Un'inchiesta dell Wsj riaccende i riflettori su Saad al Jabri, ex numero due del ministero dell'Interno saudita. Ricercato dal principe bin Salman si è dato alla fuga in Canada portando con sé i segreti della famiglia reale e degli affari tra Riad e Washington

Un’ex spia saudita è ricercata dal governo del principe Mohammed bin Salman con l’accusa di essersi intascato almeno un miliardo di dollari durante gli anni prestati al servizio della corona Al Saud. A raccontarlo è il Wall Street Journal, con un’inchiesta che ha acceso i riflettori sulle occulte operazioni di intelligence di Riad, nonché sui rapporti sauditi con gli Stati Uniti.

Saad al Jabri, 61 anni, ha alle spalle una carriera ai più alti livelli del ministero dell’Interno saudita. Per 17 anni ha controllato un fondo ministeriale, nato dopo l’attentato dell’11 settembre 2001 per finanziare operazioni di antiterrorismo (sono passati di lì quasi 20 miliardi di dollari). Recentemente, il governo saudita ha emesso un mandato di estradizione a suo carico con l’accuso di aver dirottato 11 miliardi di dollari e averne trattenuta una parte per sé e i suoi collaboratori.

Ufficiali di intelligence su entrambe le sponde dell’Atlantico hanno evidenziato che la faida rischia di rendere noti i segreti sul rapporto tra gli Stati Uniti e l’Arabia Saudita riguardo alle loro operazioni antiterroristiche. Secondo il Journal al Jabri sarebbe stato il principale contatto nel Golfo delle agenzie di intelligence statunitensi per più di 15 anni.

Stando all’inchiesta del quotidiano murdochiano, sarebbero implicate anche una serie di multinazionali. Tra queste, la banca britannica HSBC e le aziende statunitensi Oracle, IBM, Cisco, e VMware, ree di aver venduto attraverso fondi offshore hardware e software strategici a Technology Control, di proprietà del ministero dell’Interno saudita e controllata a intermittenza da familiari di al Jabri, che avrebbero poi rivenduto gli acquisti a prezzi gonfiati.

L’intero sistema, orchestrato da al Jabri, ha funzionato per anni con il tacito consenso degli ufficiali di intelligence statunitensi, i quali ritenevano che finchè i soldi non fossero stati spesi per finanziare il terrorismo, il governo di Riad avrebbe avuto totale libertà nello spenderli. L’apparato dell’ex spia si sarebbe mosso attraverso fondi privati per evitare la macchinosa burocrazia saudita.

Il caso si colloca nella cornice del feroce conflitto all’interno della famiglia reale per il trono saudita. Al Jabri è stato per anni il braccio destro di Mohammed bin Nayef, cugino dell’attuale principe e nipote del re Salman. Bin Nayef è stato a sua volta principe dal 2015 al 2017, prima di essere deposto ed esautorato dal cugino, Mohammad bin Salman, che lo ha fatto arrestare quest’anno con l’accusa di tradimento.

Mentre detronizzavano il suo ex capo, al Jabri era già fuggito in Canada, dove vive in esilio da allora. Il Journal racconta che il governo saudita sta tenendo in ostaggio i suoi due figli, di 21 e 20 anni, per convincerlo a rientrare in patria. Contattati dal giornale statunitense, i familiari di al Jabri hanno detto di essere aperti a qualsiasi processo imparziale che non utilizzasse i suoi figli come leva. Riad, invece, ha dichiarato che non avrebbe commentato un’investigazione in corso, e che starebbe cercando di rimpatriare al Jabri per investigarlo nell’ottica delle operazioni anticorruzione del principe.

L’amministrazione statunitense mantiene da anni un’alleanza strategica con l’Arabia Saudita e il suo principe, rinsaldata dall’inquilino della Casa Bianca, il presidente Donald Trump. Negli scorsi anni, però, il rapporto ha iniziato a creparsi. Nel 2018, a seguito dell’uccisione del giornalista Jamal Khashoggi per mano di agenti di bin Salman, il Congresso di Washington ha votato per implicare il principe nella vicenda e bloccare la vendita di armamenti alla corona saudita.

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