L’appello di Alexander Gabuev, esperto del Carnegie Moscow Center, sul Financial Times: è tempo che l’Occidente ripensi le sanzioni alla Russia, altrimenti Mosca finirà tra le braccia di Huawei (e di Pechino)

“Una pax sinica digitale con preoccupanti ramificazioni globali”. È la profezia che Alexander Gabuev, senior fellow del Carnegie Moscow Center, offre in una dettagliata analisi pubblicata sul Financial Times e dedicata alla dipendenza di Mosca dalla compagnia cinese Huawei. 

L’esperto parte dagli sforzi britannici per fronteggiare Huawei: da una parte la nuova revisione che dovrebbe spalancare la porta a forti limitazioni (se non addirittura a un divieto) del ruolo del colosso di Shenzhen nel 5G del Regno Unito, dall’altra l’impegno di Downing Street verso un D10, un club delle dieci democrazie impegnate a fornire anche ai Paesi in via di sviluppo alternative a Huawei. Ma poi osserva: “Stranamente, tuttavia, questo sforzo occidentale trascura un campo di battaglia fondamentale per le telecomunicazioni: la Russia. Se Huawei riuscirà a stabilire il controllo dello sviluppo del 5G russo, ciò rafforzerà la posizione dell’azienda cinese nella battaglia per altri mercati emergenti”.

Ci sono quattro elementi che giocano a favori di Huawei in Russia. Il primo: i bassi costi di Huawei rispetto ai concorrenti europei, “grazie al supporto finanziario di Pechino”. Il secondo: la sicurezza nazionale. Se gli Stati Uniti sanzionano la Russia, la Cina offre, oltre a prezzi vantaggiosi, anche maggiori garanzie dal punto di vista della stabilità politica russa: “La scelta è ovvia”, ha spiegato al Financial Times un esponente del governo di Mosca. Il Cremlino, infatti, teme chi controlla il “killer switch”: la paura verso gli Stati Uniti è che il Pentagono possa costringere i fornitori occidentali a spegnere il 5G russo scatenando caos politico ed economico e persino il cambio di regime, scrive il quotidiano londinese. Il terzo: la “sofisticata strategia di pubbliche relazioni” messa in campo da Huawei in Russia per conquistare la fiducia di Mosca. Per esempio: se l’amministrazione statunitense ha impartito una stretta alle partnership del colosso con gli istituti di ricerca occidentali, Huawei ha quadruplicato il suo personale di ricerca e sviluppo in Russia a 2.000 dipendenti con l’obiettivo di sostenere gli sforzi del Cremlino per fermare la fuga di cervelli e favorire l’innovazione. Il quarto: l’impatto del Covid-19. “La pandemia ha acuito l’interesse del Cremlino verso la sorveglianza digitale cinese come strumento di controllo politico”, scrive il Financial Times. “I prodotti Huawei come Safe City hanno impressionato la sicurezza” russa.

Ecco quindi la domanda decisiva: “Se la Russia orgogliosa e tecnologicamente sofisticata ritiene che Huawei sia sicuro, perché il Brasile o il Sudafrica dovrebbero resistere?”. È probabilmente la stessa che gli Stati Uniti si sono posti la scorsa settimana, nota l’esperto, quando hanno sospeso alcune sanzioni contro Huawei per timore di essere esclusi dai negoziati globali sulle tecnologie future. “Un approccio occidentale più agile potrebbe sfruttare il desiderio delle società russe e di parti dello Stato di ‘proteggere le proprie scommesse’. Nokia ed Ericsson sono da tempo attori attivi nel mercato delle telecomunicazioni locale”. Per questo, conclude Gabuev, servono “discorsi più onesti in Occidente” sul danno collaterale derivante dalle sanzioni Usa-Ue e sugli incentivi che creano per la cooperazione sinorussa. Altrimenti, “la mancata azione aiuterà Pechino a incorporare la Russia in un ordine tecnologico incentrato sulla Cina, una pax sinica digitale con preoccupanti, ramificazioni globali”.

(Foto: www.kremlin.ru.)

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