Seppure con ritardo, anche l'Unione europea ha capito che il mondo è entrato in una nuova fase di competizione diffusa. Il Vecchio continente rischia di restare terreno di scontro tra potenze. Ecco come evitarlo nelle tre proposte per Europa Atlantica di Niccolò Petrelli, docente di Studi strategici all'Università di Roma Tre

L’emergenza Covid-19, più comunemente noto come Coronavirus, originato in un mercato all’ingrosso di animali vivi nel Sud della Cina, ha nelle ultime settimane iniziato a provocare effetti devastanti su scala planetaria.

L’aspettativa più logica in un sistema internazionale caratterizzato da un elevatissimo livello di interdipendenza sarebbe stata quella di una risposta globale alla pandemia. Al contrario, i più recenti sviluppi non sono hanno rivelato un gap enorme in termini di governance e collaborazione globale, ma hanno mostrato come, contrariamente a quanto spesso sostenuto, l’interdipendenza non inibisca la competizione tra grandi potenze emersa ormai da qualche anno. La leadership cinese, infatti, non solo ha avviato una campagna di propaganda volta a plasmare una narrativa “opportunamente rivista” del processo di diffusione del virus, rimuovendo le proprie responsabilità, ma è in procinto di sfruttare appieno l’opportunità generata dalla diffusione del contagio in qualità di principale fornitore degli Usa di materiale sanitario nella “global supply chain”.

Che il mondo sia entrato in una nuova era di competizione tra grandi potenze è opinione diffusa. L’Unione europea (Ue), per quanto un po’ lentamente, ha riconosciuto questa realtà. La Strategia globale (Eugs) del 2016 già definiva la Russia come “una sfida strategica” e nell’Eu-China Strategic Outlook pubblicato nel marzo 2019 la Commissione ha indicato la Cina come un “rivale sistemico”. Più recentemente, nel corso della sua audizione di conferma, il nuovo alto rappresentante Josep Borrell ha accennato all’esistenza di un mondo sempre più competitivo e ha sostenuto che l’Ue dovrebbe imparare a “utilizzare il linguaggio del potere”, un commento coerente con la volontà manifestata dalla presidente della Commissione Ursula Von der Leyen di creare una “Commissione geopolitica”, orientata a “difendere gli interessi dell’Europa”.

Ma, una volta riconosciuta e accettata la natura competitiva dell’emergente sistema internazionale, che tipo di approccio strategico potrebbe realisticamente sviluppare l’Ue? In teoria, adottare una “strategia competitiva” implica esercitare leve politiche sugli attori identificati come competitor, ricercandone i punti deboli e contrapponendo a essi i propri punti di forza. L’Ue tuttavia, avendo per molto tempo rifiutato di riconoscere come legittimo e quindi abbracciare un approccio realista alla politica internazionale, non è (ancora) nelle condizioni di poter adottare una strategia di questo tipo, essenzialmente proattiva.

Al contrario, l’unica via possibile appare un approccio strategico competitivo di lungo periodo che combini contenimento dei rischi derivanti dalla competizione e riposizionamento attraverso investimenti in capacità fondamentali. Seppure l’Ue dovesse continuare a rifiutare di essere un partecipante attivo nella competizione internazionale, una strategia di questo tipo le consentirebbe in prospettiva di manipolarne i parametri, la struttura, in altre parole di disporre di un più ampio spettro di opzioni politiche.

La prima componente di un approccio strategico alla competizione internazionale da parte dell’Ue dovrebbe essere il contenimento dei rischi derivanti dalla competizione, in altre parole limitare i tentativi delle grandi potenze, in particolare Russia e Cina, ma anche, presumibilmente, gli Stati Uniti, di sfruttare le divisioni europee per massimizzare la propria influenza e potere e competere più efficacemente.

Negli ultimi dieci anni circa, crisi economiche, emergenza migratoria, questioni di sicurezza, nonché la Brexit, hanno generato una serie di “cleavages” (fratture) sia all’interno delle istituzioni dell’Ue, che nei Paesi membri: divisioni nord-sud, est-ovest e Gran Bretagna contro Continente. Tali fratture risultano estremamente appetibili per diversi attori esterni. Una Russia da tempo nuovamente assertiva in politica estera vede la divisione dell’Europa come una risorsa geopolitica, un’opportunità per massimizzare la propria influenza nella regione attraverso una strategia di “political warfare”, come è stato evidenziato in recenti studi del Center for Strategic and Budgetary Assessment. Il referendum sulla Brexit è stato spesso citato come esempio in questo senso, così come l’ascesa di partiti estremisti in alcuni paesi dell’Europa occidentale. La crisi migratoria ha inoltre offerto alla Russia l’opportunità per promuovere una scissione culturale e politica in Europa, tra ovest ed est, ma anche all’interno degli stessi Paesi membri.

