Come cambiano i rapporti Usa-Ue dopo il Covid-19? Se n'è parlato al Brussels Forum. Secondo l'ambasciatore Usa Reeker, numero due del dipartimento di Stato, serve un confronto sulla Cina. Bruxelles ne discute (secondo alcuni anche troppo...)

La relazione transatlantica rimarrà la spina dorsale dell’Occidente libero indipendentemente dal risultato delle elezioni presidenziali di novembre. A dichiararlo è l’ambasciatore Philip T. Reeker, sottosegretario di Stato statunitense responsabile per l’Europa e l’Eurasia (con alle spalle, tra le altre, un’esperienza come console generale degli Stati Uniti a Milano) durante il panel “European Reform after the Pandemic: A Transatlantic Perspective” del Brussels Forum, la kermesse internazionale targata German Marshall Fund (quest’anno per via telematica) che ogni anno chiama a raccolta nella capitale belga i massimi esperti di sicurezza, geopolitica e affari internazionali. 

A discutere di relazioni transatlantiche oggi, oltre all’ambasciatore Reeker (il cui intervento ha preceduto quello del segretario di Stato Mike Pompeo in agenda domani), c’erano Mikuláš Dzurinda, già premier slovacco oggi presidente del Wilfried Martens Centre for European Studies; David O’Sullivan, già ambasciatore dell’Unione europea negli Stati Uniti dal 2014 al 2019 oggi distinguished fellow del German Marshall Fund; Constanze Stelzenmüller, senior fellow della Brookings Institution. A moderarli, Roland Freudenstein, vicedirettore e capo della ricerca del Wilfried Martens Centre for European Studies.

“Le nostre economie sono più forti e resilienti quando lavoriamo assieme”, ha spiegato l’ambasciatore Reeker nel suo intervento iniziale sottolineando l’importanza e l’urgenza del tema tecnologico. La sfida viene da Oriente, avverte il numero due di Foggy Bottom: “Dobbiamo fare attenzione a chi propone una visione alternativa per il futuro. Il Covid-19 deve incoraggiarci a ripensare il rapporto con la Cina assieme e a rafforzare il dialogo tra Stati Uniti e Unione europea alla luce dei nostri valori comuni”. Infine, l’ambasciatore Reeker ha messo in guardia dalla disinformazione che proviene dalla Cina (“che non è un Paese in via di sviluppo”, ha precisato cita a esempio le infrastrutture persino in Europa) ma anche dalla Russia. “Dobbiamo lavorare assieme e reinvestire nella nostra relazione, nonostante le differenze”, ha detto.

Secondo O’Sullivan, però, tra le due sponde dell’Atlantico “oggi non c’è accordo sui diversi temi”, a partire dal ruolo delle istituzioni del multilateralismo come l’Organizzazione mondiale della sanità e l’Organizzazione mondiale del commercio. “Gli Stati Uniti devono capire di aver bisogno di alleati”, ha dichiarato l’ex alto funzionario europeo rivolgendo un appello all’ambasciatore Reeker: “Non possiamo chiedere un confronto tra Stati Uniti e Unione europea sulla Cina se Washington vuole che l’agenda di Bruxelles su Pechino corrisponda in toto alla sua”. Da qui a novembre, “non penso si possa fare molto”, ha affermato O’Sullivan, vedono però un barlume di speranza dopo il voto statunitense.

Tema del confronto era la riforma dell’Unione europea. La politica estera e di sicurezza comune, in particolare, è al centro in questi mesi di un acceso confronto in seno alle istituzioni europee. Pensiamo al dossier del nucleare iraniano. Il gruppo E3 (Francia, Germania e Regno Unito) è molto attivo, nonostante la Brexit, e secondo molti rappresenta un modello per compattezza. Ma secondo molti è una minaccia per la politica estera e di sicurezza comune. È per questo che a Bruxelles si sta cercando di superare le difficoltà della politica estera dell’Unione europea introducendo processi decisionali più flessibili e riforme istituzionali. Tra tante, c’è l’idea del voto a maggioranza qualificata anziché l’unanimità. “Penso che la maggioranza qualificata non basti per prendere decisioni di politica estera all’Unione europea”, ha dichiarato O’Sullvan (d’accordo con lui Stelzenmüller): troppo forti la tentazione e le possibilità per i Paesi in disaccordo di muoversi in maniera differente. 

“Si può parlare di ‘momento Hamilton’”, ha spiegato Dzurinda: “Ma una federazione non si realizza soltanto con un momento positivo. Se vogliamo rispondere in maniera compatta alle sfide dell’Unione europea, se vogliamo essere alleati credibili per gli Stati Uniti dobbiamo decidere, non basta parlare, parlare, parlare sempre”, ha spiegato con riferimento alla politica estera (e incassando i sorrisi soddisfatti dell’ambasciatore Reeker).

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