Non solo Usa, anche la Russia sa qualcosa di iconoclastia. Dalla furia dei bolscevichi negli anni '20 del 1900 contro i simboli religiosi alla campagna di de-stalinizzazione degli anni '50 fino all'era Putin e ai raid della Femen, breve cronistoria della guerra alle statue. L'analisi di Riccardo Mario Cucciolla, ricercatore alla Luiss dove insegna storia russa

Per ogni storia ci sono sempre tante verità, dissimili, contrastanti e spesso contraddittorie, ma tutte “vere”. In questi giorni di proteste e accesi dibattiti sul significato dei monumenti, ci siamo resi conto di quanto la memoria storica sia così divisiva ed esclusiva, e come un drammatico episodio di cronaca possa rimettere in discussione questioni identitarie in una società che riscopriva un lato razzista, violento e iconoclasta e creare un caso che diventava globale.

In America, come pure in Europa, si riaprono dibattiti su toponomastica e monumenti commemoranti quelle figure storiche accusate di razzismo, schiavismo, colonialismo e imperialismo. La necessità di una purificazione del passato sembra però non riguardare alcuni paesi che rappresentano la loro storia, nelle sue incoerenze, come una continuità.

La distruzione della memoria non solo è inconcepibile per la morale cristiano ortodossa ma, nella più grande entità territoriale del mondo, con una società frammentata in decine di minoranze etnolinguistiche e religiose e una storia segnata da guerre, carestie, deportazioni e repressioni, l’identità imperiale diventa un minimo comune denominatore attraverso cui raccontare l’intera storia della Russia.

Un paese di contraddizioni dove la stessa memoria viene promossa in termini il più possibile inclusivi, coniugando insieme Pietro il grande, Solženicyn, Stalin, Cirillo e Metodio e dove non è strano rivendicare con una certa nostalgia i presunti fasti dell’epoca brežneviana, la cultura pop degli anni ’90 con la loro miseria o vedere un tataro di Crimea festeggiare la vittoria nella “grande guerra patriottica”. Un caleidoscopio di simboli e di valori di una Russia post-sovietica che rivendica la propria storia e cerca di superare il trauma da perdita dell’impero “esterno”.

Eppure, anche la recente storia russa è stata segnata da processi revisionisti. Una prima ondata iconoclasta si abbatté all’indomani della Rivoluzione d’ottobre. Negli anni Venti e Trenta, la furia ateista e antitradizionalista dei bolscevichi si scagliò contro chiese, moschee, monumenti e simboli nazionali, religiosi e culturali, facendo una tabula rasa valoriale finalizzata a “modernizzare” e infine sovietizzare le società dell’ex impero zarista.

In epoca staliniana e soprattutto nel secondo dopoguerra, simboli e tratti culturali tradizionali vennero parzialmente ripristinati, seppur in termini ibridi e strumentalmente alle esigenze del regime, per includere le diverse nazionali in un progetto internazionalista comune che rappresentasse la “fratellanza dei popoli” di un paese che veniva promosso come modello per quelle realtà che intraprendevano il processo di decolonizzazione. Allo stesso tempo, a livello politico e storiografico si rivedevano come positivi i contatti tra centro e periferia, sminuendo la portata “coloniale” dell’impero russo-sovietico e creando una vera e propria allergia per questa parola.

Una seconda ondata iconoclasta avvenne successivamente alla denuncia del culto della personalità di Stalin. La campagna di destalinizzazione allentava il controllo totalitario del regime sulla società sovietica, avviava un processo di riforme, migliorava le relazioni con l’Occidente, e consisteva nella rimozione dei monumenti dedicati a Stalin e della sua immagine dall’iconografia ufficiale in URSS e in ogni lato del blocco orientale. Eppure, la figura di Stalin venne per molti versi riabilitata da Brežnev, che nell’era del “socialismo sviluppato” proponeva come momento fondativo del sistema sovietico non solo la rivoluzione ma soprattutto la vittoria nella “grande guerra patriottica” in cui il ruolo di Stalin fu indubbiamente cruciale.

