Uno Stato, come quello italiano, che si basa su valori di libertà e democrazia, non può sorvolare sulle condizioni del popolo venezuelano. L’appello di Carlos Gullì, portavoce di “Vente Venezuela” e presidente dell'associazione culturale Familia Futura

I dati dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr) mostrano che tra il 2015 e il 2020 il numero di venezuelani che hanno lasciato il loro Paese, a causa della crisi umanitaria, è passato da 695.551 a 5.093.987. Una fuga di massa che raggiunge quasi quella siriana ma in un Paese, il Venezuela, dove non c’è una guerra dichiarata se non quella aperta di Maduro contro il popolo.

La mancanza degli elementi fondamentali per una “normale” esistenza non vengono garantiti: acqua, cibo, farmaci, cure mediche, energia elettrica e sicurezza personale sono pressoché inesistenti. È proprio l’Unchr che lancia l’allarme: “Le persone continuano a lasciare il Venezuela per sfuggire alla violenza, all’insicurezza e alle minacce, nonché alla mancanza di cibo, medicine e servizi essenziali. Con oltre 5 milioni di venezuelani che vivono ora all’estero, la stragrande maggioranza nei paesi dell’America Latina e dei Caraibi, questo è il più grande esodo nella storia recente della regione sudamericana”.

E poi: “I continui sviluppi politici, dei diritti umani e socio-economici in Venezuela costringono un numero crescente di bambini, donne e uomini a partire per i paesi vicini e oltre. Molti arrivano spaventati, stanchi e hanno un disperato bisogno di assistenza”.

Se già a gennaio 2019, il presidente della Federazione Medica Venezuelana, Douglas León Natera, ha dichiarato che nei fatiscenti ospedali venezuelani muoiono circa 1.500 persone al giorno, possiamo immaginare cosa stia accadendo con l’emergenza Covid-19 e il crescente numero di contagi che il regime nasconde e che vieta agli operatori sanitari di divulgare, pena la detenzione. Come nel caso della dottoressa Carmen Hernández, che ha comunicato i dati dei contagi nella struttura ospedaliera da lei gestita e quindi arrestata con la falsa accusa di negligenza. Se per quanto riguarda la Cina sappiamo tutti che il regime nasconde la verità, è bene che tutti sappiano che anche in Venezuela succede lo stesso.

Il dottor León Natera ha spiegato che nell’ospedale J.M de los Ríos, il principale centro di assistenza per i bambini, prima dell’emergenza pandemica aveva un ritardo chirurgico che superava i 4.500 bambini in attesa e su otto padiglioni soltanto uno era funzionante con tutte le difficoltà esistenti.

La Commissione interamericana per i diritti umani (Iachr) e l’ufficio del relatore speciale per i diritti economici, sociali, culturali e ambientali (Redesca) hanno manifestato la forte preoccupazione per gli effetti della pandemia di fronte alla “situazione di estrema vulnerabilità del popolo venezuelano a causa della profonda e prolungata crisi umanitaria che sta attraversando il Paese ”.

Le autorità del regime chiedono che i cittadini restino a casa per la quarantena, ma come si fa a restare in casa senza acqua, senza cibo, senza gas per cucinare e, spesso senza energia elettrica? Il venezuelano deve decidere, giorno per giorno, se morire per la pandemia o morire di fame e di stenti.

Nelle ultime settimane, gruppi di venezuelani sono passati dall’emigrazione forzata al ritorno forzato. È stato il caso di oltre 33.000 persone residenti in Colombia, che hanno dovuto tornare in Venezuela dopo che il decreto di emergenza del coronavirus è stato decretato in quel Paese, quando sono stati lasciati senza lavoro o senza tetto sotto cui vivere, lo ha rivelato lunedì 13 aprile a Blu Radio il ministro degli Interni colombiano, Alicia Arango.

La popolazione venezuelana deve affrontare il rischio del fenomeno migratorio. Il ritorno dei migranti che sono sopravvissuti come lavoratori informali in diversi paesi dell’America Latina e che si sono improvvisamente ritrovati senza reddito. Sono i confini terrestri che presenteranno sicuramente il maggior numero di infezioni.

Fonti del regime venezuelano pretendono far credere che nel Paese vi siano soltanto 10 decessi per coronavirus e circa 298 contagiati, mentre medici e operatori sanitari, in maniera del tutto anonima, segnalano che i casi sono moltissimi e che il personale si lamenta della mancanza di indumenti adeguati alla protezione. Inoltre l’emigrazione di medici e infermieri ha lasciato gli ospedali in condizioni di vulnerabilità, i pochi rimasti dicono che si preparano alla situazione più drammatica che abbiano mai affrontato.

