Missili, Cina e Libia. Cosa bolle nella pentola della Nato

Missili, Cina e Libia. Cosa bolle nella pentola della Nato
Aumento della deterrenza sulla Russia e pressione sulla Cina, cercando di spingere entrambe verso un nuovo sistema di controllo degli armamenti. È quanto hanno deciso ieri i ministri della Difesa della Nato, con l’Italia a premere per un’attenzione maggiore anche sul fronte sud. In ballo c’è la cooperazione con la missione Ue Irini (in Libia) così da risolvere il nodo turco

Se la Russia genera preoccupazioni, la Cina fa davvero paura. Tra nuovi sistemi missilistici e una Marina militare ormai al pari delle grandi potenze occidentali, il Dragone d’Oriente è entrato di diritto tra le sfide del futuro (forse già del presente) per l’Alleanza Atlantica. È quanto emerso dalla riunione tra i ministri della Difesa della Nato, coordinata dal segretario generale Jens Stoltenberg per la seconda volta in forma virtuale, causa Covid-19. Per l’Italia, il ministro Lorenzo Guerini ha ribadito l’esigenza di dedicare lo stesso impegno comune al fronte sud, a partire dalla Libia, per cui potrebbe già essere un passo importante stabilire la cooperazione tra Nato e operazione Irini dell’Unione europea, elemento che forse risolverebbe il nodo turco sull’embargo europeo.

LA NUOVA DETERRENZA

In ogni caso, sono state confermate le attese della vigilia: in cima all’agenda Nato c’è ancora la Russia con il suo “esteso e crescente arsenale di missili nucleari”, ha detto Stoltenberg a margine della riunione di ieri. Preoccupa il dispiegamento degli SSC-8, i vettori alla base delle accuse americane che hanno portato alla fine del trattato Inf. Mosca “sta anche modernizzando i suoi missili balistici intercontinentali”, ha aggiunto il segretario generale, nonché “sviluppando missili da crociera a propulsione nucleare”. Di fronte a tutto questo, i ministri della Difesa hanno approvato ieri un nuovo pacchetto di misure di difesa e deterrenza. Include sistemi di difesa missilistici integrati (Patriot e Samp/T), capacità “convenzionali avanzate” e investimenti in nuove piattaforme, tra cui “i velivoli da combattimento di quinta generazione”, tema su cui l’Italia è all’avanguardia in ambito Nato grazie agli F-35 dell’Aeronautica militare.

SE LA CINA È UNA MINACCIA…

Ma accanto alla Russia si profila un’altra “grande potenza militare”. È la Cina, dallo scorso dicembre all’interno dell’agenda della Nato nella categoria “sfide”. Perché? “Non perché la Nato si sta muovendo verso il Mar cinese meridionale – ha ricordato Stoltenberg – ma perché la Cina si sta avvicinando a noi; la vediamo nell’Artico, in Africa; la vediamo investire pesantemente nelle infrastrutture dei nostri Paesi e, ovviamente, la vediamo anche nel cyber-spazio”. A livello prettamente militare, l’obiettivo è coinvolgere Pechino in un nuovo sistema di accordi per il controllo degli armamenti (obiettivo su cui ci potrebbe essere addirittura la convergenza russa).

… ECCO L’INVITO DELLA NATO

D’altra parte, il Dragone d’Oriente è potenza militare a tutti gli effetti. “Ha il secondo budget per la Difesa al mondo – ha notato Stoltenberg – e sta investendo pesantemente in nuovi sistemi d’arma a lungo raggio che possono raggiungere tutti i Paesi Nato”. Di più: “In solo cinque anni hanno aggiunto ottanta nuovi navi e sottomarini, pari al totale di navi e sottomarini della Marina del Regno Unito”. Ne consegue l’invito diretto a Pechino: entri in un nuovo sistema di controllo degli armamenti. “Come grande potenza militare, la Cina ha anche grandi responsabilità in questo campo”, ha notato il segretario generale.

