Il caso Hong Kong arriva sul tavolo dell'Onu e scuote il Palazzo di Vetro. Per la Cina è "una questione interna". Usa, Uk, Australia e Canada firmano un comunicato di condanna congiunto. E Washington chiede di riunire il Consiglio di Sicurezza

New York. La battaglia tra Washington e Pechino si sposta nuovamente al Palazzo di Vetro. Questa volta il braccio di ferro tra le due potenze riguarda la situazione ad Hong Kong, dopo che il Congresso nazionale del popolo, il ramo legislativo del parlamento cinese, ha dato il via libera all’adozione della legge sulla sicurezza nazionale della regione autonoma.

Gli Usa hanno chiesto la convocazione immediata di una riunione del Consiglio di Sicurezza per discutere della misura: si tratta di una “questione di urgente preoccupazione globale con implicazioni su pace e sicurezza internazionali”, ha fatto sapere la missione americana presso le Nazioni Unite, chiedendo che pertanto venga affrontata dai Quindici.

Immediata la reazione di Pechino, che “rifiuta categoricamente questa richiesta infondata”, come ha spiegato l’ambasciatore all’Onu, Zhang Jun, perché la legislazione sulla sicurezza nazionale di Hong Kong è una questione interna e “non ha nulla a che fare con il mandato del Consiglio di Sicurezza”.

E puntuale arriva la condanna a quattro di Regno Unito, Usa, Canada e Australia nei confronti della Cina. Questo passo, accusano i ministri degli Esteri dei quattro grandi paesi anglofoni occidentali in una nota congiunta, rappresenta una violazione “diretta degli obblighi internazionali” di Pechino previsti dalla dichiarazione sino-britannica firmata al tempo della restituzione della colonia e “registrata dall’Onu”.

Washington, da parte sua, ha ribadito che l’opposizione del Dragone alla riunione del Cds “è un altro esempio della paura di trasparenza del Partito Comunista Cinese, e la convinzione di poter sfruttare l’attuale pandemia di coronavirus per distrarre il mondo dal suo assalto a Hong Kong”.

“Questa azione, unita alla grave copertura e cattiva gestione della crisi del Covid-19, alle continue violazioni dei suoi impegni internazionali in materia di diritti umani e al comportamento illegale nel Mar Cinese Meridionale, dovrebbe rendere evidente a tutti che Pechino non si sta comportando come uno stato membro responsabile dell’Onu”.

“I fatti dimostrano ancora e ancora che gli Usa sono i produttori di guai del mondo – ha ribattuto l’ambasciatore cinese – Sono gli Stati Uniti che hanno violato i propri impegni ai sensi del diritto internazionale”. Quindi, ha ribadito che Pechino “esorta Washington a interrompere immediatamente la sua politica del potere e le pratiche di bullismo”.

Lo scontro diplomatico é avvenuto all’indomani di una lunga giornata di proteste con oltre oltre 300 arresti nell’ex colonia britannica, al termine della quale il segretario americano Mike Pompeo ha puntato il dito contro il Dragone, dicendo che “nessuna persona ragionevole può affermare che Hong Kong ora mantenga un alto grado di autonomia dalla Cina. Mentre il presidente Donald Trump ha detto di voler “fare qualcosa” contro la stretta attuata da Pechino con la legge sulla sicurezza nazionale.

“È qualcosa di cui sentirete prima della fine della settimana, qualcosa di molto potente penso”, ha aggiunto il tycoon. Alla linea dura dell’amministrazione Usa, il portavoce del ministero degli Esteri cinese Zhao Lijian ha risposto con altrettanta fermezza, dicendo che il suo paese “prenderà le necessarie contromisure contro le forze esterne che interferiscono su Hong Kong”.

La legge assicurerà “la stabilità e la prosperità di lungo termine” dell’ex colonia britannica, ha commentato invece il premier cinese Li Keqiang dopo il via libera del Congresso: é una misura progettata per la “stabile attuazione” del modello ‘un Paese, due sistemi’, che regola le relazioni tra Pechino e Hong Kong, e su cui la Cina ha “sempre lavorato per la piena attuazione”.

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