L’esperienza positiva dell’isola nella gestione della pandemia sarebbe un’ottima guida per i Paesi membri dell’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms). Ma Pechino gioca contro, scatenando tensioni geopolitiche e ricatti commerciali

Sembra una vera contraddizione: Taiwan è molto vicina alla Cina ed è uno dei pochi luoghi al mondo che è riuscito a contenere il Covid-19 in maniera eccelsa. L’isola conta su 24 milioni di abitanti e ha un bilancio di sette morti e 400 pazienti positivi al virus. E addirittura il governo non è stato costretto a prendere misure di contenimenti drammatiche come nel resto del pianeta. Medici ed esperti hanno elogiato la strategia per la gestione della crisi sanitaria globale, ma – paradossalmente – una delle istituzioni più riluttanti in riconoscerlo è proprio l’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms). Ma Taiwan non ne fa parte.

Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore generale dell’Oms, ha confermato che non dispone del mandato necessario per invitare in qualità di osservatore qualsiasi rappresentante di Taiwan all’Assemblea dell’organizzazione, prevista la prossima settimana. Steven Solomon, rappresentante legale dell’Oms, ha spiegato che gli Stati membri hanno opinioni diverse sulla partecipazione di Taipei, per cui non è al momento possibile confermarla.

Taiwan ha intensificato la campagna diplomatica contro il boicottaggio dell’Oms, avvalendosi anche dell’appoggio di altri Paesi, tra cui gli Stati Uniti, Giappone, Australia e Nuova Zelanda.

L’esclusione di Taiwan dall’Oms è stata una risposta alle pressioni di Pechino, che ritiene l’isola una provincia secessionista della Cina. Ma “solo il governo democraticamente eletto di Taiwan ha il diritto di rappresentare l’isola e i suoi abitanti sul palcoscenico globale”, come ha dichiarato a inizio maggio il portavoce del ministero degli Esteri di Taiwan, Jeanne Ou.

A fine marzo l’emittente televisiva RTHK di Hong Kong ha trasmesso un’intervista a Bruce Aylward, vice-direttore generale dell’Oms che è diventata virale. Alla domanda della giornalista Yvonne Tong, collegata in videochiamata, se l’organizzazione avrebbe ammesso Taiwan, Aylward è rimasto in silenzio, ha chiesto di omettere la domanda, per chiudere la questione dicendo che aveva già parlato della Cina.

I SUPPORTER DI TAIWAN

A sostenere Taiwan c’è anche la Nuova Zelanda, che resta ferma nella sua posizione nonostante il rimprovero della Cina. Da quando si legge su Al Jazeera, Wellington ammira “l’enorme successo” di Tawain nel gestire la pandemia. Per questo, il ministro degli Esteri neozelandese ha detto di avere ricevuto pressioni da Pechino, il suo principale partner commerciale, sostenendo che l’alleanza avrebbe potuto danneggiare i legami bilaterali. Il governo di Xi Jinping ha chiesto alla Nuova Zelanda di “smettere di fare dichiarazioni sbagliate”.

Anche il Giappone si è schierato dalla parte di Taiwan perché considerano fondamentale la loro esperienza nella gestione del Covid-19. “Il nostro Paese continuerà a sostenere fortemente Taiwan affinché partecipi all’Oms come osservatore”, si legge in un post pubblicato su Facebook dall’associazione Giappone-Taiwan Exchange (JTEA), che rappresenta gli interessi del Giappone a Taiwan in assenza di legami diplomatici bilaterali.

L’associazione ha aggiunto che non dovrebbero esserci lacune geografiche in termini di prevenzione delle malattie. E Taiwan ha svolto un lavoro straordinario nel prevenire la diffusione del coronavirus, per cui la partecipazione di Taipei all’Assemblea consentirebbe ad altri paesi di imparare dalla loro esperienza.

