Perché Trump vuole uscire (anche) dal trattato Open Skies. Parla il Prof. Pelanda

Perché Trump vuole uscire (anche) dal trattato Open Skies. Parla il Prof. Pelanda
Gli Stati Uniti comunicheranno domani l'uscita dal trattato Open Skies. Dopo l'Inf, cade un altro pezzo del regime di controllo della Guerra fredda. Per Carlo Pelanda, si tratta di “una dinamica ben concordata con i russi”. Perché? Per fare pressione sulla Cina, libera dagli accordi

“L’America ha cambiato nemico; non più la Russia, ma la Cina”. È per questo, secondo il professor Carlo Pelanda, che “vedremo finire tutti i grandi accordi della Guerra fredda sugli armamenti, che limitano tanto Washington quanto Mosca, nel confronto a tutto tondo con Pechino”. Così il professore di Geopolitica economica all’Università Guglielmo Marconi ha commentato con Formiche.net la breaking news del New York Times: dopo il trattato Inf, domani gli Stati Uniti annunceranno l’uscita dall’accordo sui Cieli aperti, magari in vista di far scadere anche il più rilevante New Start sugli assetti nucleari. Nella serata italiana, è il dipartimento di Stato americano a conferma le indiscrezioni, con una lunga nota in cui elenca le violazioni recenti da parte della Russia e afferma che l’uscita sarà operativa nel giro di sei mesi. E mentre a Bruxelles (fronte Nato) circola voce di una riunione urgente del Consiglio del nord Atlantico prevista per domani per discutere la questione, dalla missione russa all’Alleanza Atlantica arriva la prima dura reazione.

IL TRATTATO

Firmato ad Helsinki nel 1992 ed entrato in vigore dieci anni dopo, il trattato Open Skies autorizza gli Stati parte a condurre voli di osservazione disarmati sui territori degli altri Paesi che vi hanno aderito (in tutto sono 35, compresa la Russia). Per il singolo Stato, la possibilità di condurre voli è pari a quella concessa ad altri di fare lo stesso sul suo territorio. Le disposizioni specificano inoltre i tipi di sensori per l’osservazione, ma anche la condivisione dei dati raccolti che, dall’osservante, vanno forniti al Paese ospitante. Il progetto affonda le radici già negli anni 50, quando emerse l’idea di promuovere la reciproca fiducia tra Mosca e l’Occidente attraverso attività di questo tipo.

LA RICHIESTA ALL’EUROPA

Fiducia che si è incrinata dal 2014 con l’invasione della Crimea. Da allora, le insofferenze americane si sono fatte più corpose, aumentando d’intensità con l’amministrazione targata Donald Trump. Lo scorso novembre, il sito DefenseNews aveva rivelato il messaggio recapitato alle cancellerie europee da una delegazione di funzionari del Pentagono. Chiedeva agli alleati il supporto per far in modo che la Russia rispettasse il trattato Open Skies, paventando altrimenti l’uscita americana. Per Washington, l’adesione all’accordo non porterebbe più benefici. Questo perché i satelliti hanno ormai efficacemente sostituito i velivoli nella fornitura di servizi di osservazione, tanto che fatica a decollare il programma per sostituire i due vecchi aerei OC-135 destinati alle missioni Open Skies.

I TIMORI AMERICANI

C’è poi la sensazione che la Russia abbia approfittato delle ampie maglie dell’accordo. Tra i timori americani (noti da anni in tal senso) ci sono gli avanzati sensori russi a bordo dei Tupolev Tu-154, ma anche il rischio che i velivoli di Mosca riprendano le forze americane (ad esempio in Polonia) durante il sorvolo verso il Paese da osservare (ad esempio la Germania), una fase in cui il trattato Open Skies impone di non effettuare riprese. In più, c’è la possibilità di limitare le osservazioni ad altri Paesi, cosa che la Russia avrebbe fatto ripetutamente per le richieste avanzate sull’enclave di Kaliningrad (nel cuore dell’Europa), zona a crescente militarizzazione.

E IL NEW START?