Una terza ondata iconoclasta avvenne con il crollo dell’Urss. Il 22 agosto 1991, all’indomani del fallito golpe del Comitato statale per lo stato di emergenza (GKChP), una folla di manifestanti in piazza della Lubjanka abbatteva la statua di 11 tonnellate dedicata al fondatore della Čeka, Feliks Dzeržinskij. Questo episodio voleva rappresentare la rivoluzione “liberale” di una generazione che aveva creduto nel cambiamento promosso dalla perestrojka e abbatteva un simbolo del passato totalitario. Una settimana dopo, il Partito comunista dell’Unione Sovietica veniva messo al bando.

Dal 1989 in poi, in tutta l’Europa Orientale la gran parte dei monumenti intitolati a Lenin, Marx, Engels e altri leader comunisti vennero rimossi, ristabilendo quei nomi, simboli e monumenti legati all’indipendenza nazionale. Eppure, a differenza di altre ex repubbliche sovietiche, la Russia del post 1991 non rigettava quella recente storia che aveva conferito lo status di superpotenza globale ma si limitava a riconoscere il comunismo come un’esperienza finita all’interno di una stessa storia nazionale che iniziava nell’alto medioevo e si concludeva con il ritorno a un proprio spazio geopolitico, culminato con la riunificazione/annessione della Crimea nel 2014.

Ciò appare chiaramente in un’area monumentale realizzata nel 2017 dalla società di storia militare, un’istituzione molto attiva nella promozione di una storia pubblica incentrata sulla “vittoria” contro Napoleone e Hitler. Così, sulle colline sopra Kitay Gorod troviamo un parco dove sono disposti in ordine i busti, realizzati dall’artista Zurab Cereteli, di tutti i governanti (principi, zar, dittatori, leader di partito) della storia russa, dal leggendario capo variago Rjurik fino al leader della Russia post-sovietica Boris El’cin. Scaramanticamente mancano solo gli ultimi due presidenti della Federazione Russa Dmitrij Medvedev e Vladimir Putin (la cui immagine è onnipresente nei media ma praticamente assente dai luoghi pubblici) mentre sono presenti i leader del governo provvisorio e quelli sovietici più controversi come Chruščëv e Gorbačëv.

Il peso dell’eredità sovietica non deve sorprenderci. In giro per Mosca è molto facile imbattersi in busti, statue, monumenti e targhe dedicati a Lenin e ai leader comunisti ed è interessante notare come ci sia stata una politica finalizzata alla conservazione di tali simboli. Ciò è evidente nei fondi che ogni anno vengono destinati alla preservazione del patrimonio architettonico socialista, alla cura del corpo imbalsamato di Lenin e alla conservazione della necropoli del Cremlino, alla ristrutturazione del complesso espositivo del VDNKh, nonché a quella rete metropolitana che viene orgogliosamente conservata nelle decorazioni socialiste originali.

E così lo stesso monumento a Dzeržinskij non venne distrutto nel 1991, ma spostato in un’area vicino alla nuova galleria Tretyakov di Mosca, a due passi da Gor’kij park, insieme ad altre statue e busti di Lenin, Stalin, Kalinin, Sverdlov, Brežnev e altri leader comunisti accatastati sull’erba. Il parco venne poi trasformato nel complesso Muzeon, una sorta di “galleria degli orrori socialisti” (simile al Szoborpark di Budapest e Grūtas Park di Vilnius) che non solo raccoglieva più di 800 sculture e vecchi monumenti dedicati ai leader e ai simboli del potere sovietico ma anche personalità della cultura come Gor’kij e Puškin, un monumento dedicato alle vittime del totalitarismo vicino a uno Stalin di granito rosso senza il naso, e opere del periodo del realismo socialista e brutalista nonché installazioni contemporanee.

