Rifiutiamo l'approccio paternalistico e includiamo realmente le comunità locali: cooperazione, non su base punitiva, ma partecipativa. Gli assistenti civici? Non così.

Di recente ho avuto la possibilità di discutere di libertà e diritti al tempo del covid19 con due personalità di grande spessore: Angelo Schillaci, attivista dei diritti LGBT e professore di diritto comparato all’Università La Spienza di Roma, e la Sentrice PD Monica Cirinnà, per cui la battaglia per i diritti è, per me, il tratto costitutivo del suo impegno politico. Abbiamo affrontato la questione del rapporto tra diritto e libertà, tra diritto e vita.

Aprendo la discussione ho posto una domanda citando un passaggio del capitolo dal titolo “i limiti del diritto”, di un libro di Stefano Rodotà intitolato “La vita e le regole. Tra diritto e non diritto”. La domanda è la seguente:

può il diritto, la regola giuridica, invadere i mondi vitali, impadronirsi della nuda vita, pretendere anzi che il mondo debba “evadere la vita”? Gli usi sociali del diritto si sono sempre più moltiplicati e sfaccettati. Ma questo vuol dire pure che nulla può essergli estraneo, e che la società deve rassegnarsi a essere chiusa nella gabbia d’acciaio di una onnipresente e pervasiva dimensione giuridica?

Il contesto e il riferimento di contenuto sono diversi dal tema oggetto della discussione avuta con Schillaci e Cirinnà, e lo sono certamente rispetto al tema che voglio affrontare qua. Ma la domanda è cruciale perché di fatto ci chiede se la legge ha dei limiti, se il legiferare, in questo caso, ha dei limiti e se sì dove.

Allora, leggendo l’articolo uscito su Il Corriere dell Sera, in cui si parla dell’accordo fatto per creare la figura degli “assistenti civici”, mi sono detto: ecco, qua stiamo varcando forse un limite. La possibilità che private/i cittadine/i, pur selezionati con un bando pubblico, svolgano un lavoro (1) gratuito, e dunque senza vere garanzie se non una protezione Inail per infortuni, (2) di tipo “poliziesco”, mi ha procurato un forte disagio.

La creazione di “ronde” con espliciti compiti di vigilanza sul comportamento di altre cittadine e cittadini – nello specifico sul controllo dell’effettivo rispetto del distanziamento sociale – penso sia sbagliato nel merito, nel metodo e che apra un pericoloso precedente. C’è davvero bisogno di un corpo di vigilanza speciale (60.000 persone) di carattere quasi “morale”? Se c’è una norma e questa viene violata, ci sono già polizia locale, vigili, carabinieri e via dicendo. Non ne serve uno nuovo. E poi, perché un’attività di questo tipo deve essere gratuita e non regolata con un giusto compenso? Per altro, queste persone si esporrebbero a rischi notevoli, senza le garanzie che hanno invece quelli che lo fanno di “professione”.

Inoltre, questa smania di controllo sociale portata all’ennesima potenza è deleteria. Creerà conflitti sociali enormi. Lederà la coesione sociale e aprirà la strada a un controllo moralizzante che cozza con il quadro valoriale delle nostre società: di un Panopticon d’orwelliana memoria, non ce ne è proprio alcun bisogno.

Mi si aprono davanti agli occhi scenari per me raccapriccianti. Questa iniziativa, che ha certamente alla sua base un ragionamento di buona fede e di spinta alla “responsabilizzazione” della cittadinanza, rischia invece di essere un precedente pericoloso per gli usi che, in futuro, la politica potrebbe farne. Con intenti certamente meno nobili di questi.

Lo dico quindi con molta convinzione: fermiamoci, riflettiamo bene su tutto questo e cambiamo strada. Di percorsi alternativi per garantire il controllo, responsabilizzare la cittadinanza e vigilare, ce ne sono certamente molti. Per esempio, dovremmo rifiutare l’approccio paternalistico a favore di un reale coinvolgimento delle comunità locali, incentivando la loro cooperazione, non su base punitiva, ma partecipativa. Diamoci da fare. In meglio.

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