Il caso di Silvia Romano ha aperto il dibattito sulla sicurezza dei cooperanti. “L’Italia è caratterizzata da un sistema di Ong molto frammentato”, dice Paola Gaeta, professoressa di diritto internazionale: “Mentre le grandi organizzazioni hanno codici di condotta, spesso le piccole peccano di professionalità”

Il riscatto pagato per Silvia Romano “potrebbe essere un problema per l’Unione europea”, secondo l’Alto Rappresentante europeo per gli Affari esteri, Josep Borrell. Che si è detto impressionato dalle parole del portavoce di Al Shabaab, Ali Dehere, il quale sostiene che una parte di quei soldi ricevuti serviranno per comprare armi. “Sì, sicuramente questo è un problema. Ma francamente non abbiamo ulteriori informazioni da darvi. Sono spiacente”, ha detto ai giornalisti.

Il tema del riscatto ha acceso le polemiche politiche. “Quei soldi pagati per Silvia andranno ad armare le mani assassine dei terroristi islamici”, è la linea della Lega dopo l’intervista al portavoce di Al Shabaab a Repubblica. Il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, davanti alle contestazioni di Borrell, ha replicato: “A me non risultano riscatti per la liberazione di Silvia Romano. Altrimenti dovrei dirlo e denunciare”. E ancora: “Perché la parola di un terrorista che viene intervistato vale più di quella dello Stato italiano?”, ha aggiunto il ministro che pare deciso a intervenire, rispondendo anche agli inviti degli alleati di governo del Partito democratico, sulla regolarizzazione delle Ong e sull’introduzione di criteri di sicurezza per la salvaguardia dei propri operatori umanitari.

“Non sappiamo se il riscatto sia stato corrisposto. Ma immagino che siano state spese somme di denaro per ottenere informazioni, ossia  che i servizi segreti abbiano dovuti “oliare” gli informatori locali. Senza poi contare il prezzo politico dell’aiuto della Turchia e del Qatar”, ragiona con Formiche.net Paola Gaeta, professoressa di diritto internazionale al Graduate Institute di Ginevra. “Lasciando però da parte queste considerazioni, è importante sottolineare come la questione del pagamento del riscatto non sia regolamentata dal punto di vista giuridico. Il diritto internazionale e il diritto dell’Unione Europea non vietano il pagamento di un riscatto per la liberazione di cittadini rapiti all’estero da gruppi armati di stampo terroristico”

Professoressa, come leggere le parole dell’Alto rappresentante Borrell?

È chiaro che ci sia una linea di intransigenza da parte di alcuni Paesi, nell’Unione europea ma non solo, che non negoziano in situazioni simili applicando di fatto quel principio che in Italia è normato per altre situazioni: nel nostro Paese, infatti, vengono congelati i beni dei privati cittadini a cui venga rapito un parente per evitare che si paghi il riscatto. L’obiettivo è proprio evitare di finanziare il perpetuarsi delle attività criminali. Ma questo non si applica al pagamento di un riscatto da parte del governo per il rapimento di cittadini all’estero.

C’è una norma che impedisca all’Italia di pagare riscatti? 

“No, come dicevo prima non esiste questo divieto, ma c’è una questione di opportunità. È in questo quadro che bisogna leggere le parole dell’Alto rappresentante Borrell, che dimostrano come l’Italia sia identificata come l’anello debole della catena.

Che effetto hanno avuti gli anni della lotta al terrorismo sul diritto internazionale?

Molti gruppi armati che un tempo avremmo chiamato insorti o ribelli, adesso si caratterizzano per la loro radicalizzazione islamica e il loro terrorismo islamico. Non stiamo più parlando di gruppi che lottano per l’autodeterminazione, ma che combattono per la Jihad con violenza inaudita anche su suolo occidentale. L’effetto principale sul diritto internazionale, in particolare quello che regolamenta i conflitti armati, è di considerare questi gruppi come organizzazioni terroristiche e quindi di criminalizzare qualsiasi forma di sostegno a esse. E questo ha un impatto, per esempio, anche sulle organizzazioni umanitarie come quella di cui faceva parte Silvia Romano. Ci sono molte leggi che criminalizzano non il supporto diretto a specifiche azioni terroristiche — perché di per sé criminalmente rilevante — ma qualunque forme di sostegno a gruppi armati etichettati come terroristici.  Accade così: i governi, attraverso una lista stilata dai servizi segreti, dichiarano che alcune organizzazioni sono terroristiche e la legge nazionale impedisce qualsiasi forma di supporto a organizzazioni di questo tipo, anche quando si tratti di aiuti umanitari.