E così, secondo il New York Times (che cita funzionari senior dell’amministrazione), domani arriverà comunicazione ufficiale da Washington alla Russia sulla recessione dal trattato sui Cieli aperti. La scelta, spiega il quotidiano, aprirebbe la porta alla fine di un altro grande accordo che affonda le radici nella Guerra fredda: il New Start. Siglato da Barack Obama e Dmitrij Medvedev nel 2010, ha sostituito i precedenti Start I, Start II e Sort, fissando a 1.550 il limite di testate nucleari per le due superpotenze, e a 700 il massimo di vettori nucleari dispiegati contemporaneamente (tra velivoli, missili e sottomarini). Entrato in vigore il 5 febbraio del 2011, ha una durata decennale e può essere prorogato per non più di cinque anni. Ciò significa che i negoziati per l’eventuale rinnovo si concentreranno nella fase più rilevante della campagna presidenziale americana, un elemento che aumenta l’incertezza sulle scelte dell’attuale amministrazione.

LA MINACCIA CINESE

A fine aprile, Foreign Policy ha rivelato alcuni estratti di un documento che il dipartimento di Stato ha inviato al Congresso lo scorso febbraio. Vi si legge che l’amministrazione non ha ancora preso una decisione sul New Start, ma anche che la preoccupazione è duplice. Da un lato, si guarda con sospetto il “mancato rispetto” da parte della Russia di molti degli obblighi internazionali. Dall’altro, si cita “l’arsenale nucleare in crescita” della Cina. Non è un segreto che la grande ambizione del presidente Trump sia il coinvolgimento di Pechino (che ha detto chiaramente di non essere interessato) nel sistema di controllo sugli armamenti nucleari. Accanto all’insofferenza per le violazioni russe (con il sistema SSC-8), è stata proprio l’esclusione della Cina dagli obblighi a portare l’estate scorsa alla fine del trattato Inf.

SE PECHINO NE APPROFITTA

Siglato trentadue anni prima da Stati Uniti e Unione sovietica, il trattato Inf vietava il dispiegamento a terra di armi nucleari a medio raggio, ossia quelle con una gittata tra i 500 e i 5.500 chilometri. Negli ultimi anni (con il venir meno della fiducia) sono fioccate accuse reciproche di violazioni tra Mosca e Washington, sebbene tra le righe delle denunce emergesse pure la preoccupazione per Pechino. Il Dragone d’oriente si è dato d’altra parte molto da fare sul fronte missilistico e nucleare negli ultimi anni, incrementando l’arsenale nucleare e potenziando i vettori a disposizione. È di poche settimane fa la proposta di una serie di esperti su Global Times (il quotidiano del Partito comunista cinese) per portare l’arsenale nucleare a mille testate.

CONVERGENZA TRA WASHINGTON E MOSCA?

In tal senso, per il professor Pelanda, la fine di Inf, Open Skies e (forse) New Start, rientrerebbe in “una dinamica ben concordata con i russi: sciogliere i trattati limitativi degli armamenti per creare uno spazio di condizionamento nei confronti della Cina”. L’intenzione di Washington “è chiara dall’estate del 2017, quando gli organismi bipartisan del Congresso hanno esplicitato la natura della Cina come Paese inaffidabile e spione, confermando così di aver cambiato nemico”. In tal senso, accanto ai tentativi di pressione economica, “avviati da Obama con i Ttip e Tip”, sono emersi quelli di pressione militare. “Il problema è che i vari trattati sugli armamenti gli impediscono all’America di procedere al riarmo necessario per stare dietro alla Cina”. La vera notizia è che “la Russia non vede male questo atteggiamento”, poiché “ha enormi problemi con Pechino e vuole dimostrare di avere potere di dissuasione”. Si tratterebbe, ha concluso Pelanda, “di un interesse convergente tra Washington e Mosca, innanzitutto per avere mani libere, e poi magari per poter sviluppare nuovi negoziati che coinvolgano anche la Cina”.

ultima modifica: 2020-05-21T14:40:54+00:00 da Stefano Pioppi

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