Il ministro degli Esteri turco, Mevlüt Çavuşoğlu, ha invitato in Turchia l’omologo italiano, Luigi Di Maio, per un incontro bilaterale – il secondo in questo primo semestre del 2020. Stando all’agenda turca, il capo della diplomazia di Roma affronterà con la controparte questioni che riguardano le relazioni tra i due Paesi e il processo di adesione di Ankara all’Ue, nonché opinioni sull’evoluzione della pandemia – circostanza che la Turchia ha sfruttato per rilanciare il proprio status internazionale, provvedendo a fornire assistenza a dozzine di Paesi nel mondo (spesso sotto egida Nato). Si parlerà anche di turismo, altro argomento attorno a cui ruotano competizioni geopolitiche mediterranee.

I punti in cima alla lista sembrano poco più che convenevoli diplomatici se si considera il dossier a venire: la Libia, e nel quadro allargato il Mediterraneo. La Turchia ha raggiunto un vantaggio rispetto a tutti gli attori esterni che si muovono attorno alla crisi libica da quando – dopo un accordo di novembre 2019 – ha schierato soldati e mezzi a sostegno del governo onusiano di Tripoli (Gna). Un aiuto che ha permesso alle forze del Gna di demolire l’offensiva lanciata 14 mesi fa dal signore della guerra dell’Est, Khalifa Haftar, nel tentativo di conquistare la capitale e diventare il nuovo rais.

Ora sulla sponda occidentale i turchi sono il player centrale, scavalcando altri Paesi (come l’Italia appunto). Ankara pianifica una presenza militare fissa in Tripolitania, che sarebbe una solidificazione degli interessi dimostrati dalla Turchia nell’intervento libico: creare un avamposto strategico nel Mediterraneo, giocare la partita degli idrocarburi nell’offshore libico e imporsi come potenza predominante nel bacino. Di più: la presenza turca in Libia potrebbe essere vista da Washington anche come forma di bilanciamento al ruolo che la Russia – sostenendo Haftar – s’è costruita in Cirenaica.

La vittoria del Gna e la riduzione del peso militare di Haftar – da cui dipendeva anche il suo potenziale politico – portano l’Italia nella posizione di rivedere la sua politica di equidistanza tra le due parti del conflitto e a giocare un ruolo ulteriore nella complessa fase di stabilizzazione negoziale che si sta aprendo. Ruolo difficile in effetti senza relazioni con Ankara. Una posizione di revisione su cui è costretta anche la Francia, sostenitrice de iure di Tripoli (via Onu) e de facto di Haftar, che però soffre una complessità ulteriore: Parigi, a differenza di Roma, è in una fase di scontro con Ankara, essenzialmente collegato al controllo delle dinamiche mediterranee.

I due Paesi sono su fronti opposti nel quadrante più caldo del bacino, l’East Med, dove la Francia sponsorizza le istanze di Grecia, Cipro ed Egitto, che ruotano attorno al sistema di giacimenti della regione e a un ipotetico gasdotto (che il coronavirus ha con ogni probabilità reso infattibile). Il tutto ha costruito un fronte geopolitico, che la Turchia considera avverso per interessi economici, strategici e persino storico-ideologici. Fascicolo articolato, dove l’Italia ha interessi diretti – i pozzi Eni Zohr e Noor nell’offshore egiziano, o le relazioni commerciali militari col Cairo, le ottime relazioni con la Grecia sfociate negli accordi marittimi.

A gennaio, Di Maio tuttavia non ha firmato un documento congiunto redatto da tutti i partecipanti del forum East Med organizzato dal Cairo. L’Italia era invitata come osservatore esterno, ma la posizione presa del ministro degli Esteri è stata quella di bilanciamento prudente per evitare esposizioni anti-turche, come i toni di quel documento prevedevano. Il dossier libico, almeno da fine 2019, è definitivamente scarrellato verso un allargamento all’intero Mediterraneo sovrapponendo le proprie dinamiche con quelle di East Med.

In questa condizione complessa, però, le evoluzioni sul campo stanno creando un momento di potenziale ri-posizionamento che potrebbe produrre un’opportunità di allineamento europeo sulla crisi. Il semestre di presidenza tedesco per esempio, visto l’impegno che la Germania ha profuso nella strutturazione del sistema negoziale pre e post Conferenza di Berlino, potrebbe essere un’ottima occasione, spiegano sul sito dell’Ecfr Arturo Varvelli e Tarek Megerisi, in un’analisi sul possibile ruolo italiano futuro.

L’Italia potrebbe far valere un vantaggio geopolitico nella gestione diretta, allineata alla Germania – che ha ottime relazioni con la Turchia e partnership ancora abbastanza solida con Parigi.

La coesione europea potrebbe essere un valore aggiunto anche riguardo agli Stati Uniti. Lunedì Di Maio ha riaffermato il valore dei rapporti transatlantici in una call ministeriale Ue alla presenza del segretario di Stato americano, Mike Pompeo. In quel caso si parlava di confronto alla Cina, ma la questione è allargabile al Mediterraneo e sulla Libia. Una coesa partnership europea può in effetti essere vista dagli Usa come un ottimo bilanciamento riguardo alla presenza russa in Libia – e in Siria, entrambi punti di nodali di Mosca per la partita geopolitica del Mediterraneo.

Per esempio, gli Stati Uniti potrebbero implementare dall’esterno l’operazione Irini, che l’Europa ha lanciato per monitorare il rispetto dell’embargo Onu sulla Libia. Una missione marittima che è considerata scomoda dalla Turchia, perché  blocca l’afflusso di armi alla Tripolitania. Un’implementazione potrebbe impedire anche il passaggio di armamenti sull’altro fronte. Il comando Africa del Pentagono ha dimostrato di avere gli strumenti efficienti, ad esempio quando ha tracciato lo spostamento dalla Siria alla Libia dei caccia che la Russia ha piantato in Cirenaica.

Fermare le armi su entrambi i fronti significherebbe per Tripoli un allentamento dalla dipendenza dalla Turchia – e dunque la possibilità di riagganciare il processo politico per l’Ue, sotto egida Onu – e sul lato della Cirenaica toglierebbe peso e consistenza alla presenza russa; e in definitiva bloccherebbe i piani di riparazione/divisione del Paese secondo accordi russo-turchi. Qualcosa che in effetti rende meno marginali uno dei temi in agenda tra Di Maio e Çavuşoğlu: l’integrazione europea della Turchia, che potrebbe passare come una contropartita.

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