Il quotidiano The Taiwan Times ricorda che gli ambasciatori del Giappone, Stati Uniti, Canada, Australia, Francia, Germania, Nuova Zelanda e Regno Unito hanno sostenuto congiuntamente la partecipazione di Taiwan come osservatore.

Il famoso youtuber taiwanese Ray Du (nella foto), insieme al grafico Aaron Nieh, hanno lanciato un video per una campagna di crowdfunding con l’annuncio “Taiwan can Help”. Nel video spiegano all’Oms perché è importante includere Taiwan all’appuntamento del 18-19 maggio.

LE PRESSIONI (COMMERCIALI) DI PECHINO

La Cina, però, non resta a guardare. Fa i conti con chi gli punta il dito contro per il ritardo nella comunicazione del virus e usa tutti gli strumenti alla mano per fare pressione. Il Financial Times riferisce la sospensione delle importazioni di carne bovina da quattro mattatoi australiani: “Gli analisti affermano che la mossa è una ‘punizione’ dopo che Canberra ha richiesto l’indagine sul coronavirus”.

Simon Birmingham, ministro del Commercio australiano, ha dichiarato ieri che sono stati informati della sospensione di quattro mattatoi da parte delle autorità cinesi per i requisiti di etichettatura e certificato sanitario. Pechino aveva anche avvertito di imporre tariffe punitive sulle esportazioni di orzo australiano.

Richard McGregor, analista del think-tank del Lowy Institute, ha spiegato al Financial Times che la scelta di Pechino  suggerisce la motivazione politica: “Se questo è, a quanto pare, un tentativo deliberato di punire l’Australia, allora certamente certifica la menzogna alle precedenti dichiarazioni di Pechino, secondo cui potrebbe esserci un boicottaggio guidato dai consumatori di beni australiani […] L’Australia dovrebbe lamentarsi fortemente di questo, non solo per difendere i propri esportatori, ma per ricordare ad altri paesi in tutto il mondo che questo è il modo in cui la Cina si comporta se si osa attraversarli”.

La Cina è il principale partner commerciale dell’Australia, con scambi commerciali per circa 235 miliardi di dollari. I quattro mattatoi a cui le esportazioni sono state sospese producono oltre un quinto delle esportazioni australiane di carne bovina in Cina di 1,3 miliardi di dollari all’anno.

CHEN, L’ASSE DI TAIWAN CONTRO IL COVID

Ma com’è riuscito Taiwan a sconfiggere il coronavirus? L’asse di Taipei per blindarsi dalla pandemia è stata la strategia pianificata dal vicepresidente Chen Chien-jen. Gli scienziati del Paese cercano il suo consiglio sullo sviluppo delle medicine antivirali, tamponi e altre scelte. Lui, a differenza di altri leader, conta su una preparazione ad hoc. È un epidemiologo esperto di virus addestrato dall’Università Johns Hopkins.

È un’autorità nelle ricerche sull’epatite b e ha un dottorato in genetica umana. Durante l’epidemia di Sars, Chen è stato nominato ministro per la Sanità. Ha fatto carriera cercando di allontanarsi dalle dinamiche politiche al punto che ha rifiutato di unirsi al Partito Democratico Progressista del presidente Tsai Ing-wen.

Quando ha saputo dai primi rapporti che c’era una misteriosa polmonite a Wuhan, a 1000 chilometri da Taipei, il vicepresidente si è subito attivato con una serie di protocolli di sicurezza che si sono svelati efficaci.

Secondo il New York Times, “questa esperienza ha portato Chen da essere dietro le quinte a guidate la risposta di Taiwan alla crisi. Lui ha accettato questo doppio ruolo, utilizzando la sua autorità politica per criticare alla Cina per avere nascosto il virus inizialmente, anche quando l’anima scientifica che è in lui vorrebbe concentrarsi sull’andamento della trasmissione”. Esperienza di cui il mondo non dovrebbe fare a meno.

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