Viaggiamo nel progetto di civiltà, ascoltando Panikkar e la necessità di un nuovo passo: invitare le differenti credenze degli uomini a scendere in campo aperto per un nuovo dialogo dialogale, anche nel caso in cui essi, per comprensibili ragioni, rifiutino l’etichetta di religione. Se le religioni tradizionali del mondo abbandonassero la pretesa di monopolio su ciò che la religione rappresenta; se le moderne religioni si mettessero d’accordo per fare uno sforzo comune (cosa che molti rappresentanti contemporanei delle tradizioni religiose stanno tentando di fare); se, in altre parole, il terreno comune potesse essere considerato terreno religioso; se quelle vie che  intendono migliorare la presente condizione umana, potessero riunirsi in uno sforzo reciproco e senz’armi (intenzioni) nascoste, vale a dire inconfessate, allora potremmo forse scoprire uno dei compiti fondamentali e permanenti della religione – e della laicità, intesa come secolarità sacra: aiutare l’uomo a raggiungere la sua pienezza (1).

Nuovo passo verso la pienezza. Tutto questo ci (ri)chiama in un cammino del quale non possiamo prevedere né il percorso, perché esso stesso è percorso dall’imprevedibile, né la fine, perché altre strade possono aprirsi, che ora non vediamo. È camminando, assumendoci la responsabilità del cammino, che dialoghiamo. Certo incontriamo differenze, incarnate in culture e religioni che non sono separabili. Quando Panikkar invita le differenti tradizioni ad abbandonare le loro pretese di monopolio, ci dice che nessuna cultura e nessuna religione possono spiegare, e tanto meno esaurire, il complesso mondo vivente della culturalità e della religiosità.

Se ogni cultura e ogni religione portano dentro il tutto della culturalità e della religiosità, nessuna di esse può pretendere di farle proprie, di dominare il sentimento che le comprende e le supera. È la nostra sfida, così evidente nel mondo di oggi.

Gli sforzi intrapresi per de-assolutizzare, e de-dogmatizzare, le posizioni di parte sono chiari tanto quanto sono chiari gli sforzi di chi vuole assolutizzare e dogmatizzare. Domandiamoci: in un mondo che tende alla radicalizzazione del particolare in una condizione globalizzata che sembra rispondere a logiche di omologazione e di non contestualizzazione delle logiche planetarie, bastano gli sforzi positivi ? Molti si sono illusi, nei decenni appena trascorsi, che bastasse universalizzare alcuni concetti perché il progresso del mondo andasse in una direzione pre-determinata. Una sorta di progresso pre-confezionato, contenuto in parole-chiave auto-evidenti e (presunte) auto-risolutive come democrazia e mercato. Eppure, per venire all’oggi, la fragilità di quei concetti si ritrova nelle tante, piccole, isole di separazione (gli Stati nazionali) che sono alla deriva nelle crescenti tempeste dell’oceano di una storia che è prepotentemente tornata.

Serve qualcosa in più degli sforzi positivi. Anzitutto serve organizzarli, in un progetto di civiltà, nella logica di (ri)congiungere ciò che è disperso. Questo è il primo passo. Poi serve organizzare il cammino, in una libera evoluzione non escludente ma integrante e che tenti, senza sosta, di valorizzare ciò che unisce in luogo di esaltare ciò che divide (ben sapendo che queste dimensioni sono (com)presenti).

Panikkar ci porta nel “terreno comune”, quello che ci vincola reciprocamente rendendoci liberi. Quel terreno è religioso nel senso che ci (ri)lega, condizione per il nostro (con)vivere. (Ri)trovarci nella secolarità sacra, in cui viva un bisogno di pienezza nella ricerca della pienezza, si chiama dialogo.

Certo il dialogo, dialogale e non solo dialettico, chiede una conversione, una metanoia, una metamorfosi della quale ancora parleremo e nella quale ci (ri)fletteremo.

Pensiamo al mondo in cui ci troviamo a vivere, laddove sembra sempre più difficile (ri)trovare terreni di (con)divisione dell’esperienza. Il nostro viaggio nel progetto di civiltà è ritorno nel profondo, nel fondamentale, per costruire, insieme, l’oltre imprevedibile delle nostre vite nella tri-unità uomo/terra/cosmo.

Come anche per la crisi generata da questo coronavirus, grandi sono le opportunità che si spalancano davanti a noi. Possiamo avere paura della infinità di potenzialità da schiudere o, magari, concentrarci su quelle che vorremmo diventassero reali possibilità. Culture e religioni, in una grande alleanza dialettico-dialogale che non trascuri i rapporti di forza e le differenze, sono in primo piano nel (ri)pensamento necessario e complessivo; se tutte sono necessarie, nessuna è sufficiente per raggiungere un risultato che non sarà mai “compiuto”. Ogni passo in questa direzione è nuovo, innocente.

Verso la pienezza, qualunque sia la nostra credenza, dobbiamo respirare il nostro essere-in-relazione nel dialogo. Ne va del nostro futuro come umanità.

NOTE

(1) Si veda Raimon Panikkar, Vita e parola. La mia opera, Jaca Book, Milano 2010, pp. 29 e 30

(Professore incaricato di Istituzioni negli Stati e tra gli Stati e di History of International Politics, Link Campus University)

 

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