Così scrive Morin: Il nuovo oscurantismo, diverso da quello che ristagna negli angoli incolti della società, scende ormai dalle vette della cultura. Esso cresce nel cuore stesso del sapere, pur rimanendo invisibile alla maggior parte dei produttori di tale sapere, i quali credono di lavorare sempre e soltanto alla diffusione dei Lumi. (…) Così dunque è il medesimo processo che compie le più alte imprese mai portate a termine nell’ordine della conoscenza e che, allo stesso tempo, produce nuove ignoranze, un nuovo oscurantismo, una nuova patologia del sapere, un potere incontrollato. Questo fenomeno dal doppio volto ci pone un problema di civiltà cruciale e vitale. Noi cominciamo a capire che, pur essendo totalmente dipendente dalle interazioni fra le menti umane, la conoscenza sfugge a esse e costituisce una potenza che diviene estranea e minacciosa. Oggi, l’edificio del sapere contemporaneo si eleva come una Torre di Babele, che ci domina più di quanto noi la dominiamo. Mentre innalza una vertiginosa Torre di Babele delle conoscenze, contemporaneamente il nostro secolo effettua un’immersione ancor più vertiginosa nella crisi dei fondamenti della conoscenza (1).

Noi conosciamo o crediamo di conoscere ? Rischiamo di fare della conoscenza un mostro ?

Avvertiamo questo punto come fondamentale nel nostro viaggio in un progetto di civiltà. È la conoscenza stessa, come attività dell’umano che conosce e che vuole conoscere il tutto, che porta dentro  – al contempo – il limite di fronte al mistero di realtà e l’assenza dello stesso limite. Ciò che creiamo, senza limiti, è una sovrapposizione inarrestabile di conoscenze, torre fragile i cui fondamenti sono in profondissima crisi de-generativa.

Di fronte al mistero non dovremmo arrestarci ma farci delle domande, interrogare noi stessi come parte del mistero-di-realtà. Solo così, infatti, ci ri-approprieremmo di quel mistero, senza occuparlo. Dogmatizziamo noi nel dogmatizzare le nostre conoscenze, aggiungendo dio a dio, elevandoci oltre il limite della nostra finitezza. E così generiamo l’oscurantismo, spegniamo la luce vitale, il fuoco progettuale e progettante.

Dovremmo farci portatori di una conoscenza umile e relativizzata, non per sminuire il nostro ruolo ma, al contrario, per poter continuamente tendere alla pienezza, alla soddisfazione. Dovremmo entrare in un pensiero a-duale e dialogico per scoprire quanta ricchezza e quanta miseria diamo alla realtà e quanta ricchezza e quanta miseria la realtà dà a noi. In questa logica scopriremmo il valore della ricerca come un continuo (ri)pensare quel “dialogo a-duale” nell’armonia e nell’ordine che si formano nella disarmonia e nel disordine.

(Ri)pensare la conoscenza dai e nei fondamenti è la strada necessaria per non fare della conoscenza una torre fragile. Per uscire dall’oscurantismo, per (ri)trovare la luce, dovremmo anzitutto avere consapevolezza e rispetto di ciò che non ci è dato conoscere. In un mondo nel quale le risposte imminenti “vincono” sulle domande di senso, è più che mai necessario alimentarci nel mistero. Ci sono domande che non hanno risposte possibili. La gioia, l’amore, il dolore, la morte, la paura non sono spiegabili attraverso la nostra ossessione di sapere; perché, più semplicemente di quanto pensiamo, essi appartengono alla vita e non ce ne possiamo distanziare in nome di una ragione superiore che ci liberi. L’essere soggetti, in quanto tali conoscenti, ci cala nel buio e ci porta nella luce. Siamo lucebuio. Basta conoscer(ci).

NOTE

(1) Edgar Morin. Il metodo. La conoscenza della conoscenza, Raffaello Cortina Editore, Milano 2007, p. 10

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