Oltre a preservare il patrimonio monumentale, architettonico e culturale del periodo sovietico si decise inoltre di ricostruire quei simboli che erano stati presi di mira dalla furia iconoclasta bolscevica, come la cattedrale del Cristo Salvatore. Il complesso era stato edificato sulla riva della Moscova, a pochi passi dal Cremlino, per celebrare la vittoria di Alessandro I su Napoleone. I lavori durarono quasi mezzo secolo e venne definitivamente consacrata nel 1883 divenendo la più grande chiesa ortodossa al mondo. Nel 1931 venne distrutta per costruire il Palazzo dei Soviet, un monumento al socialismo che doveva sostenere una gigantesca statua di Lenin. Questo però non vide mai la luce per problemi strutturali e per mancanza di fondi in un paese che era stato devastato dalla guerra. Il buco lasciato per costruire le fondamenta del Palazzo dei Soviet rimase allagato finché Chruščëv decise di trasformarlo nella più grande piscina aperta del mondo. Nel 1990 venne autorizzata la ricostruzione della cattedrale e la direzione artistica dei lavori venne affidata a Cereteli, che rivisitava il progetto originale alterando alcune proporzioni. Nel 2000 veniva definitivamente “restituita” alla città di Mosca una cattedrale che simboleggiava il ritorno alla cristianità dopo la parentesi comunista.

Oltre alla ricostruzione di quei luoghi che erano stati oggetto della furia iconoclasta, la Russia post-sovietica dedicava nuovi monumenti ai simboli della storia imperiale. Questo è il caso del colossale monumento di 94 metri intitolato a Pietro il grande e realizzato da Cereteli all’imbocco del canale Vodootvodnyj nel centro di Mosca. La leggenda vuole che il progetto dovesse raffigurare Cristoforo Colombo sulle tre caravelle per commemorare il cinquecentenario della scoperta dell’America. Non trovando nessun committente, l’artista “riciclò” il progetto per il trecentenario della prima flotta russa e sostituì la testa di Colombo con quella di Pietro. Leggenda o no, questo monumento di dubbio gusto rimane poco amato dai moscoviti che non hanno un particolare rapporto con la flotta e tantomeno con il sovrano che spostò la capitale a Occidente.

Più recentemente, è stata costruita vicino alla torre Borovickaja del Cremlino un’enorme statua di Vladimiro il grande, principe di Novgorod e santo della chiesa ortodossa noto per la sua conversione al cristianesimo e per il cosiddetto “battesimo della Rus’” nel 988, cristianizzando il paese e ispirando l’idea di civiltà slava. Nonostante la partecipazione di diversi esponenti della società russa (inclusi rabbini e mufti) all’inaugurazione del monumento, questa venne seguita da polemiche e non venne apprezzata da una parte della popolazione che si sentiva esclusa.

Malgrado a Mosca ci sia una vera tradizione nella realizzazione di monumenti classici e moderni (alcuni lungo il bulvar’ davvero belli e suggestivi!), la voglia di cambiamento travolse una città che negli anni ’90, sotto il sindaco Lužkov e l’eccentrico Cereteli, venne riempita di opere monumentali bizzarre e trasformata in un cantiere a cielo aperto con architetture di discutibile valore estetico come il complesso sotterraneo di Okhotny Ryad davanti alla piazza rossa, il palazzo Nautilus, il teatro Et Cetera e la casa uovo tra Chistie Prudy e Lubjanka ecc. o che ricreava dei luoghi storici a scapito dell’idea di restauro critico.

Un esempio è il palazzo Caricyno, un capriccio dell’imperatrice Caterina in stile neogotico che doveva simboleggiare la recente vittoria della Russia sulla Turchia. La sua costrizione venne fermata dopo la morte dell’imperatrice nel 1796 e rimase incompleto e abbandonato per oltre due secoli finché non venne completato nel 2007. Similmente, non lontano dall’antico insediamento sulle colline del parco di Kolomenskoe, nel 2010 venne ricostruita una copia in scala reale del palazzo in legno di Alexei Mikhailovich che comprendeva 26 torri, 270 stanze con oltre 3.000 finestre.

Oltre alla preservazione dei monumenti socialisti e alla ricostruzione (o reinvenzione) di luoghi dedicati alla memoria della Russia imperiale, il governo locale di Mosca ha promosso la realizzazione di murales realizzati sulle facciate dei palazzi dedicati ai protagonisti della storia russa. La società di storia militare ha patrocinato la realizzazione di murales rappresentanti i famosi generali Kutuzov, Suvorov, Žukov ecc. Inoltre, negli ultimi anni sono apparse delle gigantografie di ritratti in stile street art di esponenti del mondo dell’arte, dello sport, della scienza e della cultura del ‘900 come Majakovskij, Leonidov, Bulgakov, Ejzenštejn, Gagarin, Skrjabin, Stravinskij, Plisetskaya, Yashin, Kandinskij, Tatlin, Rodčenko, Akhmatova, Staniskavskij o anche del prigioniero politico Šalamov.

