Benvenuti nella New Space Economy. Parla il prof. Battiston

Benvenuti nella New Space Economy. Parla il prof. Battiston
Intervista al professor Roberto Battiston dopo l'attracco della Crew Dragon alla stazione spaziale. Per la prima volta nella storia, due astronauti hanno superato l'atmosfera a bordo di una capsula commerciale, lanciata su un razzo commerciale. Tra gli altri, c'è "l'effetto salotto" che ci avvicina un po' tutti allo Spazio

Dallo Spazio per pochi avventurieri, allo Spazio accessibile alle persone normali con obiettivi commerciali. È il trend segnato dalla Crew Dragon secondo Roberto Battiston, professore di Fisica sperimentale all’Università di Trento e già presidente dell’Agenzia spaziale italiana (Asi). Formiche.net lo ha raggiunto per commentare il successo della capsula di SpaceX che ieri, nella serata italiana, ha attraccato alla Stazione spaziale internazionale dopo 19 ore di viaggio.

Professore, stiamo davvero entrando in una nuova era dell’esplorazione dello Spazio?

Non c’è dubbio che il lancio del Crew Dragon abbia un valore simbolico. È il vero erede dello Shuttle, la navetta che ha permesso trent’anni di esplorazione umana americana, con cui è stata costruita la Stazione spaziale internazionale, con cui è stato riparato lo Hubble Space Telescope e sono state realizzate tante altre straordinarie missioni. Dopo una traversata del deserto durata nove anni e in cui la Nasa ha dovuto acquistare decine di passaggi per i propri astronauti sulla Soyuz, gli Stati Uniti tornano a essere autonomi per l’accesso umano allo Spazio. Si tratta di un nuovo capitolo della storia dell’Agenzia spaziale americana e questo nuovo capitolo è scritto a quattro mani con l’industria privata, nel caso della Crew Dragon, con SpaceX di Elon Musk.

È la New Space economy che avanza?

Con questa missione, l’attività di trasporto in orbita bassa diventa, finalmente, un servizio a pagamento fornito dai privati, una sorta di Uber spaziale, completando quello che già avviene da circa dieci anni con i cargo Dragon e Cygnus. Dalla fine degli anni Novanta abbiamo assistito, da parte della Nasa, alla definizione e all’implementazione di una visione strategica che delega ai privati la responsabilità operativa in un settore cruciale come il lancio in orbita bassa. Oggi ci sembra una cosa ovvia, ma quando si iniziò a discuterne sembrava una cosa impossibile: poteva la Nasa, con il suo prestigio, con i suoi laboratori, i suoi leggendari ingegneri, la sua capacità di lancio e di operazioni nello spazio, affidarsi ai privati per funzioni che erano nate nell’agenzia, come la progettazione dei lanciatori e la realizzazione del servizio di lancio? È un po’ quello che accade oggi quando si ragiona della commercializzazione della Iss: sembrano ragionamenti tirati per le orecchie, ma forse, visto il successo della Space economy nei servizi di trasporto in orbita bassa, è più saggio aspettare e vedere come evolveranno le cose nel corso dei prossimi anni.

Lo Spazio sembra più vicino per tutti.

Sì. Durante il lancio di sabato, abbiamo visto gli astronauti al lavoro con schermi al plasma, seduti su comodi sedili in un ambiente ampio e luminoso. Le immagini comunicavano chiaramente come andare nello spazio con il Crew Dragon sia più facile e confortevole che con i lanciatori della precedente generazione. Gli astronauti sembravano piuttosto seduti in un salotto intenti a guardare uno spettacolo televisivo: una volta in orbita hanno fatto scomparire i sedili per potere fluttuare a loro agio nel soggiorno di casa. Ho sentito moltissimi commenti del pubblico da cui traspariva la sorpresa per la facilità con cui si può andare oggi nello Spazio. Sappiamo bene quanto complesso sia il volo umano e quanto lavoro c’è dietro queste missioni, ma nell’ottica della Space economy conta anche il messaggio che viene trasferito al pubblico. Non accade lo stesso con le automobili? Acquistiamo una marca piuttosto di un’altra anche per il messaggio percepito relativamente alla qualità dell’esperienza di guida.

Con gli Usa di nuovo indipendenti, la missione della Crew Dragon sembra avere un valore anche strategico nella nuova corsa allo Spazio. È così?

L’avvento di SpaceX ha cambiato gli equilibri sia tra gli attori americani che nel resto del mondo. Non dimentichiamoci quale siano i punti di forza del gioiello di Musk, su cosa si basa il suo successo. Innanzitutto sia la fabbrica, sia il processo produttivo, sono disegnati in modo assolutamente verticale. Avviene tutto nel gigantesco capannone ad Hawthorne, a sud di Los Angeles: da una parte entrano le materie prime, dall’altra escono i Falcon9. Questo facilita il controllo di processo e permette di contenere i costi. SpaceX può permettersi di puntare direttamente all’obiettivo tecnico o economico, senza dovere rispettare una politica redistributiva tra industrie e laboratori posti nei vari Stati, i cui deputati e senatori siedono nelle commissioni del Congresso che decidono il bilancio dello spazio. In secondo luogo, la filosofia di Musk e dei suoi ingegneri è di farsi tutto in casa, ripensandolo e riprogettandolo quasi sempre meglio.

