Il Parlamento conta. Così il Colle frena il premier (via Cassese). Il diario di Colombo

Il Parlamento conta. Così il Colle frena il premier (via Cassese). Il diario di Colombo
Stato di emergenza. Il Colle frena Conte. La necessità di passare dal Parlamento - e anche da un voto delle Camere – sta per diventare un obbligo per il governo. Il diario di Ettore Maria Colombo

Sulla questione che campeggia, ormai da due giorni, sulle prime pagine di tutti i giornali, il conferimento di nuovi ‘pieni poteri’ da stato di emergenza al governo Conte, da parte del medesimo governo che graziosamente se li ripiglia (lo stato di emergenza, proclamato lo scorso 31 gennaio, scade il 31 luglio, ma Conte ora vuole prorogarlo fino al 31 dicembre 2020) scende in campo, naturalmente sotto forma di ‘moral suasion’, anche il Colle. Per via traverse, per ora.

IL COLLE VIGILA (DA TRIESTE)

Il presidente della Repubblica, tra oggi e domani, è a Trieste, impegnato in una doppia cerimonia, cui tiene molto: ricordare sia le foibe sia gli eccidi del regime fascista contro gli sloveni. Epicentro della cerimonia ufficiale sarà la restituzione alla comunità slovena, alla presenza del presidente sloveno Pahor, del ‘Narodni Dom’, la Casa degli Slavi data alle fiamme dai fascisti nel 1920. Una cerimonia dall’alto valore simbolico che Mattarella non vuole in alcun modo ‘sporcare’ lanciandosi in richiami e problemi che attengono alla polemica politica quotidiana.

LA RESA DEI CONTI, IN CSM

Inoltre, mercoledì prossimo, Mattarella presiederà la seduta del Plenum del Csm con all’ordine del giorno la proposta di nomina del Primo Presidente della Corte di Cassazione. La riunione si terrà – un caso più unico che raro – al Quirinale, e non alla sede naturale del Csm, e potrebbe non trattarsi – dopo le polemiche che hanno insanguinato la magistratura e in particolare proprio i membri del Csm, travolto dal ‘caso Palamara’ – di una riunione di routine o solo protocollare. Insomma, il Capo dello Stato potrebbe tornare a far sentire la sua voce, forte e chiaro, sugli scandali che hanno travolto la credibilità e l’autorevolezza della magistratura italiana. Insomma, Mattarella, di grane cui pensare, ne ha già tante.

IL DOPPIO WARNING DI MATTARELLA (VIA CASSESE)

Ma, guarda caso, proprio oggi compare, in prima pagina del Corriere della Sera, un articolo del giurista Sabino Cassese, giudice emerito della Consulta e, da sempre, considerato molto vicino al pensiero del Quirinale, dal titolo inequivoco (“L’eccezione non è la regola”) mentre, sulla Stampa, un quirinalista solitamente ben informato degli umori del Colle, Ugo Magri, scrive un editoriale intitolato “Il Colle frena: nessuna forzatura contro la Carta” (costituzionale).

Il warning del Colle, rivolto al premier, è chiaro: ‘adelante, Pedro, sem cum juicio’ è il messaggio messo in bottiglia. Ma vediamo cosa scrivono sia Cassese sia Magri. Il giurista – che ovviamente guarda ai problemi con la sua ottica, ma che, da tempo, non lesina critiche all’operato del governo – dice poche cose, ma molto chiare. “Per dichiarare uno stato di emergenza, occorre che l’emergenza vi sia, ma se per farlo basta una delibera del Consiglio dei ministri, perché farlo se non ve ne sono le premesse?”. “Urgenza (il rischio di una nuova pandemia che riprenda con forza, ndr.) non vuol dire emergenza”, nota Cassese, ricordando che il ministro della Salute può, in base alla legge del 1978 che istituisce il Servizio sanitario nazionale, emettere ordinanze “contingibili (cioè per casi non prevedibili) e urgenti in materia di igiene e sanità”. Ugualmente si può fare con il codice dei contratti e, soprattutto, con la legge istitutiva della Protezione civile. “Non c’è bisogno – per Cassese – di “accentrare tutte le decisioni a palazzo Chigi”. Il giudizio finale è imperioso e impietoso: “la proroga di dichiarazione dello stato di emergenza è inopportuna perché il diritto eccezionale non può diventare la regola”. Anche perché, chiosa il giurista, e qui entra in corpore vili del sempre delicato rapporto tra i poteri dello Stato, “non si può mettere tra le quinte il Parlamento, più di quanto già non si faccia oggi, e oscurare il Presidente della Repubblica e la Corte costituzionale, al cui controllo sono sottratti gli atti dettati dall’emergenza. Sennò si finisce come Orban…”.

