L’ansia quantitativa è un problema ricorrente. Dove si realizza la soddisfazione ?

Il nostro viaggio in un progetto di civiltà, nell’esperienza, ci mostra in ogni istante quanto siamo “vinti” dal bisogno bulimico di affermazione quantitativa, come se l’avere e l’accumulare fossero in sé indici di vero sviluppo. Ma non basta più reclamare anche la qualità, il problema è sistemico.

Il problema è il mondo che costruiamo, l’idea di mondo che portiamo avanti. Ci verrebbe da dire che abbiamo ancora molto da imparare. Eppure, vince (troppo) spesso l’idea di dover insegnare, di alcuni che vorrebbero portare tutti a condividere una crescita illimitata e non, invece, a (con)dividere un sistema attento a principi accantonati come illusori.

Non di sola qualità si vive. Come, d’altronde, neppure di sola quantità. Un po’, potremmo dire, come non si vive di sola prosa ma anche di poesia, di soli approcci maschili ma anche femminili.

L’illusione di principi qualitativi e sostenibili si scontra con l’illusione generata, negli ultimi decenni, dall’applicazione lineare e sconsiderata di principi (prepotentemente) quantitativi, prosaici, maschili. È uno scontro epocale che, secondo chi scrive, va (ri)condotto in una logica dialogica non solo dialettica.

Nel mondo di oggi, l’essere classi dirigenti abbisogna di sguardi non più separanti ma integranti. Attraverso il nostro pensiero mutilante, infatti, mutiliamo la realtà che, a sua volta, mutila il pensiero. È un pericolosissimo circolo vizioso quello che abbiamo avviato e sembriamo incapaci di fermarci a riflettere; è un circolo consolidato come le certezze che non vogliamo problematizzare, impreparati all’incertezza, paurosi.

Eppure la storia non evolve di sole certezze. Ci sono scossoni ciclici, innovazioni, che accendono i nostri alert qualitativi: dovremmo uscire dalla sordità della nostra volontà che non ascolta. Forse, se accendessimo l’ udito, capiremmo che la nostra soddisfazione si nutre soprattutto di alterità. Pensare (anche) qualitativo e sostenibile, infatti, è pensare la nostra soddisfazione nell’alterità. Ed è una questione di libertà: la mia libertà comincia dove finisce quella dell’altro o la mia libertà comincia dove comincia quella dell’altro (liberazione) ?

Il tema ci porterebbe lontano ma continueremo a pensarci, provando a tracciare la via paziente della (con)vivenza. Basta poco, in fondo, o forse è moltissimo. Basta risvegliarci, quando ci sentiamo soddisfatti, alla condizione dell’altro; non per altro, per conoscerci.

(Professore incaricato di Istituzioni negli Stati e tra gli Stati e di History of International Politics, Link Campus University)

 

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