Intervista con Sergio Vento, ex ambasciatore a Parigi e Washington: "La chiave per il successo dell'Occidente post coronavirus passa dal rapporto transatlantico. Ma serve prima un chiarimento dopo l'Iraq, le primavere arabe e l'Ucraina. La Nato non basta, serve riprendere il Ttip"

Come ripartirà il mondo dopo il coronavirus? Formiche.net ne discusso con Sergio Vento, già ambasciatore a Parigi, alle Nazioni Unite e a Washington, secondo cui “se prima il piano prevalente era quello geopolitico ora sembra essere quello geoeconomico” con conseguenze sulla politica industriale e sulla necessità di controllo sugli investimenti esteri. “Il recupero di influenza dell’Occidente passerà inevitabilmente dalla possibilità e dalla capacità di rafforzare i legami transatlantici”, dice sottolineando l’urgenza di un chiarimento tra Stati Uniti ed Europa.

Ambasciatore, com’è cambiato il mondo in questi anni?

Molto è cambiato, soprattutto negli ultimi cinque anni. E l’Italia deve farci i conti. Non c’è dubbio che dal 2002, da Pratica di Mare, da quando cioè la Russia diventava un partner strategico della Nato, il quadro è molto cambiato. La priorità allora andava alla lotta al terrorismo, ed è venuto l’Afghanistan. Ma ci sono stati tre elementi di base. Primo: la guerra in Iraq con il boomerang del rafforzamento iraniano nella regione. Secondo: le primavere arabe i cui esiti sono oggi sotto gli occhi di tutti: dalla situazione libica, che ci tocca e ci lede dal punto di vista economico e da quello energetico, fino a quella siriana, che si è risolta con un bilancio non particolarmente positivo per gli interessi occidentali. Terzo: la vicenda ucraina.

Sono cambiate le priorità globali?

Se prima il piano prevalente era quello geopolitico ora sembra essere quello geoeconomico. Mi sembra di capire che, invece, in questo momento la priorità, latente da prima della pandemia, sia limitare lo shock economico dovuto al coronavirus. E questo ha aperto a un ritorno forte della mano pubblica. Ma ci troviamo davanti tensioni che non sono solo quelle della caduta della crescita. 

Per esempio?

Ce ne sono di due tipi: commerciale ed energetica. Entrambe già presenti prima della pandemia che le ha aggravate. Nella vicenda attuale petrolifera c’è da chiedersi chi siano i vincenti ma soprattutto i perdenti. Non c’è dubbio che tra questi ultimi ci siano i Paesi produttori ed esportatori del petrolio, in particolare quelli del Golfo: più drammatica la situazione dell’Iran rispetto a quella di low-absorber come l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti e il Kuwait che hanno margini nettamente superiori. Un altro Paese che risente molto è la Russia, che già era in difficoltà su molti piani interni, a partire dalla diversificazione della propria economia. 

E gli Stati Uniti dove li dobbiamo collocare?

Tra i perdenti. Gli Stati Uniti erano diventati autosufficienti anzi esportatori grazie agli investimenti, in shale oil e shale gas che hanno costi di estrazione nettamente superiori a quelli del Golfo. Ma ora devono registrare questo fortissimo scossone sul versante della produzione ed eventualmente su quello dell’esportazione. Abbiamo visto l’attivismo del presidente Donald Trump nell’accordo per il taglio tra Russia e Arabia Saudita. Ma i mercati l’hanno giudicato insufficiente. Per questo andiamo verso un ulteriore taglio. A meno che non ci sia – qui l’esperienza ci induce a introdurre un caveat – qualche fattore particolarmente destabilizzante nel Golfo che possa portare a un’improvvisa fiamme del prezzo del petrolio.

In chiave elettorale il basso prezzo alla pompa non è un assist per il presidente uscente Donald Trump? Oppure, la ripercussione sull’occupazione sarà più pesante?

Il prezzo alla pompa negli Stati Uniti non è stato mai assillante, per così dire, come in Europa: la componente fiscale è nettamente più bassa che nel Vecchio continente. Considero gli Stati Uniti di Trump tra i perdenti anche per questo, per i contraccolpi sui grandi gruppi petroliferi.

Come potrà uscire il mondo da questa situazione?

Le prospettive dipenderanno dagli sforzi di ripresa e di rilancio delle economie dopo l’impatto del coronavirus, se saranno profusi attraverso forme di dirigismo e di “nazionalismo economico” (con il rischio che non ritornino d’attualità in questo momento i grandi accordi commerciali già in difficoltà prima della pandemia) o se prevarrà una logica di collaborazione in campo commerciale. Questo dilemma si pone nel confronto tra Stati Uniti ed Europa, ma anche tra Stati Uniti e Cina e tra Europa e Cina, in particolare sui saldi commerciali.