Ci spieghi meglio.

È una loro capacità che risulta dirompente in un settore industriale altamente tecnologico come lo Spazio: non si fanno intimorire dall’autorevolezza di chi è il migliore al mondo nel fare una determinata cosa, non hanno paura del lavoro che viene richiesto per reinventare ciò che esiste già. Sanno che la vera innovazione riguarda l’intera filiera di un prodotto: se necessario, si possono reinventare anche le viti. Lo si è visto pure nelle immagini della cabina proprio durante il lancio di sabato: tutto è stato ripensato, utilizzando il meglio delle nuove tecnologie, dei nuovi materiali, del design. Abbiamo la chiara impressione che il futuro sia arrivato: improvvisamente tutto ciò che esiste sul mercato sembra datato, un po’ come accade al salone dell’automobile quando si intravedono le linee di un modello di auto del futuro: in questo caso il futuro ci sta venendo incontro, è oggi.

Che influenza avrà SpaceX sul mercato americano?

Un’influenza duratura e profonda. Basti pensare alla competizione in corso, sotto traccia, tra il grande lanciatore che la Nasa sta sviluppando da anni, lo Space Launch System (Sls) e l’analogo progetto, il Falcon Heavy, finanziato privatamente da SpaceX e già fatto volare per tre volte in due anni, recuperando con successo i primi stadi. Nonostante le dichiarazioni di Musk che SpaceX non intende qualificare il Falcon Heavy per il trasporto umano, la differenza di costo tra i due sistemi è talmente significativa a fronte di capacità confrontabili, che in una eventuale resa dei conti SpaceX potrebbe uscire vincitore.

Insomma, la corsa allo Spazio sarà tra privati?

Occorre fare attenzione a non mescolare la privatizzazione dei servizi spaziali con la corsa allo Spazio dovuta a interessi economici del mondo industriale. La corsa allo Spazio è ancora oggi finanziata sostanzialmente dai governi, solo in piccola misura dai privati. La privatizzazione dello Spazio è una privatizzazione dei servizi che oggi la Nasa acquista dal mercato per l’orbita bassa, mentre gli obiettivi dell’agenzia si stanno lentamente spostando dall’orbita terrestre verso Luna e Marte. Per assistere a una privatizzazione delle missioni lunari che non sia solo l’acquisto di servizi di trasporto, dovremo attendere che si sviluppi il mercato dello sfruttamento delle risorse presenti su pianeti, satelliti e asteroidi, ma ci vorrà un po’ di tempo.

Il trend pubblico-privati proseguirà nel futuro?

Sicuramente la collaborazione tra privati e Nasa continuerà a lungo, ridefinendo sempre meglio il mandato e gli obiettivi dell’agenzia. L’esempio della Nasa non potrà non influenzare anche l’evoluzione delle agenzie spaziali degli altri Paesi. Il mondo dei privati opera e si sviluppa in modo differente da quello delle istituzioni pubbliche. Anche in questo caso, SpaceX ha aperto la strada non trascurando, come detto, anche gli aspetti estetici e mediatici. Quando visito lo stabilimento di Hawthorne mi faccio accompagnare alla sartoria e al modello del Crew Dragon per vedere le ultime novità.

E cosa vede?

Tra modelli in scala naturale dei protagonisti di Star Wars, si vedono sarti e disegnatori lavorare alle tute degli astronauti commerciali, mentre arredatori ed ex astronauti Nasa studiano come rendere più accogliente l’interno del Dragon, l’effetto salotto, appunto. La tecnologia, complessa e straordinaria, necessaria per andare nello Spazio è vissuta dagli astronauti attraverso la comodità delle tute che indossano e la bellezza degli spazi in cui vivono. Del resto, lo stesso accade per qualsiasi prodotto commerciale di successo, che sia un automobile, un computer o uno smartphone: è il cliente al centro dell’attenzione; la tecnologia deve quasi scomparire dietro la comodità e la facilità d’uso. La Space economy è anche questa transizione: dallo Spazio riservato a un selezionatissimo gruppo di persone che rischiano la loro vita in missioni al limite della tecnologia per scopi sostanzialmente scientifici, stiamo passando a uno Spazio accessibile a un numero crescente di persone normali con obiettivi di carattere commerciale. L’anno prossimo è prevista la prima missione di Axiom, il progetto che punta a trasformare parte della Iss in una stazione spaziale commerciale: chi lo avrebbe detto solo dieci anni fa?

ultima modifica: 2020-06-01T08:40:48+00:00 da Stefano Pioppi

 

 

 

 

 

 

Chi ha letto questo articolo ha letto anche: