Il mondo conservatore tedesco ribolle contro la Cina ma la cancelliera Angela Merkel non si sbilancia. Secondo Thorsten Benner, direttore del Global Public Policy Institute di Berlino, "la Germania deve rinunciare al suo rapporto privilegiato con Pechino se davvero vuole l'unità Ue. Altrimenti finisce come sugli aiuti all'Italia..."

La cancelliera Angela Merkel ha sollecitato trasparenza sul coronavirus. Il quotidiano Bild ha avuto nei giorni scorsi un’aspra contesta con la Cina sul ruolo del presidente Xi Jinping in questa pandemia. Mathias Döpfner, amministratore delegato del colosso dell’informazione Axel Springer SE, ha scritto che questa crisi ha chiarito all’Europa, in particolare alla Germania, che il tempo sta per scadere per scegliere tra Cina e Stati Uniti. Che cosa sta accadendo tra Germania e Cina, ma anche tra Unione europea e Cina? Formiche.net ne ha discusso con Thorsten Benner, direttore del Global Public Policy Institute di Berlino.

Che cosa sta accadendo nei circoli conservatori della Germania a proposito della Cina?

Angela Merkel non ha esattamente “sollecitato” la trasparenza da parte dello partito-Stato. Ha semplicemente detto che “Più la Cina è trasparente sulle origini del virus, meglio più tutti noi possiamo imparare da ciò”. Non ha criticato il partito-Stato per l’insabbiamento e il trattamento dei whistleblower. Non ha pubblicamente messo in discussione i dati cinesi. Finora ha rifiutato di schierarsi al fianco del presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen e di Australia e Canada che hanno chiesto un’indagine indipendente sulle origini del virus. Ha rifiutato di criticare la piaggeria della leadership dell’Oms nei confronti di Pechino o di ringraziare pubblicamente Taiwan per le sue donazioni di dispositivi di protezione individuale. Né si è soffermata molto parlando in pubblico sulla necessità di diversificare dalla Cina le catene di approvvigionamento di beni critici. Dietro le quinte, ha chiamato il presidente cinese Xi Jinping per garantire l’accesso preferenziale della Germania ai dispositivi di protezione individuali cinesi prodotti dalle compagnie di Stato cinesi. La sua cancelleria continua a spingere per una politica della porta aperta di Huawei sul 5G. Non ha nemmeno invitato Pechino a contribuire agli sforzi multilaterali per finanziare il vaccino  attraverso la Coalition for epidemic preparedness innovations. Merkel sembra quindi determinata a non sfidare Pechino in modo significativo.

Non sono tutti d’accordo con questa linea, o no?

Ciò ha alimentato forti critiche da parte del suo stesso partito: per esempio da parte di Norbert Röttgen, presidente della commissione per gli Affari esteri e candidato alla guida della Cdu. L’editoriale di Mathias Döpfner finora rappresenta la dichiarazione più forte all’interno del mainstream liberale-conservatore. Döpfner è una voce importante e il fatto che un giornale diffuso come la Bild, di proprietà di Springer, abbia recentemente alzato la temperatura sullo stato-Partito è è significativo. Ciò renderà più difficile per Merkel cavarsela con il suo approccio.

Incide il fatto che la cancelliera sia più “libera” politicamente visto l’annuncio passo indietro?

Sì, ma non sembra che sia disposta a usare quella libertà in alcun modo significativo per un’Europa più forte che investa in solidarietà, innovazione e sovranità tecnologica (o anche per perseguire una spinta necessaria per l’innovazione in Germania).

Döpfner ha invitato Germania e Unione europea al decoupling dalla Cina assieme agli Stati Uniti. Sarà una delle conseguenze di questa pandemia?

Lo stesso Döpfner non spiega che cosa significhi nella pratica “strict decoupling”. È assai improbabile che la Germania e il resto d’Europa seguano il percorso da lui indicato, per ora. Ci sarà un certo riequilibrio sulla dipendenza dalla Cina per la catena di approvvigionamento di beni critici, ma non vedo come un decoupling in stile Döpfner possa essere sostenuto come opzione a breve termine. Inoltre, l’approccio di Döpfner non è così affascinante, in quanto presume di sottomettersi agli Stati Uniti piuttosto che di investire nella sovranità europea. Una definizione di sovranità e autonomia europea può aumentare l’appeal delle richieste di ridurre la dipendenza dalla Cina. Lo snodo fondamentale del decoupling riguarderà la sfera tecnologica e sarà guidata da azioni statunitensi e cinesi. Nella maggior parte delle aree, l’Europa non è in prima fila. E laddove ha il potenziale di esserlo, come sul 5G (Nokia ed Ericsson sono le principali aziende globali), non agisce in modo sufficientemente efficace, in parte a causa dell’inazione tedesca.

