La questione di Hong Kong si basa sui valori fondanti dell'Ue e la necessità di parlare con un’unica voce su questo tema è sia un’esigenza fondamentale sia un’occasione per mediare tra Usa e Cina. L'analisi di Stefano Pelaggi, docente presso l'Università di Roma La Sapienza, research fellow presso il Centre for Chinese Studies a Taipei e ricercatore di geopolitica.info

Le pacifiche manifestazioni di fine maggio per protestare contro una legge che avrebbe permesso l’estradizione in Cina si sono trasformate in mesi di caos nelle strade. Imponenti manifestazioni con milioni di partecipanti hanno attraversato la città, la brutale e spesso immotivata risposta della polizia ha determinato la risposta violenta di una parte dei manifestanti. La popolazione di Hong Kong ha sostanzialmente dimostrato di sostenere le ragioni dei manifestanti. Le attività economiche e commerciali sono state bloccate per mesi e il turismo è stato azzerato. La distanza tra l’amministrazione della città stato, in particolare le forze di polizia, e la popolazione sembra immensa. La naturale attitudine agli affari e il pragmatismo confuciano degli abitanti di Hong Kong sono stati sopraffatti da un flusso costante di caos.

Da febbraio agli inizi di maggio 2020 la lotta alla pandemia Covid-19 ha determinato una sorta di tregua. Da giorni le proteste da Hong Kong sono tornate prepotentemente sulla prime pagine dei giornali. Molti giovani sono stati arrestati, quindicenni e quattordicenni con bottiglie molotov, maschere anti-gas ed elmetti nella giornata di oggi 27 maggio. Le consuete proteste durante la pausa pranzo nel distretto finanziario sono iniziate di nuovo, dopo l’interruzione dovuta alla pandemia. I filmati di violenza nelle strade della città stato sono nuovamente onnipresenti nei  media internazionali 

Sembra l’esatta prosecuzione dei mesi estivi ma molte cose sono cambiate. 

La scorsa settimana Pechino ha annunciato l’intenzione di attuare la legga contro le minacce alla sicurezza nazionale cinese. Si tratta di una legislazione fatta su misura per Hong Kong e secondo i principali commentatori la più estesa mossa della Cina per rivendicare il controllo del territorio nella città-stato sin dal 1997. La legge potrà essere applicata a Hong Kong senza bisogno di essere promulgata dall’amministrazione della città-stato. Si tratta chiaramente della negazione del “un Paese, due sistemi”, la modalità di status semi-autonomo che ha permesso l’autogoverno dei territori coloniali della Cina — Macao e Hong Kong. 

La stessa amministrazione della città-stato si sta muovendo velocemente nella direzione indicata da Pechino. Nella giornata di oggi è previsto il secondo dibattito sulla legge per rendere illegale qualsiasi offesa all’inno nazionale della Repubblica Popolare cinese, che nei mesi della protesta è stato contestato a Hong Kong nella maggior parte degli eventi pubblici, in particolare in quelli sportivi. Appare chiaro come gli spazi di libera espressione ad Hong Kong si stanno riducendo moto velocemente. 

La particolarità delle proteste di Hong Kong è stata quella di un’assenza di leadership, una dinamica fortemente voluta sin dall’inizio dai vari gruppi che compongono la galassia dei manifestanti pro-democrazia. Un assetto che, sino a questo momento, ha determinato una spinta sempre più decisa verso posizioni intransigenti o poco inclini al dialogo. La percezione tra i manifestanti è quella di una sostanziale sfiducia nei confronti dell’amministrazione della città stato. In questo senso lo slogan scritto nel palazzo legislativo nel luglio del 2019 durante l’assalto al Consiglio legislativo di Hong Kong è significativo: “It was you who taught me peaceful marches did not work” (Siete stati voi a insegnarmi che le marce pacifiche non funzionano.) Soprattutto l’assenza di una leadership definita ha determinato una radicalizzazione delle azioni, una dinamica potrà essere ulteriormente accelerata dalla proposta di legge in via di approvazione a Pechino. Una spinta identitaria dei manifestanti, che sottolinea e rivendica l’alterità della cultura cantonese rispetto all’onnipresente gigante cinese, appare sempre più evidente. La stretta di Pechino potrebbe generare una ulteriore radicalizzazione delle frange più violente della protesta. Va considerato come molti manifestanti siano giovanissimi e la maggior parte di loro mostra una forte determinazione mista a un approccio quasi fatalistico. Una miscela esplosiva che mette a rischio sia la popolazione della città stato sia gli equilibri geostrategici.

Lo scontro tra Washington e Pechino sembra essere sempre più intenso e un intervento risolutivo degli Stati Uniti nella questione di Hong Kong è fuori discussione. Gli Stati europei sono troppo deboli per poter incidere in maniera significativa sulla vicenda. Da ormai vent’anni le singole nazioni avviano proficui rapporti bilaterali con Pechino per lasciare a Bruxelles l’arduo compito di richiamare la Cina sui temi più delicati — diritti umani e reciprocità nell’economia su tutti. Gli avvenimenti di Hong Kong potrebbero essere un’occasione per l’Unione europea per trovare un inedito ruolo nella competizione tra Usa e Repubblica popolare cinese ma soprattutto per tentare una mediazione in uno scenario sempre più complesso. 

L’Unione europea, fino a ora, non è riuscita a trovare una linea comune sui temi economici e strategici con la Repubblica popolare cinese. Oggi la questione di Hong Kong è incentrata proprio sui valori fondanti dell’Unione Europea e la necessità di parlare con un’unica voce su questo tema è sia un’esigenza fondamentale sia un’occasione.

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