L’interculturalità è un dato di fatto, tutto da costruire. Qui c’è un lavoro necessario di (ri)appropriazione nella realtà.

Immersi nella pandemia, persi tra “fasi” che non riusciamo a comprendere, dimentichiamo che c’è un mondo che non si ferma e che, anzi, ci pone di fronte alle sue sfide perenni. La storia non va in lockdown.

Ciò che, invece, sembra essersi arrestata è la corsa folle di un ordine liberale che deve fare i conti con lo scambio continuo di mondi-della-vita che fanno del mondo un mosaico anziché una sommatoria. Grande idea, l’ordine liberale si è drammaticamente infranto contro le infinite differenze, dai singoli ai sistemi, che percorrono il pianeta.

Sono le differenze, e i differenti approcci alla storia, che risorgono dalle ceneri di una sovrastruttura “ordinata” che, se poteva funzionare – come in buona parte è accaduto –  nel “mondo precedente”, mostra tutti i suoi limiti nel mondo attuale.

Tutte le differenze sono lì, davanti a noi, a reclamare riconoscimento. Se l’interculturalità è un dato di fatto, è – allo stesso modo – tutta da costruire. Ciò significa che o il mondo “prossimo” prenderà le distanze dal mondo che è stato o ci troveremo a resistere di fronte a spinte dominanti che non potremo controllare.

Oggi ci troviamo a guardare un mosaico disorganizzato. Vediamo le voci e i miti che, in ogni contesto, emergono dal crollo dell’illusione liberale, tanto quanto vedevamo, trent’anni fa, sistemi pronti alla storia dopo la caduta del muro di Berlino e il successivo crollo del sistema sovietico.

La frontiera della politica è nell’interculturalità, nel (ri)congiungimento strategico e dialogale, certo anche dialettico e conflittuale, delle infinite storie che si confrontano tra competizioni e cooperazioni, tra inclusioni e scarti, tra integrazioni e disintegrazioni.

Ripensare il mondo in chiave interculturale non significa mettere insieme le differenze ma, al contrario, cambiare prospettiva. Interculturalità fa rima con inter-in-dipendenza, collocando le differenze sul piano non omologante del loro “abbandonarsi” per (ri)trovarsi nell’altro che portano dentro. Non esiste la purezza dell’essere differenti ma la “potenziale possibilità” dell’esserlo in un “vincolo virtuoso” che non penalizza ma valorizza, che non omologa ma (ri)crea.

L’inter-in-dipendenza è un mosaico interculturale laddove ciò che lo lega è il respiro del tutto in ogni parte e di ogni parte nel tutto. Osservando politicamente, è il “comune” che si fa storia.

(Professore incaricato di Istituzioni negli Stati e tra gli Stati e di History of International Politics, Link Campus University)

 

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