L’ultimo caso che ha recentemente sconvolto il patrimonio monumentale di Mosca riguarda la statua equestre di Žukov che dal 1995 era esposta sulla piazza del maneggio all’ingresso della Piazza Rossa. A marzo, il monumento è stato smontato e sostituirlo, forse temporaneamente, con un altro più possente sempre dedicato al maresciallo sovietico. Nella nuova versione, Žukov non è più atto a intimare l’arresto dell’avanzata nemica, ma viene rappresentato come un vincitore che saluta militarmente il visitatore.

Evidentemente in Russia, come in tante altre parti del mondo, la memoria viene pretesa nella sua inclusività su vari livelli e rappresenta una lunga storia che, nelle sue fasi e contraddizioni, riproduce i diversi aspetti di un impero in evoluzione. Ed è proprio questa visione imperiale che rilegge la storia della Russia con la propria periferia interna e con quelle esterna. Ciò è alla base di quelle incomprensioni sulle istanze promosse in un estero che è stato sotto l’occupazione/influenza sovietica (soprattutto in Germania, Austria, Bulgaria, Ucraina, Repubbliche Baltiche, Georgia) in cui si riaccendono i dibattiti sull’abbattimento di monumenti dedicati al soldato sovietico. Qui la Russia condanna la furia iconoclasta come un ripudio all’amicizia con quei popoli e alla sua stessa essenza (imperiale).

In questo senso è utile vedere come il limite all’inclusività della memoria sia proprio riscontrabile nel rifiuto dell’impero, che sia mosso a livello domestico da attori che hanno compromesso la stabilità imperiale (si veda Gorbačëv spesso rappresentato come un traditore che ha svenduto l’Urss all’Occidente) o all’esterno da coloro che hanno rifiutato l’egemonia di Mosca sul proprio paese (si vedano le rivoluzioni colorate e le reazioni russe) e vengono bollati come “russofobi”. Ciò rappresenta l’ennesima manifestazione di una dialettica tra slavofili e occidentalisti che già in epoca zarista divideva gli imperatori, le storiografie e i loro atteggiamento nei confronti dell’Occidente e per molti versi si ripete nei paesi di frontiera.

In Russia è la stessa storiografia a rappresentare la continuità imperiale come destino comune e creare idoli polemici che sono esterni ai confini nazionali, e mai il contrario. Lontano dai sentimenti nazionalisti, dal conservatorismo ideologico e simbolico e dalle rappresentazioni ufficiali del regime che condannano la furia iconoclasta in un paese dove gli stessi comunisti rosso-bruni si riconciliano con le presunte le radici cristiane, in Russia ci sono poche forze che rivendicano la necessità di abbattere simboli e monumenti.

Negli ultimi anni, il movimento “sextremista” e postmoderno delle Femen si è scagliato contro alcuni simboli di oppressione di genere, mentre diversi gruppi ultraortodossi si scagliano contro la decadenza morale della modernità, l’arte contemporanea e i simboli del consumismo e premono per tornare alle origini, nei valori della civiltà slava e anche nelle rappresentazioni, definendo un’alternativa ideologica, culturale e forse politica (tradizionalista e per molti versi anti-imperiale) che è sempre più presente nella Russia contemporanea.

In una società conservatrice, frammentata e talvolta intollerante (in termini di omofobia e non rari episodi di antisemitismo e di razzismo verso gli immigrati africani), l’identità nazionale e la storia rimangono inclusivi in quanto legati alla dimensione imperiale. E così lo stesso tema dei monumenti sembra essere per il momento immune alla furia iconoclasta, e lo sarà finché non toccherà quell’identità imperiale che, come abbiamo visto all’indomani della crisi crimeana, coinvolge emotivamente la stragrande maggioranza dei russi a prescindere dall’orientamento ideologico. Evidentemente, in Russia, il passato che non passa rimane inclusivo, o almeno prova a farlo, nella sua dimensione imperiale.

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