Politica, diplomazia e commercio entrano tra i parametri delle nuove misure di sicurezza informatica annunciate dalla Cina. Una mossa chiaramente anti Usa per rispondere alla stretta su Huawei e prepararsi al mondo e al commercio post coronavirus

Dal primo giugno entreranno in vigore le nuove, stringenti regole sulla sicurezza informatica adottate ieri dalla Cina che, scrive il Wall Street Journal analizzando il documento firmato nelle scorse ore da dodici agenzie del governo di Pechino, rischia di “mettere i prodotti tecnologici stranieri in una posizione di svantaggio sul mercato cinese”. Che il principale bersaglio siano gli Stati Uniti è evidente anche dall’articolo con cui il China Daily, giornale del dipartimento della Propaganda del Partito comunista cinese, presenta le nuove regole: lo fa citando le decisioni dell’amministrazione Trump contro Huawei e la possibilità che la Federal Communications Commission chiuda le operazioni negli Stati Uniti di quattro operatori di telecomunicazioni cinesi, tra cui China Telecom e China Unicom, per motivi di sicurezza nazionale.

NewAmerica.org ha pubblicato una versione tradotta in inglese del documento: gli operatori di “infrastrutture di informazioni critiche” che acquistano beni e servizi che potrebbero influire sulla sicurezza nazionale devono sottoporsi a una review. Non sono stati diffusi i dettagli sulle compagnie colpite dalla nuova legge. Ma Pechino ha sempre incluso le imprese che operano in settori quali telecomunicazioni, energia, trasporti, servizi di informazione e finanza tra gli operatori di infrastrutture critiche.

Nonostante le rassicurazioni – “la nostra politica di apertura verso i prodotti e i servizi oltremare nel mercato cinese non è cambiata” -, molti produttori statunitensi e non solo temono ripercussioni. “Preoccupante per le imprese americane”, scrive il Wall Street Journal, “è la formulazione” (che fu omessa nelle bozze diffuse l’anno scorso nel bel mezzo dei preparativi per i negoziati commerciali con gli Stati Uniti) secondo cui “le aziende devono valutare i rischi di interruzione della catena di approvvigionamento dovuti a politica, diplomazia e commercio”. 

Un’espressione, continua il quotidiano finanziario, che è stata letta da molti “come una risposta diretta alla mossa degli Stati Uniti che lo scorso anno hanno aggiunto Huawei e diverse altre società tecnologiche cinesi nella loro black list commerciale”. Molte aziende “temono che questa disposizione possa essere utilizzata come giustificazione per escludere le società statunitensi da partnership di lunga data e linee di fornitura”, ha spiegato al Wall Street Journal Jacob Parker, senior vicepresident dello U.S.-China Business Council. Secondo Yan Luo, avvocato esperto in sicurezza informatica dello studio Covington & Burling LLP, questa decisione potrebbe indurre le aziende cinesi a tenersi alla larga da prodotti e servizi stranieri. Sempre il Wall Street Journal cita Lance Noble, analista che lavora a Pechino per la società di ricerca Gavekal Dragonomics, secondo cui il linguaggio opaco e l’obiettivo di ridurre la dipendenza dalla tecnologia straniera, porteranno le multinazionali a temere per la propria posizione sul mercato cinese.

Tempismo perfetto, potremmo dire. Per due ragioni. La prima: le nuove misure entreranno in vigore tre anni esatti dopo la contestata legge sulla sicurezza informatica, fortemente voluta dal presidente Xi Jinping, considerata dagli Stati Uniti una delle armi dello spionaggio di Pechino. Quella norma, che impone agli operatori di rete di “fornire supporto agli organi di polizia e alle agenzie di intelligence nella salvaguardia della sicurezza e degli interessi nazionali”, è una delle maggiori preoccupazioni nel mondo occidentali quando si ragiona su Huawei. La seconda: sembra sempre più probabile che la pandemia del coronavirus  – assieme con le tensioni diplomatiche a essa collega (e qui torna utile il riferimento della legge ai “rischi di interruzione della catena di approvvigionamento dovuti a politica, diplomazia e commercio”) – accelererà il great decoupling, come lo definisce Axios.com. La prima vittima potrebbero essere i colossi della tecnologia – sia statunitensi sia cinesi. Così, Pechino ha deciso di mettere le mani avanti. Che poi ci si risieda ai tavoli negoziali con gli Stati Uniti, o no.

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