Döpfner ha scritto: “Gli italiano sono stati persino disposti a sottomettersi al ridicolo eufemismo cinese della ‘Nuova via della seta’”. Come spiegare questo affondo all’Italia?

Non lo interpreto necessariamente questo come un attacco all’Italia in sé. È un attacco al governo italiano che ha firmato il Memorandum l’anno scorso con grandi fanfare. Döpfner non sembra avere familiarità con le complessità del dibattito italiano sulla Cina e delle azioni del governo, ed è per questo che si è concentrato solo su questo aspetto.

Che succede invece nella Spd, alleata di governo della Merkel? Prima la leadership ha chiesto agli Stati Uniti di rimuovere le testate nucleare dal suolo tedesco. Poi l’ex cancelliere Gerhard Schröder ha detto che il Covid-19 dimostra che è tempo di cancellare le sanzioni alla Russia.

Per quanto riguarda la Cina, è importante notare che i socialdemocratici sono il partito nel governo di coalizione che ha la posizione più chiara sul 5G: il suo gruppo parlamentare ha approvato una risoluzione per escludere tutti i fornitori non affidabili, sotto l’influenza di governi stranieri che non rispettano lo stato di diritto. Una risoluzione che colpisce Huawei e ZTE, anche senza nominarli. La Spd ha sottolineato la necessità di investire nella politica industriale europea per ridurre la dipendenza dalla Cina.

Come il Covid-19 cambierà il rapporto tra Cina e Germania e quello tra Cina e Unione europea?

Una cosa è certa: la pandemia ha accelerato il processo che vede la Cina diventare un tema di politica estera mainstream e ampiamente dibattuto. Il processo è iniziato con il 5G, lo Xinjiang e Hong Kong. Come si svilupperà questo dibattito, è troppo presto per dirlo. Il partito-Stato ha capito come può influenzare l’Europa: principalmente creando dipendenze commerciali, utilizzando l’accesso al mercato come arma e acquistando e arruolando le élite europee come portavoce del partito-Stato e sostenitori di forti relazioni economiche. Hai menzionato l’ex cancelliere Schröder. Allo stesso modo in cui lui è stato arruolato dal Cremlino, ci sono molti equivalenti sulla lista di Pechino. E lo stesso Schröder ha parlato a favore di Pechino.

Dove, invece, la Cina sta sbagliando?

Pechino non ha ancora capito come impegnarsi in una diplomazia pubblica di successo: la sua posizione aggressiva in molti Paesi europei sta dando segnali di fallimento. Sarà interessante vedere se Pechino saprà imparare da questo. Un risultato ideale sarebbe che l’Europa si rendesse conto che deve cercare di collaborare con la Cina su beni pubblici globali come la lotta alle pandemie e l’emergenza climatica. Ma deve farlo senza illusioni ed esitazioni nel difendere con forza i nostri interessi in modo molto più energico nei confronti del capitalismo statale autoritario di Pechino, diminuendo l’influenza di Pechino diversificando le nostre catene di approvvigionamento e diminuendo la dipendenza dal mercato cinese da parte delle grandi aziende tedesche ed europee.

La Germania invoca l’unità europea nel chiedere trasparenza alla Cina. Ma continua a insistere con l’approccio 17+1. Non è un controsenso?

Se la Germania è realmente intenzionata a investire su una voce europea unita nei confronti di Pechino, deve abbandonare il suo formato bilaterale privilegiato annuale che riunisce l’intero governo tedesco con le controparti cinesi. Ciò significherebbe che Berlino è seria e disposta a rinunciare a qualcosa per avere una maggiore unità europea. E Berlino deve anche dare una vera solidarietà fiscale ai Paesi più colpiti dalla crisi da coronavirus e dalla recessione. Se non lo fa, distrugge ogni possibilità di una posizione comune nei confronti di Pechino nel prossimo futuro — e crea molte opportunità che Pechino può come accaduto in all’inizio della pandemia in Italia, quando Germania e altri Paesi europei non sono riusciti a fornire l’assistenza medica necessaria.

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