Dall’Africa al Mediterraneo, Lesser (Gmf) svela la strategia Usa

Dall’Africa al Mediterraneo, Lesser (Gmf) svela la strategia Usa
Pubblichiamo un estratto dell'analisi del presidente esecutivo del German Marshall Fund Ian Lesser pubblicata nell'edizione 2020 del Mediterranean Yearbook dell'IEMed. Dall'Egitto alla Turchia, gli Usa di Donald Trump hanno una strategia per il Mediterraneo. Ecco quale

Gli Stati Uniti sono una potenza mediterranea da oltre 200 anni, sebbene non abbiano mai dedicato un’attenzione specifica al Mediterraneo come spazio strategico a sé stante. Tradizionalmente, gli interessi americani nel Mediterraneo sono stati un’appendice di questioni più ampie, che spesso originavo in aree lontane dalle coste mediterranee. Ciò è in netto contrasto con l’approccio europeo e persino russo. Per gli Stati Uniti, il Mediterraneo non è parte del proprio vicinato, né tantomeno un “estero vicino”.

L’interesse e la politica di Washington nei confronti della regione sono stati un corollario dell’interesse americano per l’Europa; della posizione del Mediterraneo come gateway politico e logistico verso il Golfo Persico; e come raccolta focolai di crisi in Nord Africa e nel Levante. Nel loro insieme, questi elementi sono stati sufficienti a garantire che le successive amministrazioni prestassero molta attenzione alla regione.

Il dibattito politico americano, e la struttura della sua burocrazia dedita alla gestione della politica estera, sono sempre stati divisi nettamente tra l’Europa da un lato e il Medio Oriente e il Nord Africa dall’altro. Il Mediterraneo in sé è stato raramente un concetto organizzativo per la politica regionale americana. In questa logica, l’approccio militare americano ha invece rappresentato un’eccezione importante, visto che le aree di responsabilità per i comandi chiave (ad esempio EUCOM e AFRICOM) spesso si snodano attraverso logiche diverse, e non rispettano queste divisioni regionali. Dal punto di vista della presenza navale, però, la salienza americana nel Mediterraneo è declinata costantemente, a partire dalla fine della Guerra Fredda.

Ciò però riflette anche il crescente coinvolgimento europeo nelle missioni militari nel Mediterraneo, tendenza che risale alla prima guerra del Golfo e che si è rafforzata dopo il 2001. Ciò è pienamente in linea con agli interessi americani e gli Stati Uniti possono poi supportare la gestione delle crisi e le operazioni di intervento quando richiesto provvedendo a fornire ulteriori forze, come avvenuto in Libia nel 2011. Per certi aspetti invece, in particolare nella difesa antimissile balistica e nella base di droni, la presenza americana nel Mediterraneo ha addirittura acquisito un’importanza ancora maggiore negli ultimi anni.

In questo contesto, l’amministrazione Trump ha rappresentato una scossa per la politica estera americana, con alcune implicazioni dirette anche per la regione mediterranea. L’imprevedibilità, la personalizzazione delle relazioni e la riluttanza nel supportare le alleanze hanno condizionato le partnership chiave su entrambe le sponde del Mediterraneo.

Probabilmente, però, la Nato è stata la meno colpita da questi cambiamenti. Nonostante le preoccupazioni iniziali, la politica di alleanza di Washington è rimasta relativamente stabile e la presenza degli Stati Uniti in Europa è addirittura aumentata – una tendenza iniziata sotto l’amministrazione Obama.

Gran parte di questa attenzione è stata rivolta verso l’Europa orientale. Ma Washington è stata anche tra quegli alleati in sintonia con i rischi provenienti dal sud e le preoccupazioni dei membri della Nato nel sud Europa.

Un’eccezione importante rispetto a questa realtà essenzialmente stabile è stata rappresentata dal forte deterioramento delle relazioni con la Turchia, un cambiamento significativo dovuto a sviluppi avvenuti da entrambi i lati. La relazione non si è “spezzata” però, ed è improbabile che ciò accade fino a quando il legame con la Nato resiste. Resta la mancanza di fiducia, reciproca e profonda. A differenza dell’Ue, gli Stati Uniti hanno un rapporto unidimensionale con Ankara, basato essenzialmente sulla cooperazione in materia di sicurezza.