A tal proposito, il Vecchio continente come si sta muovendo?

La Francia è sempre stata più guardinga rispetto alla Germania che grazie alla qualità di certi prodotti (pensiamo all’industria automobilistica) anche nei confronti della Cina mantiene saldi attivi. Nel caso dell’Italia si tratterà di vedere le capacità di controllo delle leve di politica industriale di filiera. Prendiamo un caso su tutti: l’Italia dominava il panorama dell’elettrodomestico fino a 20 anni fa. Ma quando la cabina di regia esce dalle frontiere di un Paese è chiaro che i grandi gruppi che controllano queste filiere, in casi di tagli o di ricerca di vantaggi competitivi come fiscalità e burocrazie più leggere, spostino la produzione fuori da quel Paese. Possiamo ricordare episodi anche in settori come l’alimentare, il legno-arredo e le macchine utensili, settori molto performanti ma proprio per questo nel mirino di gruppi stranieri. D’altra parte questo fa parte delle logiche di mercato. A meno che non ci siano capacità di sostegno, diretto o indiretto, attraverso per esempio la fiscalità e il rapporto con le banche. E qui si viene al discorso del comparto finanziario, di fondamentale importanza per il controllo di interi comparti. Questi problemi già si ponevano prima del coronavirus, come testimoniano per esempio le mosse del Copasir l’anno scorso sulle dinamiche del settore finanziario, ma la pandemia li ha acuiti.

Pensa che in questo momento serva istituire un’istituzione simile al Comitato sugli investimenti esteri negli Stati Uniti (Cfius)?

Più volte mi sono espresso a favore di un modello simile per l’Italia. Questo perché Paesi come il nostro, con eccellenze sia nel settore privato che in quello pubblico (da Eni a Leonardo fino a Enel e così via), attirano le attenzione di investitori internazionali. Tanto più ora, e questo vale anche per gruppi di medie dimensioni e per le banche e le assicurazioni, che ci sono nuovi soggetti entrati in queste dinamiche, cioè i fondi, che perseguono strategie talora difficili da identificare. Finché l’investimento arriva da un gruppo straniero, magari anche concorrente, l’interesse rimane individuabile. Ma quando è trainato da fondi non sappiamo quale sia il punto di caduta di certe strategie, chi assumerà il controllo di queste aziende.

Abbiamo detto delle nostre eccellenze e conosciamo tutti le opportunità della nostra posizione geografica. Ci sono altri motivi che rendono l’Italia appetibile anche a suon di “aiuti”?

Quella della solidarietà e dell’assistenza è una narrativa che spesso anche noi stessi alimentiamo, forse dimenticandoci che l’Italia è un Paese ricco. Ma non serve tornare sul solito discorso dell’alto debito pubblico a cui fa da contraltare il più alto risparmio privato nel panorama europeo. Questo risparmio privato naturalmente fa gola. E non a caso le banche italiane, come le assicurazioni e determinati fondi di gestione del risparmio, sono un target seguito con molta attenzione. 

Come uscirà la Cina da questa pandemia?

Distinguiamo tra breve e medio termine. Nel breve periodo (18-24 mesi) penso che l’immagine della Cina ne uscirà piuttosto indebolita per il fatto di essere stata, come in precedenza con la Sars e ancor prima con l’influenza asiatica, l’origine del virus. Nel medio termine, invece, le dinamiche commerciali e di influenza penso riprenderanno laddove tutto si era interrotto a gennaio. 

E l’Occidente?

Il recupero di influenza dell’Occidente passerà inevitabilmente dalla possibilità e dalla capacità di rafforzare i legami transatlantici. Un certo tipo di dialogo intermittente e difettoso dall’inizio del XXI secolo – l’abbiamo visto in scenari citati precedentemente, dall’Iraq alle primavere arabe fino all’Ucraina – ha indebolito le capacità di risposta globale sia degli Stati Uniti sia degli europei. 

Pensa che la minaccia cinese possa condurre a una riapertura dell’Occidente alla Russia magari tornando al formato G8?

Personalmente me lo auguro, ma il ritorno al G8 – torniamo a Pratica di Mare tanto per intenderci – sarà possibile soltanto se preceduto dalla capacità di chiarimento di fondo e di rilancio della collaborazione transatlantica tra Europa e Stati Uniti. Serve chiarirsi sul tema delle sanzioni ma anche sugli scopi (soprattutto a Est) della Nato. Che a mio modo di vedere non basta: serve riaprire, magari a gennaio dell’anno prossimo, il dialogo su un accordo commerciale come il Ttip. Non dobbiamo infine dimenticare che la presenza della Russia nel G8 a suo tempo era stata anche una forma per attenuare una certa sindrome della minaccia da una parte e dall’altra. 

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