Da parte sua, la Cina negli ultimi dieci anni ha incrementato in maniera significativa gli investimenti esteri diretti nei Paesi membri dell’Ue portandoli da circa 2 miliardi di euro nel 2010, a oltre 37 nel 2016. L’aspetto chiave è l’evidente intenzione della leadership cinese di sviluppare un capitale politico su di essi, gettando le basi per un possibile sistema di alleanze, quantomeno economiche, sfruttando anche le fratture recentemente emerse nella partnership transatlantica e all’interno dell’Ue stessa. Le minacce Usa in relazione alla cooperazione transatlantica in materia di intelligence seguite alle ipotesi dell’apertura dei gateway 5G europei alle compagnie cinesi rappresentano un perfetto esempio dei rischi per l’Ue derivanti dall’intensificarsi della competizione internazionale. Allo stesso modo può guardarsi al dibattito sviluppatosi in relazione alla proposta di adottare una politica industriale strategica a livello europeo in risposta alla penetrazione economica di Pechino, che ha visto l’emergere di talune contrapposizioni tra Francia e Germania.

Da ultimo, ma non meno importante, l’Ue ha negli ultimi anni dovuto far fronte a una forte pressione da parte dell’amministrazione Trump, che ripetutamente si è spinta sino a etichettare l’Unione come vero e proprio “nemico” degli Stati Uniti. Il calcolo strategico alla base di questa linea di condotta sembra essere dettato dalla consapevolezza delle numerose sfide che molti Paesi membri dell’unione (coloro che sono anche membri della Nato) si trovano al momento ad affrontare in una permanente condizione di dipendenza strategica da Washington. Ciò sembra aver indotto lo storico alleato americano a prospettare una revisione degli equilibri esistenti in proprio favore, barattando in sostanza le garanzie di sicurezza fornite al Vecchio continente con concessioni economiche e commerciali.

Come già accennato l’Ue non è al momento in grado di contenere tali pressioni in maniera autonoma. La soluzione più idonea e “indolore” per il contenimento della competizione internazionale sul proprio territorio sembra dunque essere quella di, se così può dirsi, accettare il male minore. La penetrazione degli Stati Uniti in Europa si è consolidata, secondo una nota formula, attraverso un “impero su invito” e mantiene ancora, nonostante le tensioni degli ultimi anni, un carattere per lo più benevolo. Essa potrebbe dunque rappresentare una solida e tutto sommato “accettabile” assicurazione rispetto ad alternative ben più invasive e pericolose. Una scelta di acquiescenza rispetto a una crescita dell’influenza americana in Europa dovrebbe in ogni caso essere controbilanciata da un rafforzamento della cooperazione Ue a livello economico, tecnologico e di sicurezza, finalizzato a “contro-assicurarsi” rispetto a eventuali eccessive pressioni Usa.

La seconda componente di un nuovo approccio strategico competitivo dovrebbe riguardare il riposizionamento dell’Ue nel sistema internazionale attraverso la generazione di nuove capacità. Per rimanere rilevante, l’Ue non potrà infatti limitarsi al mero contenimento della competizione, ma dovrà modificare la propria posizione sistemica generando ulteriori vantaggi competitivi al di là di quelli che già possiede in ambito economico e di “soft power”. In particolare, alla luce della traiettoria emergente della competizione, appare fondamentale per l’Ue concentrarsi sul rafforzamento delle capacità di innovazione tecnologica. L’innovazione non è solo un driver fondamentale dell’economia moderna e lo sviluppo del potere militare, ma è anche di primaria importanza per lo status internazionale, rappresentando un simbolo della vitalità nazionale agli occhi dell’opinione pubblica mondiale. In altre parole può essere considerata l’elemento sine qua non di una “sintesi strategica” competitiva di medio-lungo periodo.

Oggi, nonostante alcune significative eccezioni, la maggior parte delle aziende più innovative non sono europee. L’Ue è in ritardo in aree di innovazione critiche come la genomica, l’informatica quantistica e l’intelligenza artificiale, ampiamente superata sia da Usa che da Cina. Le economie europee, che hanno faticato a rilanciare un percorso di crescita negli ultimi dieci anni, necessitano di un aumento della produttività e del tasso di innovazione che solo tecnologie di frontiera come la biologia sintetica, a medio termine, e l’intelligenza digitale e artificiale, a breve termine, possono innescare.

