Gli Stati Uniti hanno annunciato il ritiro (momentaneo) dai negoziati Ocse sulla digital tax ma continuano a far pressioni sui Paesi europei decisi a tassare colossi come Amazon, Facebook e Google. La partita è commerciale ma anche elettorale...

Il segretario al Tesoro degli Stati Uniti Steven Mnuchin ha deciso di lasciare il tavolo dei negoziati sulla digital tax con i funzionari dell’Unione europea lamentando la mancanza di progressi. L’ha riferito ieri in audizione davanti alla commissione Finanze del Senato di Washington rappresentante per il commercio degli Stati Uniti, Robert Lighthizer, convocato a riferire sull’agenda della politica commerciale 2020 del presidente Donald Trump. 

Secondo quanto riferito dalla portavoce del Tesoro, Monica Crowley, Washington ha proposto di sospendere — non di terminare — i colloqui tra Paesi dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico sulle imposte sui servizi digitali visto che in questa fase “i governi di tutto il mondo si concentrano sulla risposta alla pandemia di Covid-19 e sulla riapertura sicura delle loro economie”. 

LA LETTERA DEL TESORO USA

Le dichiarazioni del rappresentante Lighthizer arrivano a una settimana di distanza dalle rivelazioni del Financial Times, che il 12 giugno ha reso nota una lettera del segretario Mnuchin ai ministri delle Finanze di Francia (Bruno Le Maire), Spagna (María Jesús Montero), Regno Unito (Rishi Sunak) e Italia (Roberto Gualtieri), minacciando nuovamente ritorsioni (leggasi: dazi). Il ministero delle Finanze francese ha confermato di aver ricevuto la lettera di Mnuchin e spiegato alla Reuters che assieme agli altri destinatari sta preparando una risposta congiunta. 

E pochi giorni prima, lo stesso rappresentante Lighthizer aveva annunciato l’avvio di un’indagine sulle digital tax decise da dieci Paesi (Austria, Brasile, Repubblica Ceca, Unione europea, India, Indonesia, Italia, Spagna, Turchia e Regno Unito) per verificare se costituiscono pratiche commerciali sleali. In questo caso, l’amministrazione statunitense potrebbe imporre nuovi dazi. Silicon Valley e Camera di commercio sono sugli scudi, ma l’incentivo per molti Paesi è evidente. Come ha spiegato Paul Donovan di UBS riportato dal New York Times, “con i prestiti in aumento, le aziende tecnologiche con operazioni globali e pagamenti fiscali limitati — indipendentemente da dove si trovi la loro sede — rappresentano per i governi un obiettivo politicamente facile”. Amazon, Facebook e Google sono le prime sulla lista di molti governi.

USA ED EUROPA AGLI ANTIPODI

Le posizioni tra le due sponde dell’Atlantico sono opposte. Gli Stati Uniti sono convinti che nessuno tranne loro possano tassare imprese statunitensi. In Europa sembra condivisa la linea raccontata la scorsa settimana da Ivan Scalfarotto, sottosegretario agli Esteri e deputato di Italia Viva, in un’intervista con Formiche.net: “Non viviamo più un ambiente esclusivamente manifatturiero, dove le cose erano più semplici. In un’economia digitale, nella quale anche i confini territoriali si fanno più difficili da definire, è necessario che gli Stati si dotino di strumenti in grado di governare questi nuovi fenomeni. È giusto che chiunque crei del valore in un territorio contribuisca anche alla comunità dello stesso pagando le tasse”.

La Francia ha sospeso a gennaio la digital tax in attesa di una decisione in sede Ocse che dovrebbe arrivare in autunno. Aspettano anche Regno Unito (il cui Tesoro rassicura Washington dicendo che l’imposta entrerà in vigore l’anno prossimo) e l’Italia (nel nostro Paese la tassa digitale è in vigore dal primo gennaio 2020 e colpisce con un’imposta del 3% i redditi da pubblicità digitale o servizi digitali delle aziende tecnologiche che hanno oltre 750 milioni di euro di ricavi annui globali, di cui almeno 5,5 milioni di euro prodotti in Italia, come ricorda Il Sole 24 Ore). La Spagna, invece, insiste: Madrid “ritiene necessario adattare il proprio sistema fiscale alla nuova realtà economica del 21° secolo; quella era la nostra posizione prima di ricevere la lettera, e continua ad esserlo ora ”, ha detto all’agenzia Reuters una fonte governativa utilizzando parole molto simili a quelle del sottosegretario Scalfarotto.

IL VOTO DI NOVEMBRE

La partita della digital tax riguarda anche le prossime elezioni presidenziali negli Stati Uniti che vedranno a novembre sfidarsi l’uscente Donald Trump, contrario alla digital tax specie se non a stelle e strisce, e il democratico Joe Biden, convinto invece della necessità di un’imposta simile e sicuramente più in sintonia con l’Europa su questo tema. Ed è forse anche alla luce di queste tempistiche, e nella speranza che alla Casa Bianca — Trump o Biden che vinca — qualcosa cambi su questo dossier, che gli Stati europei confidano nell’Ocse o, in seconda istanza, sul 2021.

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