IL PUNTO ITALIANO

Sugli esiti della prima giornata della ministeriale è arrivato “l’apprezzamento” del ministro Lorenzo Guerini, soprattutto per ciò che riguarda il “concetto di deterrenza e difesa dell’area Euro-Atlantica, Dda”. Secondo la nota di palazzo Baracchini, “risponde alle esigenze di un adattamento a 360 gradi”, sebbene ciò non sia emerso dalla conferenza stampa di Stoltenberg. L’obiettivo Italia resta spingere la Nato a una maggiore attenzione verso il Mediterraneo. “Il fianco sud – ha detto Guerini – è un’area di rilevanza strategica per l’Alleanza che pone delle sfide alla nostra sicurezza”. L’auspicio del ministro è “che nel prossimo futuro, le aree evidenziate nel Dda quale fasce di instabilità, possano essere definite con maggiore dettaglio e siano tenute in considerazione nell’ambito del nuovo piano di risposta sequenziale”.

IL NODO TURCO SULLA LIBIA

Al momento, la priorità italiana sul fianco sud è la Libia. L’intricato dossier è riuscito ieri a entrate nella ministeriale della Nato, un ambito in cui da tempo incontra diverse difficoltà a causa degli interessi divergenti di alcuni membri (Turchia e Francia su tutti, a sostenere parti diverse nel conflitto). La missione dell’Ue Irini (per garantire l’embargo) ha già sperimentato qualche problema con navi turche, tutt’altro che intenzionate a rispettare lo sforzo europeo, visto da Ankara come un fattore di sostegno del generale Khalifa Haftar, in grado di ricevere armamenti via terra dall’Egitto. Spostare il dibattito alla Nato offre senza dubbio una piattaforma di incontro e coordinamento meglio rodata.

LA COOPERAZIONE UE-NATO

Nel brevissimo termine, si tratta di sciogliere il nodo turco su Irini. L’Italia, ha spiegato Guerini, “è determinata ad assicurare che il mandato dell’operazione sia imparziale, geograficamente equilibrato e neutrale rispetto al conflitto in corso”, in modo da superare le divergenze tra gli sponsor delle parti in campo. “L’importanza dell’operazione è nel suo ruolo equilibrato, necessario a riportare le parti al negoziato politico – ha detto il ministro italiano – ed è per questo che contiamo sulla cooperazione di tutti gli alleati Nato”. Ha parlato di “cooperazione possibile” anche Stoltenberg sull’operazione Irini, pur ammettendo che “nessuna decisione è stata ancora presa”.

LA QUESTIONE TEDESCA

Latitano decisioni anche sul fronte dell’ipotesi di ritiro dei militari Usa dalla Germania (da 34.500 a 25mila a partire da settembre). Dopo la brusca conferma del piano da parte di Donald Trump, toccava al capo del Pentagono Mark Esper (come già in passato) riaffermare l’impegno americano a sostegno della sicurezza europea. A sentire le parole di Stoltenberg, ci sarebbe riuscito. Gli alleati europei hanno incassato “l’impegno” di Washington a consultazioni in ambito Nato prima di ogni decisione. “Il segretario Esper – ha detto il segretario generale – ci ha detto molto chiaramente che gli Usa sono impegnati alla sicurezza europea”. Certo, le dure parole del presidente Trump di qualche giorno fa (“proteggiamo la Germania, ma loro sono delinquenti”) hanno lasciato il segno.

TRA BERLINO E VARSAVIA

La ministra tedesca Annegret Kramp-Karrenbauer ha criticato le esternazioni del presidente, ricordando che la Nato si basa su “reciproca fiducia”. Il collega degli Esteri Heiko Maas ha notato come la presenza in Germania serva anche agli stessi Stati Uniti. Come sempre, a mostrare il lato buono della medaglia è toccato a Jens Stoltenberg, che ha ricordato quanto nell’ultimo anno sia aumentata la presenza americana in Europa tra Paesi baltici e Polonia. Proprio i molteplici riferimenti alla Polonia (compreso uno sui rapporti bilaterali tra Washington e Varsavia) potrebbero nascondere il tentativo Nato di indirizzare il piano Usa di ritiro più verso il dispiegamento in terra polacca. Se i 9.500 militari americani tornassero in Patria, il segnale per la tenuta della relazione transatlantica sarebbe molto pesante. Se si ridistribuissero in Europa, i contraccolpi potrebbero essere contenuti.

ultima modifica: 2020-06-18T14:00:55+00:00 da Stefano Pioppi

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