Le polemiche italiane sul contact-tracing evidenziano le conseguenze del guasto culturale provocato da una malintesa percezione della privacy e del modo di tutelarla.

In termini estremamente sintetici: per paura di un astratto pericolo di uno Stato di polizia abbiamo accettato il fatto concreto di avere trasformato l’Italia in uno Stato di poliziotti. Uno Stato dove l’applicazione concreta ed immediata della legge che tutela ordine e sicurezza (sanitaria) pubblica è affidata norme confuse applicate in modo arbitrario.

Il tema non è di natura politica ma tecnica: nella gestione dell’emergenza sanitaria ci si è dimenticati che in parallello alle questioni di protezione civile (passate sotto il controllo della Presidenza del Consiglio) ci sono quelle di ordine e sicurezza pubblica che sono rimaste nella “giurisdizione” del Ministro degli interni. E si è trascurato che in questa materia regioni e comuni non hanno reale autonomia (con buona pace dell’articolo 54 del Testo unico degli enti locali, sulla “sicurezza urbana”).

Il caos normativo si è tradotto nell’emanazione di norme che, per numerosità e oscurità, hanno richiesto l’impiego non solo delle forze di pubblica sicurezza ma anche dei militari (inizialmente, in modo non proprio ineccepibile dal punto di vista normativo).

Viceversa, sono trascorsi mesi senza che qualcuno decidesse come ricostruire spostamenti e contatti dei contagiati, e come rilevare i nuovi malati utilizzando dati già disponibili e creando ulteriori strumenti necessari allo scopo.

Da un lato, dunque, abbiamo un sistema di matrice taiwanese o sudcoreana dove l’incrocio di informazioni anche personalissime consente una gestione tremendamente efficace – e trasparente – nel contrasto del contagio.

Dall’altro c’è una sicurezza “muscolare” basata su un’inefficiente dispiego di uomini e mezzi, inutile a contrastare la disobbedienza di massa e troppo simile a scene viste in altri regimi “a democrazia variabile”.

La differenza fra i due modelli di sicurezza è tutta nell’uso del condizionale e nell’artificio retorico del creare a tavolino il problema in modo che ammetta una e una sola soluzione, quella che abbiamo interesse a sostenere, senza confrontarci con la realtà. Dobbiamo anonimizzare i dati perchè “qualcuno” – o, peggio, “lo Stato” – “potrebbe” abusarne.

Non siamo di fronte al classico esercizio “what-if” usato nel project management o nell’analisi di scenario per (cercare di) prevedere l’imprevisto, ma ad una semantica del tutto sganciata dalla realtà in nome della quale la mera invocazione della “privacy” abbatte qualsiasi razionalità nell’assunzione di scelte di sicurezza pubblica e sanitaria.

Partiamo da un presupposto indiscutibile: lo strumento principale del contrasto a un contagio è la caccia all’untore. Possiamo usare termini più politically correct e parlare di contact-tracing o exposure notification, ma nei fatti stiamo parlando di caccia all’untore.

Messa in questi termini, dunque, la questione richiede di affrontare due aspetti.

Il primo: la caccia all’untore non è una questione di privacy ma di rispetto della dignità umana. Se uno Stato è costretto a violare la sfera più intima di una persona per sapere se è infettata e chi ha potenzialmente infettato, la prima preoccupazione è fare in modo che questa persona non venga trattata, appunto, da untore.

Tutti ricordiamo, per esempio, i biglietti affissi alle porte delle case di medici e infermieri che, appunto, li accusavano di diffondere la malattia. Non era in gioco la privacy di nessuno, ma la dignità del lavoro e del sacrificio individuale.

Il secondo aspetto è che non è il “resto del mondo” a doversi inchinare alla privacy, ma è quest’ultima che deve fare tanti passi indietro quanti sono necessari per mettere il Coronavirus in condizioni di non nuocere.

La privacy non è un überdiritto – una norma supercostituzionale – di fronte alla quale tutti gli altri cedono e, anzi, a dirla tutta non è nemmeno un diritto autonomo dal momento che il suo contenuto già si ritrova nei beni protetti dalla Costituzione (ma questo, è un altro discorso).

Il dibattito pubblico, invece, si è consumato in uno spazio asfittico occupato dall’ingombrante presenza dello spettro privacy, e dove non hanno trovato spazio argomenti come, appunto, il costo sociale della sicurezza “muscolare”.

È un fatto noto, a qualsiasi livello, che in una situazione di emergenza il potere è esercitato da chi, in un determinato tempo e in un dato luogo, può farlo e prescindere da “interpretazioni”, “diritti” e “contestazioni” che si faranno valere quando, arrivati a Berlino, si vedrà se c’è ancora un giudice che abbia voglia di occuparsi del caso.

Nell’immediato, però, in nome della sicurezza muscolare si applica la giustizia del caso singolo per mezzo di soggetti ai quali non è corretto affidare una simile responsabilità.

La domanda che dobbiamo porci in termini di policy making, dunque, è se siamo disposti ad accettare una significativa riduzione degli spazi di democrazia pubblica e privata in nome della venerazione di un feticcio, la privacy, come l’Araba Fenice del Metasta.

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