L’ora di religione: il peccato di vanità

L’ora di religione: il peccato di vanità
Vanitas vanitatum et omnia vanitas, si legge nell'Ecclesiaste. È un classico, tra i peccati, ma anche modernissimo, perché trova il suo rilancio con le tecnologie avanzate. La nuova rubrica di Pino Pisicchio

Facciamo una scommessa: poniamo che fossimo capitati in uno di quei film americani che in un lampo ti portano nell’aldilà mentre stai ancora nell’aldiquà, tanto per dare un’occhiata ai gironi dell’inferno, non si sa mai.

Arrivati colà circondati da fuoco e fiamme e bruttissime facce di satanassi con forconi, code suine e zoccoli di ungulati ben pasciuti, facciamo che ci venga voglia di dare una sbirciatina, così, per una sommaria valutazione di quello che ci attenderebbe data la cospicua mole di peccatucci accumulati nel corso della nostra vita spericolata come Steve McQueen.

Secondo voi, nella hit parade dei peccati più gettonati, tra violazione di comandamenti e vizi capitali (e delle punizioni eterne più praticate), che cosa troveremmo? La lussuria? Ma quando mai: peccatuccio da niente e tendenzialmente démodé, specie al tempo di coronavirus, derubricato a veniale nella fattispecie dell’atto impuro solitario. Il desiderio della donna d’altri? Idem. Il ladrocinio? Sempre in quota nella parte alta della classifica ma non al primo posto. L’omicidio? Stabile ma non egemone. L’avarizia e l’invidia sempre in ottima posizione e così la gola (e che nessuno dichiari di esserne mondo, perché si vede dal girovita post Covid), ma non the first. E allora quale? La vanità, e cos’altro, se no? Vanitas vanitatum et omnia vanitas, si legge nell’Ecclesiaste, tanto per stampare bene in testa ai credenti – ebrei o cristiani che siano – da che parte viene la tentazione più forte. È un classico, tra i peccati, certo, ma anche modernissimo, perché trova il suo rilancio all’ennesima con le tecnologie avanzate.

I media innanzitutto: dove andrebbero a finire, secondo voi, gli stuoli di trapassanti virologi, “opinionisti”, “politici”, esperti a vario titolo, in modalità incazzata o pedagogica, con l’occhio ipnotizzato dalla telecamera o bloccato nell’eterna fissità in tutt’uno col labbro nella sprezzatura luciferina, anime perse del servizio permanente effettivo nei talk show? All’inferno, naturalmente, dove il padrone di casa, in grisaglia blu executive, con la faccia da avvocato del diavolo ( appunto) un po’ sornione, un po’ figlio di buona donna che ha Al Pacino in grande spolvero, ti dice in faccia che le anime lui se le prende tutte per vanità.

Insomma: non esistono più i peccati di una volta. Potere, passioni oblique ma intense, sesso e rock’n’roll (quella che si cita in mezzo, magari, la trovi ancora praticata), sembrano esercizi letterari da grandi narratori russi.

A noi basta un giro di valzer sotto i riflettori del salotto della Barbara D’Urso per vendere l’anima e anche qualcosa d’altro, se possiamo. Dal contratto del dottor Faust alla D’Urso live: sic transit gloria mundi, si legge nell’Imitatio Christi per ricordare come sono piccole e poco significanti le cose di questo mondo. E l’Inferno? Abbiamo visto abbastanza, è ora di tornare e di spegnere il televisore.

ultima modifica: 2020-05-25T08:40:53+00:00 da Pino Pisicchio

Chi ha letto questo articolo ha letto anche: