Servono più investimenti per la Difesa. Lo scrive chiaramente la Corte dei Conti nella sua Relazione sul rendiconto generale dello Stato 2019, il documento, presentato ieri, che riassume i risultati dei vari controlli esercitati sull’impiego delle risorse pubbliche.

I NUMERI

I numeri per la Difesa erano già noti. Nel 2019, spiega la Corte dei Conti, “flettono gli stanziamenti definitivi del ministero della Difesa (-3,43% ovvero circa 663 milioni)”. Le voci personale, esercizio e investimento, sono diminuite rispettivamente dello 0,3%, dell’8,5% e di ben il 17%. Per quanto riguarda la Funzione difesa (quella precipua delle Forze armate), rispetto al 2015 le spese per il personale sono aumentate dell’11%, mentre la riduzione sull’esercizio è stata del 4,4% e di ben il 25,7% per gli investimenti, “flessione che – avverte la Corte dei Conti – potrebbe incidere sulla capacità dello strumento militare di adeguarsi all’innovazione tecnologica”.

LO SBILANCIAMENTO

Evidente infatti lo sbilanciamento tra le diverse voci del bilancio, in forte aumento su scala quadriennale. “Mentre nel 2018 la Funzione difesa era gravata per il 71,7% dalle spese per il personale (68,8 nel 2015), nel 2019 tale percentuale sale al 74,36; di conseguenza scende il peso della componente esercizio dal 14,1 del 2018 al 13,9 (era il 15% nel 2015) e di quella di investimento dal 14,2 del 2018 all’11,73 (era il 16,2% nel 2015)”. La conseguenza è chiara: “Prosegue l’allontanamento dell’impostazione strategica delle spese per la Difesa dall’obiettivo della cosiddetta Riforma Di Paola che fissava il rapporto tendenziale nella combinazione percentuale 50-25-25, rispettivamente, tra spese di personale, di esercizio ed investimento”.

GLI IMPEGNI OPERATIVI

Il problema, come notano da tempo esperti e addetti ai lavori, è che “la tendenza non sembra coerente con l’esigenza di assicurare l’ammodernamento dello strumento militare”. Per questo, la Corte dei Conti concede una strigliata sull’abbandono di “ogni riferimento al Libro bianco per la sicurezza internazionale e la difesa del 2017, il quale, tuttavia, proprio per la prospettiva di lungo periodo del proprio contenuto, dovrebbe costituire comunque un punto di riferimento per le programmazioni future”. Noto anche il capitolo degli impegni assunti in seno all’Alleanza Atlantica. Considerando anche le risorse del Mise, “il budget assegnato alla Funzione è al di sotto degli obiettivi richiesti dalla Nato del 2% (da conseguire entro il 2024)”. Eppure, “nonostante le ristrettezze di bilancio tutte le Forze armate hanno raggiunto gli obiettivi di prontezza operativa fissati preventivamente”.

LA LEGGE 244

Ampia parte del capitolo per la Difesa è dedicato alla riforma prevista dalla legge 244 del 2012, elaborata allora con l’obiettivo di avere entro il 2024 uno strumento militare di dimensioni più contenute, ma più sinergico ed efficiente. Si puntava a 150mila unità di personale militare partendo da un numero complessivo di 190mila, e di 20mila unità per il personale civile, a fronte delle 30mila di partenza. Da palazzo Baracchini (e non solo) è emersa da tempo l’idea di rivedere quegli obiettivi alla luce di esigenze operative diverse (perché maggiori) rispetto a otto anni fa.

LE NOTE DELLA CORTE

Il rischio, nel caso non aumentino anche gli investimenti, è che lo scostamento al rialzo dagli obiettivi della 244 produca un’ulteriore distorsione tra le voci di bilancio, incrementando le spese per il personale e (per la classica teoria della “coperta corta”) riducendo le altre due. Per questo, la Corte dei Conti nota l’esigenza che “ogni ricalibratura del modello originario, anche quantitativa, sia proporzionata alle criticità da superare e alle nuove esigenze operative da soddisfare, fermo restando che le necessità generate dalla situazione economica radicalmente mutata nel 2020 per la pandemia da Covid-19 richiedono una riconsiderazione delle priorità della Difesa, specialmente alla luce degli effetti finanziari che ogni scelta comporta”.

INVERSIONE DI TENDENZA?

C’è da dire che i numeri analizzati dalla Corte dei Conti si fermano al 2019. Segnali di un’inversione di tendenza ci sono già nel budget per la Difesa 2020 (il primo targato Lorenzo Guerini), il quale prevede una dotazione complessiva di 22,9 miliardi, uno e mezzo in più rispetto allo scorso anno, un balzo notevole rispetto a quanto visto nell’ultimo decennio. È cresciuta soprattutto la Funzione Difesa (15,3 miliardi), con al suo interno segnali di un iniziale riequilibrio della sproporzione tra le voci personale (in leggero calo), esercizio (in aumento) e investimento (in forte aumento). Sin dalla presentazione delle linee programmatiche, il ministro proponeva inoltre “uno strumento pluriennale che assicurerebbe stabilità di risorse e opportuna supervisione politica del Parlamento sulle scelte più rilevanti”.

LA CERTEZZA PROGRAMMATICA

L’esempio di riferimento sono i fondoni quindicennali già adottati da altri amministrazioni centrali: “Investimenti certi e garantiti per l’intero arco di sviluppo dei programmi consentono importanti economie di scala e favoriscono una crescita armoniosa del comparto industriale nazionale con rilevanti cadute sia sullo sviluppo di nuove tecnologie sia sulla competitività e sui livelli occupazionali”, spiegava Guerini. La Difesa dispone già di uno strumento di programmazione pluriennale (il Dpp), a cui però non corrisponde la possibilità di avere finanziamenti certi corrispondenti. Una possibilità (notata dalla Corte dei Conti) è rispolverare quanto previsto dal Libro Bianco del 2015 con la legge sessennale. Anche perché l’esigenza di finanziamento certi è più forte ora, ai tempi del Covid-19.

I PROGRAMMI DA CUI PARTIRE

“Resta centrale il tema delle risorse necessarie a sostenere l’adeguamento dello strumento militare che rappresentano, oltre a un indispensabile investimento per garantire la nostra sicurezza, anche uno straordinaria leva economica per il sistema-Paese”, ha detto Guerini pochi giorni fa al Centro alti studi per la Difesa. Nel rilancio, serviranno infatti “tassi di crescita elevati per recuperare il più rapidamente possibile lo shock subito”. Ma da dove partire? Dalla ricerca della “massima sinergia con il comparto industriale nazionale, conciliando al meglio e da subito le esigenze di rinnovamento delle linee operative delle Forze armate anche con le necessità complessive dell’industria, conferendo priorità a quelle con maggiori effetti positivi sull’economia nazionale e dando continuità all’azione di rilancio della Strategia industriale e tecnologica della Difesa”.

Condividi tramite