Le statistiche sulla salute dei venezuelani sono state completamente politicizzate, come a Cuba. La competenza medica è oggi assediata, censurata e condannata al silenzio. Lavora quasi sottoterra, nella paura. Ricordiamo come i governi di Chávez e Maduro hanno gestito tutte le precedenti epidemie che hanno colpito il paese negli ultimi anni: Zika, Chikungunya, Dengue e Malaria sono sinonimi di segretezza, occultamento e opacità.

Non possiamo credere alle parole del regime. Per non parlare delle tante morti causate dalla denutrizione severa di anziani e bambini, numeri nascosti di una emergenza negata pubblicamente, arrivando a sostenere che nel Paese non vi era nessun problema di alimentazione.

Non saranno sufficienti le raccomandazioni del dittatore di stare a casa, di indossare mascherine, perché come ho già detto il venezuelano comune è abbandonato da quello che dovrebbe essere uno “Stato”, più simile a un’organizzazione mafiosa a cui non interessa il benessere del cittadino ma agisce per i suoi interessi e per sottomettere la gente, per mezzo di una dittatura schiacciante che pretende obbedienza e che vieta le naturali proteste per fame, che in passato ha crudelmente represso ogni manifestazione pubblica e pacifica.

Maduro ha avuto la faccia tosta di richiedere 5 miliardi di dollari al Fmi, organismo che ha sempre criticato, ma l’istituzione ha respinto la sua petizione: “Sfortunatamente, il Fondo non è in grado di prendere in considerazione questa richiesta”, perché “non c’è chiarezza” sul riconoscimento internazionale di il governo del Paese, ha dichiarato l’Fmi in una nota.

Dopo aver contestato la controversa rielezione di Maduro nel 2018, Juan Guaidó è stato proclamato, per Costituzione, presidente ad interim e sostenuto da quasi 60 Paesi, tra cui Stati Uniti , Regno Unito e Ue, tranne l’Italia.

Purtroppo la debolezza da parte di alcune fasce dell’opposizione venezuelana, che hanno accettato il dialogo e, addirittura, di appoggiare elezioni con Nicolás Maduro candidato, ha deluso non poco i venezuelani. Siamo tutti consci che elezioni libere in dittatura non saranno mai possibili, soprattutto per la violenza, l’intimidazione e i brogli più volte denunciati.

Il Venezuela è soggetto alle sanzioni statunitensi, ma la crisi umanitaria venezuelana causata dalla tirannia sotto la guida di Maduro, è cominciata molti anni prima, il Paese ha subito un collasso economico che da vent’anni a questa parte, ha messo in ginocchio l’intero paese. Vent’anni di collaborazione del chavismo con il regime castrista di Cuba

Non è un mistero che, proprio a copia del modello cubano, il regime approfitti della pandemia per rafforzare il controllo sui cittadini, il terrore è parte fondamentale del suo progetto schiavizzante.

Spesso mi si rivolgono domande del tipo “perché la situazione venezuelana dovrebbe interessare agli italiani?”.

Oltre al fatto che in Venezuela, benché oggi sia diminuita, esiste una folta comunità italiana residente che dovrebbe essere tutelata, le radici italiane sono molto radicate, l’impronta degli italiani risale ai tempi della scoperta di essa avvenuta il 2 agosto del 1498, a seguito del terzo viaggio di Cristoforo Colombo. La storia del Venezuela comincia con gli italiani, le pagine di essa sono ricche di nomi nostrani: Vespucci, Codazzi, Castelli e altri ancora.

Gli italiani hanno cambiato, persino, le abitudini alimentari dei venezuelani. Il consumo di pasta pro capite del Venezuela è stato per anni al secondo posto nel mondo, subito dopo l’Italia. L’anagrafe consolare segnala circa 160.000 connazionali registrati nei due consolati italiani in Venezuela (Caracas e Maracaibo), Il 65% ha il doppio passaporto. Le imprese made in Italy, invece, sono ormai una piccolissima pattuglia tra i colossi delle costruzioni e dell’energia.

Contando anche i discendenti di persone di origini italiane, arriviamo a circa un milione di persone, che hanno sangue italiano.

Ma se non vogliamo tener conto degli italiani residenti in Venezuela, vi sono altri motivi per cui l’Italia dovrebbe preoccuparsi e dovrebbe prendere le distanze invece di restare apparentemente “neutrale” e, più o meno indirettamente, sostenere, attraverso alcuni rappresentanti del governo, la revolución castro-chavista e Nicolás Maduro, quest’ultimo accusato di gravissimi crimini di lesa umanità nei confronti del popolo a seguito degli attacchi ai partecipanti delle proteste pacifiche degli anni scorsi che hanno causato un numero elevato di morti.

Le prove e le evidenze abbondano, non possiamo non considerarle. Uno Stato, come quello italiano, che si basa su valori di libertà e democrazia, non può sorvolare su questo e non deve chiedere ai venezuelani di negoziare con la criminalità.