L’AFFONDO QUIRINALIZIO DI MAGRI

Chi vuole, nel governo, capire, dalle parole di Cassese, capisce e capirà, dunque. Ma, come se non bastasse, ecco arrivare il ‘fondino’ di Magri su La Stampa. “Il Colle ha sempre in mano ‘l’estintore’ – ricorda il quirinalista – nel caso scoppiasse un incendio. Il rischio di una seconda ondata c’è – è la sintesi dei pensieri che agitano il Colle – e servono forme di garanzia collettive, prolungare lo stato di emergenza è nell’ordine delle cose, Mattarella non si è scandalizzato davanti alla richiesta dell’Avvocato del Popolo, ‘ma’ Conte avrebbe fatto meglio a interfacciarsi con il Parlamento e, se i diritti delle Camere venissero violati, Mattarella sarebbe il primo a pretenderne il rispetto, sia con interventi pubblici sia con la solita moral suasion”.

Non è un caso che il governo abbia frenato, sul ricorso, all’inizio smodato, dei dpcm, su sua esplicita richiesta. Insomma, la richiesta dello stato di emergenza non è un “modo larvato per scivolare verso forme di dittatura”, la democrazia italiana è solida, ma di certo il Colle ‘vigila’.

CONTE CONVOCATO

Il ‘combinato disposto’ del warning – severo – di Cassese e della nota di Magri indica la strada – obbligata – che Conte dovrà seguire. La riassume, con un tweet, un altro giurista, e costituzionalista, molto ascoltato, sul Colle più alto, Francesco Clementi: “Sia emergenza sia anche urgenza lo deve spiegare il Presidente del Consiglio in Parlamento. Ed adottare, di conseguenza, l’atto normativo di rango primario adeguato. Tutto qui: anche se, beninteso, non è poco”.

Certo, Conte ha garantito – solo in via informale, per ora – che qualsiasi decisione passerà per il Parlamento, ma le opposizioni sono già salite sulle barricate e anche nella maggioranza non mancano i malumori, anche se il segretario dem ha assicurato il pieno sostegno del Pd a Conte “qualsiasi cosa il presidente del Consiglio deciderà”.

C’È SPERANZA PER IL GOVERNO?

Non basterà, dunque, che martedì prossimo, 14 luglio, il ministro della Salute, Roberto Speranza, svolga le sue comunicazioni alle Camere sul dpcm sul coronavirus che scade il 14 luglio e che il governo già intendeva prorogare. Quel dpcm contiene, avendolo ai tempi recepito, il primo ‘stato di emergenza’, quello varato in cdm il 31 gennaio e che ha validità fino al 31 luglio, con tutte le misure che, in questi mesi, gli italiani si sono abituati a conoscere (lockdown, mascherine, chiusura di scuole, distanziamento sociale, deroghe alle gare d’appalto, smart working, etc.).

Certo, sarà già quella l’occasione, per il Parlamento, di chiedere lumi al governo e di esprimersi sul tema (è infatti prevista la presentazione di risoluzioni dei vari gruppi), ma non basterà. Conte, che voleva, in prima battuta, avvalersi di un identico atto amministrativo (delibera dentro il Cdm e varo di un dpcm) dovrà acconciarsi a chiedere, alle Camere, un atto ‘politico’. Dovrà venire in Parlamento, presentare le motivazioni ‘serie e concrete’ della proroga di altri sei mesi dello stato di emergenza e accettare che il provvedimento venga trasfuso in un decreto legge, così come chiesto dal Pd e, in particolare, dal deputato e costituzionalista Ceccanti.

IL TERRE-VOTO SULLA PROROGA

In questo modo, la fonte normativa dell’atto – la richiesta di ‘poteri eccezionali’ si rafforza perché il decreto legge, oltre a essere varato dentro il cdm, va controfirmato dal Capo dello Stato e poi va convertito dalle Camere entro 60 giorni, pena la sua decadenza. Non è neppure escluso – anzi, è da più parti e pezzi della maggioranza auspicato – che anche su quelle, importanti, comunicazioni del capo del governo, quelle sulla richiesta di proroga dello stato di emergenza, si tenga un voto da parte delle aule di entrambe le Camere, come fanno capire di voler chiedere sia il Pd che Iv e LeU. Un voto che, ovviamente, si baserà su risoluzioni diverse e contrapposte, tra maggioranza e opposizione, ma che così vedrà, almeno, rientrare la richiesta di ‘pieni poteri’ nell’alveo delle prerogative e delle scelte del Parlamento. Morale, stavolta, a ‘metterci una pezza’, è stato Mattarella.

ultima modifica: 2020-07-12T10:40:30+00:00 da Ettore Maria Colombo

 

 

 

 

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