acquisito di armi.

Accertata è invece l’azione di reclutamento del ministero della Difesa israeliano di una start-up nazionale specializzata in servizi di screening per ricercare e analizzare velocemente possibili fornitori dei prodotti da acquisire. La start-up è la Qlarium e utilizza un sistema basato sull’intelligenza artificiale in grado di fornire in pochi minuti un’intelligence framework sull’affidabilità dei fornitori. In altri termini, l’applicazione è in grado di raccogliere dati ad ampio spettro, e in qualsiasi lingua, all’interno del mondo virtuale per poi filtrarli e trasformarli in rapporto di business intelligence sul fornitore.

Lo scopo del ministero della Difesa era quello di trovare fornitori pertinenti e aziende reali, evitando l’intermediazione di terze parti e la possibilità di acquistare materiali difettosi. Sempre secondo il Nyt, tuttavia, non tutte le operazioni dell Mossad volte ad assicurarsi il materiale per contrastare la pandemia sembrano essere andate a buon fine. Secondo alcune testimonianze citate nell’articolo del quotidiano statunitense, degli emissari del Mossad sono stati respinti almeno una volta in Germania in funzione del sequestro, da parte delle autorità tedesche, di materiale sanitario destinato in Israele.

In un’altra occasione, un carico di disinfettante in transito in India verso Israele sarebbe stato bloccato dagli agenti doganali, imponendo al Mossad l’abbandono della spedizione.
Se la quasi totalità delle attività dei servizi di intelligence israeliani rimane avvolta in una coltre di impenetrabile segretezza, è noto che nell’ultimo decennio il Mossad investito molto nello sviluppo di relazioni con gli stati del Medio Oriente e dell’Asia che seppur ufficialmente ostili ad Israele mantengono rapporti attivi con il governo di Tel Aviv.

Alcune segnalazioni evidenziano un’intensa attività di relazioni tra Cohen e i sovrani e i capi dell’intelligence degli Emirati Arabi Uniti, dell’Egitto, dell’Arabia Saudita, della Giordania e del Qatar.  Ad esempio, nel 2018, fu proprio il capo del Mossad ad organizzare un incontro tra il Primo Ministro Benjamin Netanyahu di Israele e Sultan Qaboos dell’Oman.

Certamente la fama del Mossad è destinata a crescere e non solo per aver assunto un ruolo primario nel contrasto al Covid-19, rafforzando ancor di più la sua immagine di istituzione governativa che risulta essere tra le più ammirate del Paese, ma soprattutto per la sua innata capacità di adattare le proprie attività in funzione delle diverse emergenze che possono colpire il Paese. Ancora una volta non passa inosservata la capacità di Israele di attivare in tempi rapidissimi delle emergency facilities in cui far convergere apparati civili, militari, di intelligence, nonché di esperti del settore, realizzando dei crisis management systems in grado di gestire in maniera risolutiva eventi di che assumono la caratteristica di crisi nazionali.

Inizialmente le previsioni sulla pandemia in Israele erano terribili, ma nonostante gli 11.868 casi di contagio e i 117 morti, finora Israele non si colloca tra i Paesi più colpiti al mondo.  “Il picco del tasso di espansione è alle spalle da circa due settimane e probabilmente diminuirà quasi completamente entro due settimane”. Lo ha affermato nei giorni scorsi il Professor Isaac Ben Israel dell’Università di Tel Aviv.

ultima modifica: 2020-04-20T12:30:34+00:00 da Redazione