Le grandi crisi globali hanno sovente portato a cambiamenti radicali della società. Che lo si attenda come una benedizione o lo si tema come una sciagura, anche il futuro del dopo-Covid-19 potrebbe dunque portare alla nascita di un mondo in parte o profondamente diverso sia sotto il profilo delle relazioni personali che di quelle statuali e internazionali. C’è chi immagina il sorgere di un nuovo Rinascimento. Ce lo auguriamo tutti, ovviamente. Anche se temiamo che quello che ciascuno di noi vorrebbe davvero per riempire di contenuto questa speranza non necessariamente sarebbe visto come un cosa positiva dal vicino di casa, e viceversa. Ma le nubi oscure all’orizzonte ahimè non mancano, nubi in cui l’espressione “un futuro migliore” perde molto del suo significato, smarrita come è tra le macerie lasciateci in eredità da questa pandemia che fatichiamo a lasciarci alle spalle. Perché la profondità del trauma psicologico, politico, ed economico, unitamente alla facilità con cui ci siamo adattati alla cattività, non fanno presagire per il meglio. Non saranno, insomma, solo “lacrime nella pioggia”.

Ci siamo ritrovati con una società profondamente divisa, ancor più del solito.

Da una parte chi non ha avuto (e continua a non avere) troppi problemi dalla quarantena: o perché la sua condizione economica è talmente forte da resistere a qualunque crisi, o perché può comunque godere di un reddito indipendentemente dalla presenza fisica sul luogo di lavoro, magari perché garantita, a fine mese, dalla benevolenza della mano pubblica. In questo gruppo non mancano i “virtuosi” del distanziamento sociale, che giudicano come criminali irresponsabili, senza spesso sforzarsi di comprenderli, coloro che non possono o non vogliono uniformarsi ai dettami dei virologi-re. Così come intellettuali – o presunti tali – che si commuovono nel vedere una Venezia finalmente libera dalle folla plebea che la attanaglia; con canali limpidi e cigni nel Canal Grande. Per non parlare dell’invidia sociale, del “ben gli sta”.

Dall’altra gli “essenziali”: un gruppo variegato, che include i marginalizzati di oggi, i poveri, gli immigrati, quelli di cui la società non può fare a meno, ma che sostanzialmente guarda con sufficienza (quando va bene) o semplicemente detesta (quando va male); assieme alla spina dorsale dell’economia italiana: ovvero l’esercito delle piccole e medie imprese, partite Iva incluse. Ciò che li accomuna è il fatto che alla fin fine non hanno mai avuto una reale scelta: morire (figurativamente e non) di stenti o rischiare la propria vita sul posto di lavoro.

E in mezzo a tutti lui, il Leviatano, a tutti i livelli geografici: dal centro alla periferia, dal nazionale al locale. Mai così grande, così terribilmente maestoso e al tempo stesso così amato da tutti quei cittadini terrorizzati dall’ignoto del coronavirus. Assurto ad origine prima (e ultima) delle libertà – diventate come tali soggette al suo capriccio tra un dpcm, una ordinanza comunale, e una Faq ministeriale inclusa ormai di fatto tra le fonti del diritto. Che decide ad esempio chi può protestare e chi no, pena salate multe. Che attraverso l’ambiguità della norma consegna all’arbitrarietà capricciosa del singolo pubblico ufficiale di turno la licenza di sopruso. Perché il Leviatano ha sempre bisogno di tanti piccoli, zelanti ed entusiasti adepti per esistere e prosperare… E che ora, con il concreto rischio di una ecatombe economica, può diventare il fulcro di ciò che il sociologo Luca Ricolfi ha recentemente chiamato “una società di parassiti”, in cui saremo tutti, ad eccezione di pochi, schiavi, nella povertà, dell’assistenzialismo e della sua benevolenza.

Fantascienza? Forse. O forse no. Un recente sondaggio di Euromedia Research riporta che solo il 36% degli italiani è “favorevole alla ripresa” e al ritorno della normalità; per il 64% prevale la paura del contagio e del ritorno del virus. Ecco quello che sta succedendo: ci stiamo ammalando di paura, una malattia perfino più pericolosa del coronavirus, perché uccide lo spirito. Il fatto poi che il nuovo nemico sia invisibile e del tutto indifferente a noi, di tutt’altra pasta rispetto ai terroristi di quel mondo oramai così distante del post 11 settembre, che almeno avevano una faccia, un odio, e un tragico perché, non fa che peggiorare le cose.

Elsa, la protagonista di quel magnifico cartone animato di Walt Disney intitolato Frozen, ad un certo punto saggiamente ci ricorda che “è della paura che non ci si può fidare”. Ed ha quanto mai ragione. Specie in una democrazia. Perché la paura è da sempre l’alleato migliore della tirannia. Una tirannia non imposta, sarebbe inelegante, ma richiesta a gran voce dai cittadini che, come nella tradizione di una distopia un po’ smielata, la accoglierà in trionfo tra lacrime di gioia, applausi scroscianti e valanghe di voti.

Ecco per una volta non sarebbe male che una grande crisi partorisse alla fin fine solo un topolino: un banale, noioso e sonnolento ritorno alla normalità di un tempo che fu.

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