La prospettiva consapevole della sovranità e un senso di “eccezionalità” nazionale prevalente in entrambi i paesi contribuiscono a questa relazione inquieta. L’acquisto turco del sistema di difesa aerea russo S400 ha causato l’imposizione di sanzioni, tra cui l’esclusione turca dal programma F35 in cui Ankara aveva già investito molto. Ulteriori sanzioni potrebbero essere già state adottate dal Congresso, se non vi fosse la distrazione della crisi di Covid.

Il supporto tradizionale americano per mantenere strette relazioni strategiche con la Turchia è praticamente crollato, sotto il peso della disputa sull’S-400, della retorica anti-occidentale del presidente Erdogan e dalle differenze sulla politica in Siria e nel Mediterraneo orientale.

Dal punto di vista della Turchia, solo l’affinità del presidente Trump con il presidente Erdogan ha evitato ulteriori sanzioni. Probabilmente, tale percezione rappresenta un’esagerazione, ma vi sono elementi di verità al suo interno. Qualunque sia il risultato delle elezioni americane del novembre 2020, la prossima amministrazione dovrà affrontare sfide difficili nel gestire le relazioni con la Turchia.

Altrove, il quadro è meno nitido. Le relazioni americane con la Grecia e Cipro non sono mai state cosi buone, guidate in parte – ma solo in parte – dal desiderio di contenere gli sviluppi negativi con la Turchia. Non sorprende anche che l’amministrazione Trump abbia sviluppato una stretta relazione con il governo Netanyahu in Israele.

Il riconoscimento da parte di Washington della sovranità israeliana sulle alture del Golan e dello status di Gerusalemme come capitale di Israele hanno rappresentato due decisioni molto controverse, ed il piano di pace proposto dall’amministrazione è caduto subito a pezzi. Se la nuova coalizione governativa israeliana dovesse realmente andare avanti con l’annessione formale della Cisgiordania, ciò potrebbe porre delle sfide formidabili anche nei rapporti con un’amministrazione Trump. Un’amministrazione democratica moderata sarebbe fortemente contraria.

L’amministrazione Trump si è anche concentrata meno sulle questioni legate al rispetto della democrazia e della libertà di espressione nelle relazioni con l’Egitto e altri partner regionali di vecchia data. L’allineamento sulla politica di sicurezza, soprattutto l’antiterrorismo, è stato una delle principali metriche nelle relazioni. Ciò però non ha necessariamente significato relazioni normali.

Le scelte del Cairo rispetto a un rafforzamento dell’asse con Mosca nel settore della difesa non sono state ben accolte, indubbiamente. Probabilmente, un’amministrazione democratica riporterebbe questioni legate al supporto alla democrazia e dello stato di diritto nel Mediterraneo meridionale, insieme ad altre logiche di cooperazione più “transazionali”, più al centro della politica estera americana.

La politica estera americana degli ultimi anni ha contribuito a stimolare una ritirata globale dal multilateralismo, le cui conseguenze sono state avvertite distintamente nel Mediterraneo. Su questo fronte, tra gli altri, il 2020 sarà un anno decisivo per entrambe le sponde dell’Atlantico, e per entrambe le sponde del Mediterraneo. In questo contesto, le elezioni presidenziali di novembre; la traiettoria, e l’impatto, della crisi di Covid-19 e le sue ramificazioni economiche rappresentano delle variabili enormi e decisive.

 

 

 

* L’Istituto Europeo del Mediterraneo (IEMed), fondato nel 1989 con sede a Barcellona, è il principale centro di analisi e riflessione sul Mediterraneo esistente in Europa. Il Mediterranean Yearbook è uno strumento analitico fondamentale per chiunque si occupi di Mediterraneo. Per accedere alle edizioni precedenti del Mediterranen Yearbook, clicca qui.

ultima modifica: 2020-07-12T10:10:35+00:00 da Redazione