Sebbene l’Ue abbia un’altissima spesa pubblica in R&S (Ricerca e Sviluppo), gli investimenti privati ​​ ammontano al solo 19% del totale globale, dietro la Cina, con il 24% e gli Usa con il 28%. L’Unione investe 1,7 punti percentuali del Pil in meno rispetto agli Stati Uniti in attività immateriali chiave come software, database e proprietà intellettuale e la sua quota di R&S in software e servizi informatici è solo circa l’8% del totale globale. L’Ue è particolarmente in ritardo negli investimenti nelle tecnologie di frontiera: ad esempio, il 90% degli investimenti in biologia sintetica è stato fatto negli Stati Uniti e l’Ue genera solo la metà dei brevetti pro capite degli Stati Uniti nel digitale, nell’informatica quantistica e nei Big data.

Tale situazione appare ancora più preoccupante se si considera che l’economia globale sta entrando in un’era di “superstar”, aziende caratterizzate da convessità di rendimenti, guadagni non proporzionati e massive economie di scala. Le imprese europee non solo hanno difficoltà a raggiungere questa scala ma sembrano anche affrontare uno svantaggio strutturale dovuto alla frammentazione non risolvibile nel breve periodo. Al di là di misure già discusse o messe in atto, incluso il mercato unico digitale, una strategia di riposizionamento nel sistema internazionale imperniata sull’incremento delle capacità tecnologiche dovrebbe seguire tre linee direttrici.

In primo luogo fondarsi sulla “vecchia”, ma troppo spesso sottovalutata, soluzione di “throwing money at the problem”.  Il finanziamento dei contribuenti può infatti giocare un ruolo chiave nel promuovere innovazione diffusa. Come dimostra chiaramente il caso americano, l’elemento cruciale da tenere in considerazione è il contesto. Nell’aumentare ulteriormente il finanziamento pubblico di ricerca in tecnologie di frontiera, l’Ue dovrà dunque garantire una struttura decentralizzata dell’ecosistema di innovazione, in cui le istituzioni forniscano regolamentazione a favore della concorrenza, investimenti a lungo termine e un mercato per acquisire e utilizzare le tecnologie emergenti.

In secondo luogo, l’Unione dovrebbe sfruttare meglio le proprie capacità industriali. I produttori industriali europei sono tra i maggiori innovatori al mondo: 9 sui 16 “beacon” di tecnologia e innovazione nella produzione identificati dal World Economic Forum e da McKinsey si trovano in Europa e ciò significa che esiste un margine importante per diffondere politiche di innovazione industriale. L’Ue potrebbe basarsi sulle sue solide società industriali e rifarsi a precedenti di collaborazione per favorire la cooperazione oltre i confini del settore, così come è, ad esempio, accaduto per la European Automotive and Telecoms Alliance. Questi sforzi in altri settori potrebbero consentire a imprese medie e piccole, nonché a start-ups di pilotare l’innovazione su larga scala all’interno delle catene di approvvigionamento industriali esistenti, svolgendo in tal modo un ruolo chiave nel generare innovazione.

Da ultimo, l’Ue potrebbe sfruttare le dimensioni considerevoli del procurement nel settore pubblico per promuovere innovazione di beni e servizi digitali. Il grande settore pubblico europeo, spesso considerato una debolezza, potrebbe trasformarsi in un punto di forza. La spesa europea per gli acquisti di servizi e prodotti pubblici ammonta annualmente al 14% del Pil, ovvero circa 2 trilioni di euro. Una strada possibile potrebbe essere quella di rafforzare la digitalizzazione dell’architettura istituzionale dell’Unione, in maniera simile a quanto fatto in Estonia “E-Estonia”, e sfruttarla per promuovere convergenza tra gli stati membri in relazione a standard e interfacce aperte. In un certo senso tale processo è già iniziato, così come testimonia il fatto che cinque dei dieci paesi leader nell’e-government provengono dall’Ue, secondo i dati delle Nazioni Unite.

La strategia competitiva qui delineata per l’Ue non è ovviamente l’unica possibile. Esistono diverse possibili combinazioni di scelte e trade-off attraverso cui l’Unione potrebbe competere. Ciò che rimane ineludibile tuttavia è la scelta di essere parte attiva nell’emergente competizione internazionale. Il prezzo di scegliere di non partecipare è altissimo: diventare una scacchiera su cui le grandi potenze competono.

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