Per questo molte Ong sono sul piede di guerra?

Sì, perché sostengono di rischiare di essere considerate criminali se vanno ad aiutare i civili che si trovano nelle aree controllate da queste organizzazioni o a curare i combattenti affiliati a questi gruppi armati. Ciò dimostra una forte pressione sul diritto umanitario dei conflitti armati, la stessa che consente per esempio le uccisioni con i droni del sospettato capo di un’organizzazione terroristica anche se sta facendo la spesa al supermercato e se ammazzarlo significa ammazzare anche i civili attorno a lui in quel momento.

Esiste un problema di sicurezza delle Ong?

A livello internazionale non c’è alcuna normativa che obblighi le organizzazioni non governative di andare a operare nelle aree a rischio rispettando dei trattati internazionali. Ma tutte le grandi organizzazioni umanitarie — cito solo un esempio: Medici senza frontiere — sono estremamente attente alla sicurezza del loro personale dotandosi di codici di condotta per garantire l’incolumità.

E in Italia? 

Con la legge del 2014 si è organizzata la cooperazione aprendo anche alle organizzazioni della società civile ma questa norma non obbliga la società civile che va all’estero di dotarsi di certi parametri di sicurezza.

Il ministro Di Maio ha spiegato oggi alla Camera che l’organizzazione non governativa Africa Milele, con la quale collaborava Silvia Romano, non rientra nell’elenco della legge 125 del 2014 e ha operato senza informare la Farnesina.

È stata quindi mandata come privata cittadina per far del bene. In casi come questo, sul piano del diritto internazionale ci sono due principi concorrenti che si applicano. Da una parte, lo Stato che riceve lo straniero, in questo caso la cooperante, ha l’obbligo di cercare di porre in essere le misure per tutelarla ammesso che l’organizzazione abbia notificato la sua presenza. Dall’altro, c’è l’Italia che ha un dovere di protezione del proprio cittadino all’estero. Ma questo non per forza implica che si debba pagare un riscatto in caso di rapimento.

In questo quadro va letta la struttura delle Ong italiane, giusto?

L’Italia, per fortuna o per sfortuna, si caratterizza per una società civile molto, forse troppo frammentata, figlia anche della tradizionale cattolica: ci sono molte organizzazioni piccole che operano sul territorio nazionale nel campo della cooperazione internazionale e degli aiuti umanitari. È l’espressione del buon cuore degli italiani, certo. Ma non si può ignorare che la questione sicurezza sia all’ordine del giorno da ormai 20 anni, visto che i cooperanti e le organizzazioni umanitarie non sono più visti come portatori di pace ma in certe aree di conflitto sono percepiti come nemici e nella migliore delle ipotesi come uno strumento per ottenere soldi dai loro governi. Per questo, non ci si può più improvvisare umanitari. Mi sembra ci sia un problema di professionalità di queste piccole Ong — il caso di Silvia Romano, alla prima esperienza, mandata al confine con la Somalia è un esempio lampante.

E gli altri Paesi, invece?

Altri Paesi hanno grandi organizzazioni umanitarie con grande esperienza sul campo  e che quindi hanno una grande professionalità, sapendo come agire quando operano in aree a rischio.

Esiste una soluzione?

Non mi sembra si possa riformare il sistema della cooperazione: non si può impedire a privati di cittadini di andare a prestare la loro opera di soliderietà all’estero. Si potrebbe, invece, normare su questi temi e obbligare queste Onlus a dotarsi di un certo tipo di apparato di sicurezza e a garantire il rispetto di determinate procedure.

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