Vogliamo parlare di narcotraffico e di terrorismo di cui sono accusati dalla Dea i principali rappresentanti della tirannia con taglie milionarie sulle loro teste? Vogliamo dirlo che la propaganda del regime madurista non può più nascondere il disastro che ha causato nel Paese? Certo qualcuno continua a non sapere, altri fingono di non sapere per interessi che verrebbero meno se facessero il contrario.

È noto che narcotraffico si è sviluppato già negli anni della presidenza di Chávez. Il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti accusa specificamente Maduro, tra le altre accuse, di aver ricevuto 5 milioni di dollari dalla Farc nel 2006 quando era ministro degli Esteri del governo Chávez. Gli Stati Uniti accusano il dittatore venezuelano e i suoi parenti di aver trasformato le Istituzioni del Venezuela in un emporio criminale al servizio di trafficanti di droga e terroristi. Anche il numero 2 del regime, capo del partito socialista Psuv, Diosdado Cabello, è stato accusato di cospirare con i guerriglieri colombiani per “inondare gli Stati Uniti di cocaina” e usare la vendita di droghe come una vera e propria arma.

“Si stima che tra le 200 rotte siano state mosse dal Venezuela oltre 250 tonnellate di cocaina. Queste 250 tonnellate equivalgono a più di 30 milioni di dosi letali “, ha detto il dipartimento.

Insomma stiamo parlando di narcotraffico internazionale che partirebbe o passerebbe dal Venezuela per giungere in tutti i Paesi del mondo attraverso delle precise rotte e, quindi, anche in Italia. Da anni il Venezuela non vende petrolio, l’unica fonte che permette una vita da nababbi a chi sta al potere, è quella del narcotraffico e il riciclaggio di denaro sporco in Europa (e in Italia) con disponibilità di teste di legno e persone compiacenti. Quello che non è riuscito a fare Pablo Escobar negli anni 90, di trasformare la Colombia in un narco-Stato, è riuscito Maduro con la collaborazione di gruppi terroristici colombiani. Escobar, d’altronde, non aveva un supporto militare come invece lo aveva Chávez.

Dobbiamo metterci in testa che, grazie al chavismo, il Venezuela, da paese petrolifero con le maggiori riserve al mondo e dalla fortissima attrazione turistica, si è trasformato nel paradiso del narcotraffico internazionale i cui frutti sono la vera fonte di guadagno del regime.

Ma secondo voi, è giusto che l’Italia mantenga rapporti con elementi del genere, con criminali che si sono macchiati di tutti i reati possibili? Non possiamo fingere di non sapere che i protagonisti del chavismo venezuelano non solo hanno massacrato il Venezuela ma, grazie alla loro falsa propaganda e la complicità diffusa, riescono a trovare un terreno fertile dove coltivare i loro interessi illeciti proprio in Italia.

In poche parole, quello che voglio dire è che il problema del Venezuela certamente colpisce il mondo, bisogna tener contro delle tonnellate di droghe sequestrate in Africa, Europa, Nord America, provenienti dal Venezuela, del riciclaggio di denaro, della corruzione esportata nel mondo e, non meno importante, dell’emigrazione massiccia che colpisce sia l’America latina che l’Europa.

Un caso di cui si è venuto a sapere è quello di Roma e della commessa con casa da 5 milioni in via Condotti, moglie di un imprenditore colombiano, molto vicino al dittatore Maduro, indagato per riciclaggio. Oltre all’attico romano risultavano vari acquisti che, secondo i finanzieri del Nucleo di polizia valutaria, sarebbero stati fatti per riciclare denaro proveniente da tutto il mondo e provento di una sfilza di reati. L’inchiesta ha portato alla luce una società che movimenta denaro sporco.

Quanti ce ne saranno in Italia? Nonostante l’ottimo lavoro effettuato e la preparazione delle forze dell’ordine italiane, le note lunghezze burocratiche, nonché la mancanza di strumenti di ricerca attuali ed adatti, rendono difficili le investigazioni. Tutte questa criminalità avrebbe così un ingresso facilitato in Italia. Come nel caso della spia di Maduro, espulsa dagli Stati Uniti perché considerata soggetto pericoloso, per attacchi terroristici informatici, Livia Acosta Noguera, che a febbraio è stata tranquillamente accolta in Toscana.

A chi sta bene che l’Italia sia il porto sicuro per narcotrafficanti, complici di dittatori e spie di regime? Chi può assecondare che personaggi importanti della politica italiana abbiano rapporti di amicizia con la cupola della narco-dittatura di Maduro?

E, per concludere, gli organismi che si occupano di diritti umani, la associazioni e le persone che si ritengono attiviste per i diritti umani hanno fallito la loro mission se non fanno i conti con tutto questo.

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