Come cambia la sicurezza europea senza Open Skies. Parla l’amb. Stefanini

Come cambia la sicurezza europea senza Open Skies. Parla l’amb. Stefanini
La fine del trattato Open Skies, con un occhio all'ascesa militare cinese, rende il Vecchio continente più insicuro. “L'unica opzione – secondo l'ambasciatore Stefano Stefanini – è sviluppare una componente europea più forte nella Nato”

È ormai consolidata la “convergenza di interessi” tra Stati Uniti e Russia per una progressiva erosione del sistema di accordi sul controllo degli armamenti. Nasce dalla comune preoccupazione per l’ascesa cinese e aumenta inevitabilmente l’insicurezza sull’Europa, chiamata dunque ad aumentare il proprio peso nel campo della Difesa, “sempre all’interno della Nato”. Parola dell’ambasciatore Stefano Stefanini, senior advisor dell’Ispi, già consulente diplomatico del Presidente Napolitano e rappresentante permanente per l’Italia all’Alleanza Atlantica. Formiche.net l’ha raggiunto per commentare la decisione degli Stati Uniti di uscire, in sei mesi, dal trattato Open Skies, l’accordo che dal 2002 autorizza gli Stati parte a condurre voli di osservazione disarmati sui territori degli altri Paesi che vi hanno aderito (in tutto 35).

Ambasciatore, come legge la decisione statunitense di uscire dal trattato?

La decisione era sicuramente nell’aria. Risponde a una linea americana e russa di progressivo distacco da tutta la struttura pattizia di accordi sul controllo degli armamenti. Su Open Skies, ciò riguarda la reciproca capacità di controllo. L’uscita dal trattato si inserisce però in una tendenza consolidata da anni, che rende l’Europa più vulnerabile, poiché viene meno la copertura capace di garantire prevenzione su eventuali aggravamenti dello scenario di sicurezza.

Come viene accolto tutto questo dal Vecchio continente? C’è il rischio che si incrini il rapporto tra le due sponde dell’Atlantico?

Sicuramente contribuisce a incrinare i rapporti. Gli europei sostengono gli Stati Uniti nella repressione alla Russia, ma non sono d’accordo sulla conclusione americana, cioè l’uscita dai trattati. Lo stesso è accaduto sull’Inf la scorsa estate. Chiaramente, gli europei non hanno altra scelta che sostenere gli Usa, condividendone le preoccupazioni per l’assertività russa. Tuttavia, ritengono che l’attuale metodo americano sul sistema di controllo degli armamenti non sia quello giusto.

Lei ha parlato di “linea americana e russa”. C’è una sorta di accordo sulla demolizione dei vincoli reciproci che affondano le radici nella Guerra fredda?

Non c’è un accordo esplicito. Non credo ne abbiamo mai discusso. Inoltre, all’interno dell’establishment americano che in questi decenni ha lavorato alla dottrina sul controllo degli armamenti c’è chiaramente del dissenso sulla fine dei vari accordi. Immagino che lo stesso accada anche in campo russo. Direi dunque che si tratta più che altro di una convergenza di interessi e di valutazioni tra le attuali amministrazioni.

Alla base di tale convergenza c’è secondo lei la comune preoccupazione per la Cina, che non è vincolata al sistema di controllo degli armamenti?

Sì, c’è indubbiamente un problema con la Cina. Ormai, non può più essere considerata come terza potenza marginale rispetto alle altre due. Sul piano militare, può ormai essere ritenuta a livello di Russia e Stati Uniti. Non è una superpotenza nucleare come loro (almeno non ancora), ma può contare su un’azione libera dai vincoli delle rete di disarmo che invece limitano Washington e Mosca. Tra l’altro, Pechino rifiuta categoricamente qualsiasi invito a partecipare a nuovi negoziati. Un “problema Cina” quindi c’è, comprensibile anche dal punto di vista europeo. Il risultato però è che il Vecchio continente vede aumentare la propria insicurezza. La fascia protetta dalla rete di accordi si trova gradualmente allo scoperto.

Ha detto che l’Europa sarà più insicura. Cosa fare, allora?

All’Europa non rimane altra scelta che rendere più credibile la propria capacità autonoma di sicurezza. Serve una componente europea più forte nella Nato. E dico Nato perché, oggi come oggi, pensare a una Difesa europea che sia parallela e al livello dell’Alleanza Atlantica è irrealistico. Tra l’altro, la maggiore credibilità europea in questo campo permetterebbe, con due piccole potenze nucleari (occorre infatti tenere agganciato il Regno Unito post-Brexit), di avere voce più autorevole nel campo del disarmo, cosa che fin’ora è stata molto limitata.

A fine febbraio scade il trattato New Start che limita Usa e Russia su testate nucleari e vettori. È destinato a non essere rinnovato?

È probabile. Il trattato New Start resta ormai l’ultimo grande baluardo della struttura di accordi sul controllo degli armamenti. Si sa che è a rischio, ma anche che è l’ultima spiaggia per salvare un sistema che, pur affondando nella Guerra fredda, è poi durato per oltre un quarto di secolo.

Il tutto, nell’incertezza sugli impatti della pandemia sulla sicurezza internazionale. 

L’annunciato ritiro degli Stati Uniti dal trattato Open Skies ci deve ricordare che, anche se oggi il problema numero uno è la crisi da Covid-19, gli altri problemi non se ne vanno. Seppur difficile, i nostri leader devono dunque pensare a tutto campo. È probabile, nonché auspicabile, che tra cinque anni il Covid-19 appartenga al regno delle brutte esperienze (di quelle che lasciano il segno). Gli armamenti nucleari no.

ultima modifica: 2020-05-22T12:40:24+00:00 da Stefano Pioppi

 

 

 

 

Chi ha letto questo articolo ha letto anche: